Per l’unità dei comunisti

La ripresa della lotta di classe dal basso verso l’alto facilita da sempre l’unificazione dei marxisti, ma nell’attesa va praticata una comune linea d’azione e la lotta contro i gruppi dirigenti autoreferenziali.


Per l’unità dei comunisti

Se la lotta di classe è il motore della storia, l’unità dei comunisti ne costituisce il lubrificante, evita l’attrito delle varie frazioni che compongono il proletariato, e più in generale il vasto fronte anticapitalista, e ripulisce il campo rivoluzionario dalle tensioni interne.

Ma l’unità del partito o meglio l’unità dell’avanguardia della classe si crea solo a partire da un determinato grado di temperatura raggiunta in questa lotta: ovvero si crea più facilmente quando la lotta di classe da parte dei subalterni è in una fase offensiva, di spinta in avanti per la conquista di nuove piazzeforti precedentemente in mano ai possessori dei mezzi di produzione, ovvero alla borghesia e ai suoi agenti politici e culturali.

Possiamo trarre conferma di questa dinamica unitaria che parte da spinte offensive provenienti dal basso da alcuni esempi tratti dalla storia delle rivoluzioni del Novecento: dall’Ottobre rosso, così come dal ’59 cubano.

Fu nell’estate del 1917 che la Mezhrayonkha, l’Organizzazione intercittadina capeggiata da Lev Trotsky, entrò nel Partito bolscevico di Lenin, cioè dopo la vittoria della Rivoluzione di febbraio, ma anche dopo le pur fallite agitazioni proletarie del luglio del ’17, mentre nel caso cubano fu addirittura solo dopo la presa del potere da parte del Movimento 26 luglio capeggiato da Fidel e Che Guevara che si arrivò nel giugno del 1961 alla creazione delle Ori, le Organizzazioni rivoluzionarie integrate, antenate del Partito comunista cubano, sulla scorta delle nazionalizzazioni, della riforma agraria e del respingimento dell'invasione imperialista nella Baia dei Porci.

L’oggi “triste” e suoi compiti necessari

I giorni che stiamo vivendo, immediatamente seguenti all’avvento del governo Draghi, sono quanto di più lontano ci possa proporre la storia umana dagli esempi appena citati. Tutti noi siamo figli della sconfitta del cosiddetto blocco socialista, del crollo dell’Urss e, per guardare in casa nostra, della marcia dei 40mila della Fiat, della dissoluzione del Pci e così via, di sconfitta in sconfitta. Una storia lunga quarant’anni che raffigura in distinti episodi la ritirata del movimento operaio in Italia e nel mondo, la frammentazione del mondo del lavoro a seguito dell’avvento del toyotismo e della dislocazione dei mezzi di produzione dal Nord al Sud del globo, in seguito a quella che il pensiero mass mediatico ufficialista chiama “globalizzazione”.

Quindi si rimane con le mani in mano aspettando che si risvegli il gigante addormentato della classe operaia? Assolutamente no. Nel frattempo c’è tanto lavoro da fare o meglio, molti lavori da svolgere.

Innanzitutto, c'è un lavoro di formazione culturale delle nuove avanguardie che si compie attraverso lo studio dei classici del marxismo e la loro attualizzazione nel presente. 

In secondo luogo, c’è da praticare un lavoro di stimolo verso i lavoratori, invitandoli cioè a prendere tra le loro mani almeno la discussione dei loro problemi (salario diretto e indiretto, condizioni di lavoro, rinnovo dei contratti) attraverso lo strumento delle assemblee autoconvocate, al di fuori e magari contro le burocrazie sindacali. 

Vi è inoltre un compito specifico, legato al precedente per i lavoratori e i militanti di base comunisti ovunque collocati: l’elaborazione di un programma minimo di difesa delle classi popolari e per la costruzione di una piattaforma sindacale unitaria da portare avanti al di sopra di qualsiasi appartenenza organizzativa sindacale.

Infine, c’è da praticare un lavoro di unità d’azione tra le distinte organizzazioni che si ispirano alla variegata storia del comunismo pur nell’emergenza della crisi pandemica e delle sue stringenti conseguenze economiche.

In attesa di una ripresa generale della lotta di classe dal basso verso l’altro, è necessario dotarsi degli strumenti minimi di sopravvivenza nella lotta di classe dall’alto verso il basso condotta incessantemente dalle classi dominanti, come dimostra per ultima la vicenda della caduta del governo Conte e dell’avvento di quello guidato da Draghi.

Le ragioni “ignobili” della divisione tra i comunisti

Per l’unità dei comunisti quindi, non ci si può più limitare ad attendere una stagione migliore, rapporti di forza più favorevoli. Al contrario.

