Uno sciopero decisivo contro l’ennesimo attacco alla scuola pubblica

Si profila un aumento dei carichi di lavoro per i docenti e una decurtazione del potere d’acquisto dei salari, insieme al taglio di migliaia di cattedre. Se insegnanti e sindacati non sapranno rendere efficace lo sciopero del 30 maggio, rischiano una sconfitta da cui sarà difficile rialzarsi.


Uno sciopero decisivo contro l’ennesimo attacco alla scuola pubblica Credits: https://www.orizzontescuola.it/sciopero-scuola-10-dicembre-aggiornamenti-in-tempo-reale-live-blog/

L’attuale governo, in continuità con i precedenti, mira ad aumentare l’orario, i ritmi e i carichi di lavoro dei docenti e a diminuire ulteriormente il potere d’acquisto dei loro già magri salari con risibili proposte di “aumento”, ben al di sotto di un’inflazione che ha ripreso e non accenna a smettere di aumentare. In tal modo, si fa l’esatto contrario di quanto andrebbe fatto a rigor di logica e sulla base del sano buon senso umano, in quanto invece di ridurre l’orario, i ritmi e il carico di lavoro – per poter finalmente assumere i troppi precari e idonei disoccupati, aumentando la qualità dell’insegnamento – si mira a ridurre ulteriormente il numero degli occupati, dequalificando la scuola statale a vantaggio delle private e parificate. In tal modo si mira a una ulteriore depoliticizzazione degli insegnanti che non potranno che formare degli alunni ancor più depoliticizzati, portando così alle estreme conseguenze la restaurazione oligarchica che sta cancellando anche quel poco di democrazia sopravvissuta alle drammatiche vicende degli ultimi decenni. Dovendo perdere sempre più tempo in pratiche dequalificanti e avvilenti e avendo sempre meno tempo e risorse per potersi adeguatamente riprodurre come forza lavoro, il corpo insegnante sarà ancora più difficilmente in grado di contrastare le forze della restaurazione liberista intente a negare ogni residua parvenza di libertà d’insegnamento.

Certo, solo una parte delle ore di formazione imposte sarà obbligatoria, mentre la restante sarà volontaria a eccezione dei neo immessi in ruolo. Si tratta della consueta trappola in quanto si colpiscono in primis i lavoratori più deboli, ma poi, non potendo esserci delle differenze fra lavoratori pubblici, tali misure saranno estese a tutti.

Le ore di formazione aggiuntive non mirano a implementare una modalità critica di comprendere la realtà e di trasmetterla ai discenti, coinvolgendoli di più nel dialogo educativo, ma puntano a un indottrinamento sempre più pervasivo dei docenti sulla base di una ideologia volta a cancellare la possibilità di svolgere adeguatamente un programma e a mediare degli indispensabili contenuti. Al contrario programmi e contenuti vengono sempre più denigrati come piombo nelle ali della “moderna” didattica importata dal mondo ultraliberista anglosassone e finalizzata a rendere gli alunni sempre più “competenti” nel divenire il più malleabili e flessibili possibile per meglio farsi sfruttare nel mondo del lavoro, rimanendo subalterni sul piano culturale.

In tal modo l’idea stessa di un necessario aggiornamento sui contenuti delle proprie discipline viene esclusa, a favore dello sviluppo di una didattica sempre più asservita a quelle nuove tecnologie che mirano a rendere sempre più superflua, anche nel campo dell’insegnamento, la forza lavoro viva, sempre più sostituibile con il lavoro morto standardizzato delle macchine. Peraltro ogni possibilità di autogestione, di autoformazione e di libertà di aggiornamento viene negata, mirando a imporre un centralismo burocratico, in cui a indottrinare gli insegnanti provvederanno i grandi think tank del capitale finanziario, a partire dalla Fondazione Agnelli, passando per l’Invalsi e l’Indire.

D'altronde tutte queste forme di didattica in teoria improntate a tener conto dei bisogni individuali e speciali dei discenti – dinanzi al fatto che tutti gli ultimi governi hanno perpetrato il miope proliferare delle classi pollaio – si dimostrano essere mera propaganda, fumo negli occhi o buoni propositi di cui sono lastricate le vie dell’inferno.

