"Per un cambio di linea e di gruppo dirigente nel PRC"

Un gruppo di quadri del PRC chiede a gran voce un cambio di linea e di gruppo dirigente del Partito (anche con un congresso anticipato) lanciando un appello sottoscritto da centinaia di militanti.


"Per un cambio di linea e di gruppo dirigente nel PRC"

Un gruppo di quadri del PRC chiede a gran voce un cambio di linea e di gruppo dirigente del Partito (anche con un congresso anticipato) lanciando un appello sottoscritto da centinaia di militanti. I ripetuti fallimenti e ondeggiamenti di linea stanno portando all’esasperazione e alla sfiducia di quel che resta di un Partito che da troppi anni ha abbandonato i principi fondamentali sui quali era nato cioè la rifondazione del comunismo. La mancanza di visione strategica di ampio respiro dell’attuale dirigenza, ormai subalterna alla logica dell’opportunismo elettoralistico, mette a serio rischio il Partito e con esso la possibilità di avere una organizzazione comunista in italia per i prossimi decenni. Riportiamo l’intervento di Daniele Maffione membro del comitato politico nazionale del PRC e tra i primi firmatari dell’appello.

di Daniele Maffione

“In Europa, esiste lo spazio politico e sociale per ridare linfa al comunismo e dar vita ad un nuovo internazionalismo proletario. Gli apologeti si affretteranno a dire che il comunismo è superato, non è più autosufficiente, deve ripiegare al massimo in una dimensione culturale, in cartelli elettorali privi di natura programmatica ed a trazione leaderistica. Confutare questa tesi è semplice, poiché in 170 anni di lotte proletarie i due grandi eventi che hanno mutato la storia umana a favore delle classi subalterne non sono stati i governi di centrosinistra, ma la Comune di Parigi del 1871 e la Rivoluzione bolscevica del 1917.

In Italia, abbiamo conosciuto il Biennio Rosso, la Resistenza, il Sessantotto, il Settantasette… Ma ad essi sono corrisposti il Fascismo, i governi democristiani, la strategia della tensione, le leggi speciali.

La borghesia difende la proprietà privata ed i propri privilegi. Lo ha sempre fatto e continuerà con sempre maggiore asprezza a fare. Ma l’idea di ribaltare i rapporti di forze fra capitale e lavoro non si è esaurita. Al contrario, prende nuova sostanza nell’epoca in cui il neoliberismo accentua i propri tratti dittatoriali e genera le condizioni per una nuova precipitazione nella guerra guerreggiata.

La borghesia ha impiegato cinque secoli e tre rivoluzioni per prendere il potere (la riforma protestante, la rivoluzione di Cromwell in Inghilterra, la Rivoluzione francese). Lo ha sempre fatto appoggiandosi al proletariato, che ha poi finito con lo schiacciare nel nuovo assetto dominante del capitalismo.

Il proletariato ha cominciato da appena un secolo e mezzo la propria riscossa e nel Novecento ha costruito le proprie esperienze più significative, cui quanto prima dovremo trarre un bilancio. La lotta è appena agli albori. Ecco perché chi parla di “processi unitari”, non fa i conti con la storia, quanto piuttosto con le leggi elettorali.

Il tentativo di superare il capitalismo può e deve essere il frutto di un’azione politico-organizzativa cui bisogna ispirare il Partito della Rifondazione Comunista, da tempo relegato ai margini del conflitto sociale e condannato dal suo gruppo dirigente al codismo movimentistico e a schemi di subalternità elettorale.

L’auto-riforma del Partito non può vivere se non si supera un’impostazione verticistica e pattizia, che è stata alla base degli esperimenti unitari fin qui percorsi. L’unità è un valore da raggiungere, ma non certo tramite le leggi elettorali ed il superamento delle soglie di sbarramento.

Del perché questo dibattito non interessi soltanto la compagine di Rifondazione e gli “addetti ai lavori”, è presto detto.

In Rifondazione c’è chi sostiene che l’unità possa scaturire come condizione privilegiata soltanto attraverso la mobilitazione di massa contro il governo tecnico di Renzi, il conflitto di classe contro le riforme di austerità, lo smantellamento ideologico e sociale dei dogmi neo-liberisti europei.

Una posizione del genere irrita profondamente chi ritiene che il comunismo sia un movimento “culturale” da inscrivere nell’alveo della socialdemocrazia italiana, che è la peggiore d’Europa, poiché corrotta all’ideologia dominante e distante da tempo dalle esigenze materiali della classe lavoratrice.

Sulle tessere del PRC, ogni anno, viene stampata una frase di Karl Marx: “Il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”. E’ una citazione da un brano dell’Ideologia tedesca, scritta a quattro mani con Friedrich Engels, cui però seguiva un’ultima frase, altrettanto esplicativa della nuova filosofia rivoluzionaria: “Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente”.

 

Il comunismo è qui ed ora.

