Un risultato per nulla scontato

Se la nascita di Potere al Popolo ha avuto il grande merito di centrarsi sulla conflittualità sociale, è esattamente sul medesimo solco che il progetto deve proseguire.


Un risultato per nulla scontato Credits: “Rinascere” scultura di Carmine Tisbo (www.ioarte.org)

Dalle elezioni politiche del 4 marzo si può indubbiamente ricavare un quadro generale all’interno del quale, tra le varie considerazioni possibili e importanti, spiccano alcuni dati in particolare: innanzitutto una avanzata preoccupante delle destre che implica una emergenza democratica cui fare fronte; la crisi fortemente avvertita dalle classi popolari al cui disagio e confusione fa riscontro la politica gentista e contraddittoria del M5S; la progressiva e inesorabile erosione della presenza nella società e della capacità egemonica dei comunisti e della sinistra d’alternativa, a prescindere dal tipo di percorso elettorale intrapreso; la sconfitta ancora più evidente e profonda del ceto politico opportunista in eterno tentativo di auto-riciclarsi in contenitori vacui come quello di Liberi e Uguali.

Dinnanzi ad ognuno di questi dati, la risposta è sempre la stessa: i comunisti devono ripartire. “Ripartire” è un termine che si è coniugato sin troppe volte e con sin troppa facilità, non portando mai, però, ai risultati sperati. Si badi, i “risultati” in questione ben poco hanno a che vedere con quelli esclusivamente elettorali: checché se ne dica, comunque, quell’1,13% incassato da Potere al Popolo – se è certamente assai poco serio definirlo un “miracolo” o una “soddisfazione” – rappresenta comunque un dato per nulla scontato di scelta consapevole, dinnanzi ad un effettivo trionfo plebiscitario del voto di protesta incosciente di sé e completamente allo sbando, rappresentato dal risultato di Lega e 5 stelle.

Dunque quali sono i risultati che ci interessano? Sono quelli che premiano il lavoro militante, quello in cui molte e molti compagni sono costantemente impegnati da tempo su svariati fronti e che è indispensabile per scendere al livello delle problematiche reali, per comprenderle e analizzarle con le forme adatte, per incarnare i disagi concreti e intercettare, con pazienza, metodo e organizzazione, le risposte adeguate. In altri termini, il lavoro che si propone di svolgere un partito comunista dinnanzi alle problematiche dell’oggi.

In questo senso, non ha oggi nessun riscontro concreto né il tentativo di far ostinatamente rivivere (addirittura nelle sue forme più “estetiche”) il partito che fu, né quello di modificare geneticamente la sua missione storica, attraverso acrobazie opportunistiche che mirano ad aggirare il necessario lavoro sociale e qualitativo da svolgere attraverso mere aggregazioni di soggetti privi del necessario radicamento sociale finalizzate unicamente a raggiungere i numeri utili per un seggio.

Ripartire, dunque, dalla costruzione della nostra reale presenza nella società che lavora, che non lavora (ma vorrebbe farlo), che ha lavorato, che studia, e via discorrendo. Un lavoro che sarà molto lungo ma comunque non eludibile. Non più. Per i comunisti, il fatto di ritrovare la propria bussola, sforzarsi per studiare, comprendere e affrontare quanto ci circonda, riaggregarsi sulla base di questa esigenza e non della sopravvivenza della specifica parrocchia, ritornare a cercare una sintesi per riuscire – di nuovo – a rappresentare una guida per le persone, una alternativa credibile, in una parola ripartire, è un imperativo.

Lo impone il fatto che solo i comunisti hanno gli strumenti per arginare la pericolosa violenza, effettiva ed ideologica, del fascismo, e ricacciarlo da cui è rispuntato; lo impone il fatto che se alcuni sono riusciti a parlare, come si suol dire, alla “pancia” delle persone, solo i comunisti hanno gli strumenti per risalire da questa ai loro cervelli e alle loro coscienze, perché solo i comunisti hanno la capacità e il metodo per decostruire le narrazioni irrazionalistiche ed ideologiche di cui si serve il nemico per ridurre le persone alla subalternità inoffensiva; lo impone, infine, il fatto che solamente i comunisti hanno gli strumenti teorici per comprendere e spiegare gli infiniti modi in cui nel modo di produzione capitalista sono mascherati i meccanismi principali, ribaltati soggetti e predicati, raggirati, ingannati, derubati, strumentalizzati i lavoratori. Ed il partito ha esattamente la finalità di organizzare il modo in cui nella prassi politica di ogni giorno un tale armamentario teorico possa avere la possibilità di prendere coscienza di se stesso ossia di essere efficace in termini rivoluzionari, evitando quindi il “fare tanto per fare” o il mero pensiero che non si dialettizzi con la realtà.

Se, dunque, la nascita di Potere al Popolo ha avuto il grande merito di aver ricondotto sul piano centrale della conflittualità sociale il fattore identificativo dei e delle comuniste, è esattamente sul medesimo solco che il progetto deve proseguire. I motivi li abbiamo appena indicati, e comunque non basterebbero interi libri per illustrare quanto la lotta di classe non solamente è in corso ma la sta stravincendo il nemico, come ha detto qualcuno, e come e con quali caratteristiche si presenti innanzi a noi una fase che forse avrà bisogno di ulteriori contributi per essere inquadrata e sondata al meglio ma che, comunque, presenta al fondo le medesime principali contraddizioni e gli stessi nemici di un tempo, da sconfiggersi con le medesime parole d’ordine dell’anticapitalismo, antimperialismo e antifascismo. Parole d’ordine che vanno riprese, sviscerate, comprese e praticate dosando, certamente, tattica e strategia, ma senza contraddirle, edulcorarle o storpiarle come, purtroppo, si è visto fare in passato.

È necessario valorizzare gli elementi e gli aspetti positivi emersi con Potere al Popolo. Per questo motivo auspichiamo che questo percorso sia in grado di proseguire attraverso meccanismi che garantiscano la continuazione del lavoro nei differenti ambiti - con ampia espressione e rilevanza decisionale delle istanze provenienti da questi livelli di base - che possano entrare in costante e sistematico dialogo e coordinamento reciproco, a prescindere dalle singole appartenenze che compongono le diverse realtà presenti.

Ed infine, anche se si spera che la precisazione che segue sia lapalissiana (repetita iuvant!), auspichiamo, che non si debba sprecare più nemmeno un minuto per spiegare a coloro che in passato hanno tentato in tutti i modi di vaporizzare i comunisti nei più spregevoli teatrini con le mummie ultra-sconfitte di LeU, che i loro servigi sono definitivamente conclusi.

Visto che, come d’altra parte recita il motto post elezioni, “indietro non si torna”.

17/03/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: “Rinascere” scultura di Carmine Tisbo (www.ioarte.org)

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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