Valentino Parlato, comunista

Valentino Parlato è stato un uomo schivo, disinteressanto al potere, comunista mosso dalla volontà di trasformare il mondo.


Valentino Parlato, comunista Credits: https://www.nuovaresistenza.org/2017/05/lultimo-sorriso-di-valentino-parlato-il-manifesto/

Non mi aveva sfiorato l'idea di dover scrivere in ricordo di Valentino Parlato, uno dei fondatori de Il Manifesto e ora che sto per farlo mi accorgo che, se anche la tristezza ha agio su molti altri sentimenti, ripercorrere un pezzo di storia comune mi aiuta a superare il dolore.

Ho conosciuto Valentino nel 1974, quando reduce sessantottino decisi di aderire al Pdup per il comunismo, partito che nasceva dall'unione del gruppo politico de Il Manifesto con il disciolto partito di Vittorio Foa, Miniati e Pino Ferraris. Da allora, avendo ricoperto i ruoli di segretario della federazione romana e segretario regionale del Lazio il rapporto con la redazione del giornale fu frequente e non privo di difficoltà che spesso avevano come terminale Valentino condannato a far fronte a tutte le grane. Fu così che cominciai a valutare ed apprezzare l'operato di quest'uomo schivo, assolutamente disinteressato alle questioni di potere, sempre pronto ad assumersi responsabilità nell'interesse del giornale.

Ricordo Valentino nella stanza al quinto piano di Via Tomacelli che, anche da direttore, ha condiviso con altri redattori, scrivere nell'epoca dei computers con la solita Olivetti articoli, fondi e corsivi prima discussi nella riunione di redazione. Quando non lo trovavo nella stanza sapevo che stava in giro per cercare di risolvere il problema più urgente che ineriva la vita stessa del quotidiano. Ma Valentino non era solo il parafulmine economico, era soprattutto un punto di coesione a cui tutti potevano riferirsi sicuri di essere ascoltati e aiutati.

Quando, nel 1978, al congresso di Viareggio si produsse l'insanabile rottura tra partito e giornale, feci parte della delegazione del partito che tentò una mediazione. Allora non capii perché proprio Valentino rifiutasse quanto proponevamo. Col tempo ho dovuto riconoscere che aveva ragione a difendere l'autonomia del giornale perché quella scelta era stata la condizione che ne aveva garantito l'esistenza.

Valentino basava l'amore per il giornale sul ruolo che gli veniva attribuito e sulla fiducia che ne avevano i lettori. Così, quando nel 2012 Il Manifesto visse la crisi più difficile della sua storia mi convinsi che potevamo uscirne ricorrendo, ancora una volta, alla generosità di quanti ci compravano in edicola, chiedendo a mille di loro di contribuire con un versamento di mille euro. Ne parlai con Valentino che nella prima riunione di redazione propose di lanciare la campagna “mille per mille” che nonostante l'avvio incoraggiante ci toccò sospendere perché ci accorgemmo che i fondi affluivano nelle casse dei liquidatori e non in quelle del giornale. Quella fu l'ultima occasione che assieme a Valentino mi ritrovai a gestire una situazione che investiva la stessa sopravvivenza del giornale. Poi ci fu la separazione che portò alla costituzione della “nuova cooperativa editoriale” alla quale va il merito di farci trovare ogni mattina il quotidiano in edicola.

Ora che Valentino ci ha lasciati, nei tanti ricordi che in questi giorni leggiamo sulle pagine del quotidiano (e di moltissimi altri media) troviamo il riconoscimento dell'importanza che Valentino ha avuto, non solo nella storia de Il Manifesto ma dell'intera sinistra per il suo modo di vivere, di pensare, di rapportarsi ai problemi e di combattere. E' un modo che deriva dalla sua formazione comunista e dalla volontà di trasformare il mondo, un modo che anche nella sconfitta ti spinge a comunicare fiducia scrivendo come lui ha fatto: “Non possiamo non tener conto di quel che sta cambiando, dobbiamo studiarlo e sforzandoci di capire, sarà un lungo lavoro e non mancheranno gli errori, ma alla fine un qualche Carlo Marx arriverà”.

06/05/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Ivano Di Cerbo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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