Questi semplici concetti, che si accompagnano alla richiesta di un rinnovamento radicale del PRC – posizione riassunta nella proposta di un Congresso anticipato- sono alla base del “Manifesto delle comuniste e dei comunisti di Rifondazione”, che tanto hanno fatto indignare i partigiani del processo costituente con Vendola e Fassina.

La principale critica dei nostri oppositori –di cui è bene tralasciare lo scherno denigratorio e gli insulti- risiede appunto nel titolo del Manifesto che quattro membri della Direzione e otto del Comitato politico nazionale hanno rivolto all’intera comunità di Rifondazione Comunista.

Ad oggi, l’appello ha raccolto, in poco più di una settimana, oltre duecento adesioni fra quadri intermedi e militanti di base, ivi inclusi alcuni esterni al Partito. A detta dei critici, intitolare un appello come “Manifesto delle comuniste e dei comunisti” sarebbe un oltraggio a tutti coloro che, pur iscritti, non sottoscrivono le tesi critiche di cui si fa latore il documento. Naturalmente, siamo di fronte ad un atteggiamento infantile e pretestuoso, che nulla ha a che vedere con le ragioni di fondo sollevate da un gruppo di compagne e compagni di diverse sensibilità del nostro articolato Partito.

Come a dire che chi critica i documenti, oltre il titolo, dovrebbe sforzarsi di apprezzarne il contenuto.

Sullo sfondo del nostro dibattito c’è la Grecia ed il fallimento di tutte le illusioni che la frustrata e marginale sinistra di alternativa italiana aveva riposto in Syriza e nella figura carismatica di Alexis Tsipras.

Dino Greco ha ben definito, nel suo intervento tenuto nella Direzione nazionale del 5/9 u.s., questo atteggiamento: “(…) sopravvive intramontabile, nella sinistra, un riflesso fideistico che impedisce di guardare in faccia la realtà quando questa mette in discussione personalità a cui ci si era votati”. Già. E’ meglio rimanere indifferenti quando si compiono degli errori sostanziali. Nella fattispecie, il ritenere riformabile l’Unione Europea e la istituzioni capitalistiche che ci governano.

In questo, maestri dell’auto-assoluzione e del disinvolto basculamento di linea politica sono proprio i protagonisti della “Costituente della sinistra” che si va palesando, che ha come punto critico il rapporto di amore ed odio verso il Partito di Renzi. Non a caso, quando salta fuori la discussione sul rapporto con Partito democratico, tutto rischia di sbriciolarsi in un momento. Meglio evocare l’unità. Quella è sempre ben vista dall’opinione pubblica di sinistra.

Tuttavia, i nobili propositi unitari dei “padri costituenti”, si infrangono proprio contro il muro della vicenda greca, dove il giudizio più onesto lo dà Stefano Fassina, in un’intervista rilasciata su “Il Manifesto” del 22/8: “né il pro­gramma con il quale Tsi­pras ha vinto a gen­naio né il risul­tato del refe­ren­dum sono stati rispet­tati. Adesso le ele­zioni sono inu­tili, un eser­ci­zio vir­tuale, una gin­na­stica senza scopo. Chiun­que vinca, il pro­gramma del pros­simo governo è scritto fino alle vir­gole nel memo­ran­dum. I mar­gini di mano­vra sono ridot­tis­simi. A breve, con o senza ristrut­tu­ra­zione del debito, il paese si tro­verà con più disoc­cu­pa­zione e con i pochi pezzi di appa­rato pro­dut­tivo che restano ceduti alla Ger­ma­nia. “

Ben diverso da quanto replicato nel documento di sostegno a Tsipras e Syriza, varato dalla segreteria nazionale di Rifondazione comunista il 7/9: “(…) Esprimiamo quindi il nostro pieno sostegno a Syriza e a Tsipras ed auspichiamo che possano vincere le prossime elezioni greche, dando vita ad una maggioranza parlamentare autosufficiente e quindi ad un governo in grado di contrastare nel concreto i contenuti antisociali presenti nel memorandum, di ristrutturare il Debito e di continuare la battaglia contro questa Europa neoliberista e i suoi trattati.”

E’ bene porre in rilievo che sul testo licenziato dalla segreteria PRC l’eurodeputata Eleonora Forenza ha votato contro. Fabio Amato, Responsabile esteri del Partito, si è astenuto.

Altro elemento contraddittorio. Sono le centinaia di adesioni di quadri intermedi e di base che hanno aderito all’appello contro il terzo memorandum e di sostegno al nascente soggetto della sinistra anticapitalista greca, “Unità popolare”, cui numerosi parlamentari, dirigenti e militanti di Syriza ed altre formazioni vanno aderendo.

Ma Ferrero, che come abbiamo visto non ha l’unanimità neppure in segreteria, sorvola e ribadisce il sostegno a Tsipras col carico a coppe… In questi termini, siamo di fronte ad un fenomeno politico contro cui Gramsci e Calamandrei si sarebbero scagliati con veemenza: l’indifferentismo!

Paolo Ferrero è un ottimo compagno. Ma non è più adeguato a svolgere la funzione di segretario politico di Rifondazione Comunista.