La storia ci insegna che l’unità viene più facilmente raggiunta quando è tutto il movimento operaio a compiere un salto in avanti. In quell’esatto momento è più facile mettere in discussione appartenenze organizzative, bandiere e tessere di diverse sfumature.

Tuttavia, nel nostro paese il riflesso organizzativo della sconfitta sociale del proletariato e di quella politica del movimento comunista internazionale ha portato a un’estrema frammentazione dei comunisti, tale che oggi è di fatto impedita ai marxisti la benché minima agibilità politica, come per esempio realizzare una manifestazione degna di questo nome, ovvero con la presenza di almeno alcune migliaia di militanti, e perfino la stessa credibilità agli occhi dei lavoratori ai quali ci si rivolge.

La rissosità tra le varie anime della sinistra di classe è frutto di alcune ragioni “nobili” (le tradizionali linee di faglia ideologiche che hanno attraversato il movimento comunista dalla fine degli anni ’20 a oggi) e di molte “ignobili” e per questo occultate dietro le prime.

Le cause nobili sono conosciute, rappresentano differenze reali, ma i decenni le hanno anche rese anacronistiche e quindi almeno parzialmente superabili o almeno “confrontabili”. Le “ignobili” sono invece le più interessanti perché approfondiscono ed esacerbano le prime. 

E queste cause “ignobili” sono poi il riflesso psicologico più che politico delle sconfitte degli ultimi decenni: la frammentazione organizzativa rispecchia quella della classe; gli odi faziosi ripercorrono la logica della concorrenza capitalistica imperante sui mercati; infine il “suprematismo organizzativo ed elettorale” riproduce stancamente la disperazione di non considerare più davvero realistico un orizzonte socialista (la rivoluzione) e pone in evidenza la volontà di appagare l’io di piccoli gruppi dirigenti burocratici che tanto meno contano, tanto più dispoticamente governano le loro “parrocchie” come se l’unico socialismo possibile fosse in un “gruppo solo”, il loro ovviamente, da difendere e distinguere da quello degli altri, certamente eretici, certamente estranei alla “verità”.

In questo contesto di degradazione politica, il nemico non è più costituito dall’avversario di classe, ma da quello di “setta”. L’operaio, il lavoratore è diviso dal suo compagno in base a una classificazione ideologica nel senso marxiano originario di falsa coscienza.

Questi gruppi dirigenti (non i loro militanti) sono ostacoli oggettivi sulla via dell’unità utile dei comunisti, un’unità dal basso su una linea di salvaguardia degli interessi delle classi popolari.

Unità d’azione e lotta contro le “parrocchie”

Il livello elementare dell’unità dei comunisti è quello dell’unità d’azione politica, ovvero la pratica comune di parole d’ordine e di battaglie per la semplice difesa delle condizioni di vita delle classi popolari (salute, pensioni, istruzione pubblica, riduzione dell'orario di lavoro ecc.) e per la sedimentazione di un più ampio fronte anticapitalista composto anche da organizzazioni non comuniste, ma interessate a specifiche lotte di tipo sociale, economico, sindacale, di genere, o di carattere ambientalista.

Nell’unità d'azione tra i soggetti disponibili a praticarla si trova il lievito dialettico per raggiungere un livello di coscienza superiore in grado cioè di comprendere i propri e gli altrui limiti e i rispettivi meriti.

Tramite l’unità d’azione e il lavoro per campagne comuni in difesa di interessi propri di tutti i lavoratori, si può apprezzare finalmente il sapore di qualche vittoria parziale. Con l’unità d’azione si può soprattutto riscoprire la riconoscibilità politica delle organizzazioni comuniste dinanzi alla propria classe sociale di riferimento.

Oltre all’unità d’azione con i disponibili, il perseguimento dell’obiettivo unitario per i comunisti per dar loro un corpo più robusto in grado di farli lavorare efficacemente nelle fila della classe, ha bisogno anche e in egual misura della lotta contro i gruppi dirigenti non disponibili all’unità: una lotta senza quartiere ai settari e gli anti-unitari. La lotta è in effetti il momento dialettico opposto, ma necessario, a quello dell’unità d’azione e avviene come disvelamento della vera natura dei gruppi dirigenti che si oppongono per motivi “ignobili” all’unità d’azione politica dei comunisti.

Non si deve temere di apparire divisivi, quando si denunciano i piccoli patriottismi di partito dei gruppi dirigenti, se lo si fa a fronte di una vera proposta unitaria, comprensibilmente unitaria, su parole d’ordine anche elementari dinanzi agli occhi dei militanti di base e dei lavoratori.

L’unità dei comunisti e con il loro tramite della classe lavoratrice è possibile e urgente: per raggiungerla saranno necessarie sia la “diplomazia” tra i gruppi dirigenti, sia la lotta sulla base delle aspirazioni unitarie dei militanti sinceri.

12/03/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Stefano Paterna

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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