Italicum. Rien ne va plus

Dunque, la partita è chiusa. Renzi è riuscito – con il minimo sforzo, considerata la disarmante pochezza politica della minoranza del Pd – a mettere in sicurezza il suo disegno para-totalitario: l’Italicum è cosa fatta.


Italicum. Rien ne va plus

Renzi chiude la partita sulla legge elettorale col minimo sforzo, grazie all’inettitudine politica della minoranza del PD. Si illude di nuovo chi spera in una resurrezione dello spirito di sinistra in qualche parte del gruppo dirigente della compagine democratica. E non sarà facile vedere una reazione immediata per gli effetti della spoliticizzazione di massa nella coscienza di sé delle classi subalterne.

di Dino Greco

Dunque, la partita è chiusa. Renzi è riuscito – con il minimo sforzo, considerata la disarmante pochezza politica della minoranza del Pd – a mettere in sicurezza il suo disegno para-totalitario: l’Italicum è cosa fatta.

La legge-truffa, concepita da Renzi per vincere a mani basse le prossime elezioni politiche e governare il Paese senza fastidiosi contrappesi istituzionali, è nel carniere. 

Per suggellare l’impresa basterà ora rottamare il Senato, mantenendone in vita il simulacro, inutile escrescenza di un assetto istituzionale più imperforabile di un autoblindo e che nel nome della “governabilità” affossa la democrazia.

Il ballottaggio previsto fra le due liste (e non più fra le due coalizioni) che otterranno più voti, ove nessuna raggiunga al primo turno la soglia del 40 per cento, consentirà a Renzi di scrollarsi di dosso gli attuali - pur servili - compagni di strada ai quali non dovrà più allungare, di quando in quando, qualche osso spolpato. Quanto alla cosiddetta minoranza del Pd, che poco abbaia e ancor meno morde, essa ha con ogni evidenza i mesi contati.

Quando (lo vedrete: non molto oltre l’entrata in vigore della legge, nel luglio del prossimo anno) si tratterà di comporre le liste elettorali, ci penserà il direttorio renziano, dominus dell’Assemblea nazionale del Pd, ad epurare gli ultimi esangui malpancisti. Sempre che questi, vista la mala parata, non rientrino ordinatamente nei ranghi, in ossequio alla tradizionale pulsione opportunistica che domina le scelte del ceto politico.

Si illude di nuovo chi si ostina a sperare in una resurrezione dello spirito di sinistra che da tempo ha abbandonato ogni più piccolo anfratto della compagine democratica. Almeno del suo gruppo dirigente, ormai del tutto interno alla cultura liberale.

Anche la destra pare inguaiata dall’architettura elettorale del nuovo caudillo. Perché o essa sarà capace di unirsi (da Berlusconi a Salvini passando per Alfano) in una sola lista, in un solo programma e in un solo leader, cosa che, almeno al momento, appare problematica, oppure non potrà competere con il nuovo “partito della nazione” per il premio di maggioranza.

Il paesaggio politico che si squaderna davanti ai nostri occhi è impressionante: il Parlamento della Repubblica, sequestrato dall’esecutivo; l’esecutivo occupato dalla maggioranza di un partito; quel partito governato da una ristretta corte di sodali a sua volta comandata a bacchetta da un uomo solo, espressione dei poteri “forti”, cioè dell’oligarchia capitalistico-finanziaria dominante. Un capolavoro politico (e un’ecatombe democratica) che servirà a mettere definitivamente il cappio al collo di ciò che resta della Costituzione repubblicana, proprio come reclamato, poco più di un anno fa, dall’editto con cui la più ricca banca d’affari del mondo, la J. P. Morgan, chiese di fare piazza pulita delle costituzioni “socialisteggianti” nate dopo la seconda guerra mondiale dalla sconfitta del nazismo e dei fascismi.

Purtroppo, delle proporzioni di questa pesante deriva autoritaria c’è oggi in Italia una percezione molto relativa. Cresce – ma in misura ancora del tutto insufficiente – la percezione che il nuovo “conducator” bari. E che dietro il diluvio delle sue mirabolanti promesse si nasconda una politica socialmente reazionaria.

La spoliticizzazione di massa di questi lunghi anni - vissuti senza una vera, visibile ed efficace sinistra, nell’alternanza fra governi di centrodestra e di centrosinistra perfettamente intercambiabili e con un sindacato in disarmo – ha prodotto guasti profondi, in primo luogo nella coscienza di sé delle classi subalterne.

Risalire la corrente è dunque un’impresa, come ognuno può vedere, molto complicata.

Eppure qualcosa si muove, nel contraddittorio magma della sinistra “radicale” italiana.

Occorre crederci. Non in vista di risolutori appuntamenti elettorali. Che non ci saranno. Ma in ragione di un progressivo accumulo di forze, di conflitti sociali e di classe, di energie intellettuali a cui dare però un senso unitario, una visione politica coerente, una più complessiva idea di società. E una dimensione organizzata dal basso, coordinata in un intreccio di democrazia diretta e democrazia delegata, capace di esaltare la partecipazione e, ad un tempo, di affrancarsi da ingenuità e primitivismi.

15/05/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Dino Greco

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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