Lo dimostra una semplice constatazione. La maggioranza relativa di Rifondazione continua a sostenere- come un mantra- che si sta applicando al Partito la linea scaturita dal Congresso di Perugia. Eppure di acqua ne è scorsa sotto i ponti dal 2013 ad oggi.

Innanzitutto, perché l’elezione del segretario non fu frutto di una sintesi politica, ma di una rottura operata in seno alla maggioranza che ne aveva sostenuto le tesi.

In secondo luogo, perché il raffazzonato tentativo di costruire liste “unitarie” alle recenti elezioni regionali ha prodotto un quadro diversificato, ma comunque misero, in cui Rifondazione comunista rinuncia ai propri simboli, non elegge propri candidati, media al ribasso sui programmi elettorali, svanisce nell’immaginario collettivo.

Salvo poi, riscoprire utile l’organizzazione quando fa comodo: le raccolte firme, la chiusura delle liste, il protocollo di leggi di iniziativa popolare, i voti, le tessere. Ma nonostante contraddizioni ed errori, qui interviene, ancora una volta, il principio dell’indifferentismo. Bisogna andare avanti col processo unitario, a qualunque costo! Perché tanta ostinazione?

Ferrero tuona enfaticamente dai social network che 43mila e rotti cittadini hanno scelto di donare il 2x1000 al nostro Partito. Non è forse questo un esempio per dimostrare che il PRC ha ancora un radicamento militante, seppur minimo? Non è un episodio per dedurre del capitale politico ed umano legato a questo progetto?

Eppure, mentre si enfatizza l’elemento dell’elemosina sociale per tenere in vita il Partito, non si dice che il Partito ha dismesso circa l’85% del proprio patrimonio immobiliare per sorreggere i costi di penose campagne elettorali.

La risposta è da balbuzie. Nella lettura del segretario, si giustappone il tema del finanziamento pubblico con il “radicamento nelle lotte”. Sarà, ma senza una strategia di rilancio politico della nostra organizzazione, tessere e donazioni diverranno sempre più sporadiche. A chi solleva delle critiche, viene risposto che nel 2016 si terrà il Congresso del Partito. Ma il punto è che fra pochi mesi si andrà al voto per il rinnovo di alcune amministrazioni locali significative, fra cui Milano e Napoli. Inutile aggiungere che il processo costituente scaturisce non certo dalla linea varata al Congresso di Perugia, bensì dagli spostamenti di Civati, Fratoianni e Fassina. Il gruppo dirigente del PRC è alla canna del gas e ne è perfettamente consapevole.

Dopo il naufragio dell’Altra Europa, affidata alle mani di Revelli, si ignora il tema dell’autentica ricostruzione di una sinistra di alternativa che abbia una presa egemonica sulle classi subalterne del nostro Paese.

Chi ha aderito al “Manifesto delle comuniste e dei comunisti” ha avviato una profonda riflessione sulla impossibilità di riformare il capitalismo italiano ed europeo e sulla necessità di trovare una nuova via per la Rivoluzione in Occidente, che coinvolga i popoli del Mediterraneo.Si potrà rinviare il problema, scaricare insulti su chi solleva obiezioni, fare gli “opinion makers” che siedono al tavolino degli illuminati fuoriusciti dal Partito Democratico. Ma l’obiezione sollevata da una parte consistente di Rifondazione comunista non può essere ignorata. Oltre alla battaglia per il rinnovamento politico, generazionale e di genere del Partito, si affiancherà una battaglia più complessiva ed impellente per costruire una rete anticapitalista nel Paese, che intercetti il dissenso che serpeggia nelle organizzazioni costituite ed il malessere sociale.

Scrive bene Cristina Quintavalla, in un articolo on-line (“C’è vita a Sinistra!”) pubblicato il 10/9 sul sito del Collettivo Stella Rossa: “Tanta parte della (ex)sinistra da troppo tempo considera quello capitalistico come l’unico e insuperabile sistema economico possibile. A questa sorta di “fine della storia” in tanti hanno immolato la loro verginità politica, diventando più realisti del re, teorizzando liberalizzazioni, privatizzazioni, cogestioni, precipitando senza rete nelle braccia delle classi dominanti, vezzeggiate, inseguite, servite, con la lingua penzoloni, come cani che aspettano la carezza dal padrone.”

La sferzante affermazione di una delle fautrici dell’Altra Europa è obiettiva, concreta, consapevole. Non a caso messa al bando da chi si auto-rappresenta come “gruppo dirigente”.

Nessuno può pensare che esistano scorciatoie elettorali o tatticismi politici. Il comunismo deve recuperare i principi rivoluzionari elaborati da Marx e sviluppati da Lenin. Non è nei palazzi dei padroni che cambieremo le sorti degli oppressi, ma tornando a parlare la loro lingua e guidandone le loro rivendicazioni.”

L’appello “per un manifesto dei comunisti e delle comuniste di Rifondazione”

11/09/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Daniele Maffione

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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