Inoltre anche questa nuova controriforma mira a depotenziare e a svuotare di senso i decisivi organi collegiali, la conquista più importante dei lavoratori della scuola italiani, imponendo una sempre più rigida e piramidale gerarchia fra colleghi. Anche il minimo residuo di coscienza di classe e le sopravvissute pratiche solidaristiche, debbono essere compiutamente estirpate e soppiantate dalla più sfrenata concorrenza. Del resto i poteri forti – i reali architetti di questo decennale processo di dequalificazione della scuola statale – mirano a dividere, a differenziare, a sviluppare artificialmente un vero e proprio stato di conflitto fra colleghi, per imporre la legge del più forte, dove ognuno è portato a comportarsi come un lupo nei riguardi degli altri. Così, proprio mentre il lavoro e le forze produttive si sviluppano sempre di più attraverso la socializzazione, si finiscono al contrario per favorire le attitudini maggiormente individualiste e asociali.

Peraltro in sempre maggiore misura per far carriera ed entrare nel cerchio magico della dirigenza, gli insegnanti debbono estraniarsi sempre più dalla propria identità, missione e vocazione per divenire strumenti di quel sistema che mira a dequalificare i lavoratori della scuola pubblica. Per favorire tale processo, riproducendo un meccanismo centrale del neoliberismo, si aumentano sempre più le differenze nello stipendio fra chi svolge una funzione sempre più manageriale e chi continua a svolgere l’importantissima funzione sociale per la quale si è formato ed è stato selezionato e assunto.

Ecco che gli intenti improntati al più sfrenato darwinismo sociale di Brunetta trovano una piena realizzazione nella soglia massima del 40% di insegnanti che potranno risultare promossi nei corsi triennali di formazione e così avere accesso a un bonus, una tantum, pagato con il taglio di migliaia di cattedre e con l’azzeramento della carta docente, volta a finanziare la formazione dell’intero corpo insegnante. Si ha così l’assurdo principio che finisce per disincentivare la stessa sbandierata meritocrazia, in quanto si devono impiegare una quantità spropositata di energie per ottenere un risultato, anche sul piano del reddito, misero e sproporzionato. Perciò alla fine a essere premiati saranno proprio i peggiori, cioè coloro che sono disponibili a gettarsi anima e corpo in un lunghissimo percorso del tutto antieconomico. Quale studente meritevole, peraltro, accetterebbe di dedicarsi a una professione in cui nel corso degli anni aumentano sempre più i carichi di lavoro dequalificanti e diminuisce il potere d’acquisto indispensabile per riprodurre una forza lavoro all’altezza del centrale compito che è chiamata a svolgere.

In barba a qualsiasi principio meritocratico, se in una scuola poniamo ci sia un 80% di docenti che ha portato a termine il percorso triennale di formazione, quanto meno la metà dovrà essere ingiustamente e immotivatamente bocciata da un comitato di valutazione, inoltre presieduto da un dirigente scolastico di un’altra scuola, tanto da rendere ancora più arbitrario e standardizzato il processo di selezione.

Cosa ancora più grave e assurda, il 40% di “bocciati”, sebbene meritevoli, neanche dopo tre anni di ulteriore formazione, se nuovamente idonei, potranno vedersi riconosciuta la agognata e sudata “promozione”, in quanto la legge prevede che non sia possibile attuare il criterio democratico e di buon senso della rotazione. In tal modo dopo sei anni il 40% dei docenti che hanno portato a termine il loro processo di formazione si ritroverebbe di nuovo “bocciata”, se per caso fra i meritevoli risultassero ancora il 40% arbitrariamente promosso nel triennio precedente.

In aggiunta, è più che probabile che i docenti che prenderanno parte al percorso triennale di formazione, saranno alla fine meno in grado di portare a un effettivo miglioramento dell’offerta formativa, in quanto non avranno avuto necessariamente il tempo – rispetto a chi ha rifiutato questo controproducente indottrinamento – di prepararsi le lezioni, aggiornarsi sulle materie da insegnare, sviluppare il proprio pensiero critico, affinare la propria capacità di valutazione ecc.

Così, anche in questo caso, siamo dinanzi a un proseguimento di quella controriforma della scuola pubblica statale ancora una volta funzionale ad attaccare e disincentivare le poche pratiche e attività didattiche che ancora riescono a funzionare, nonostante questo costante e continuo processo di dequalificazione. Non a caso anche quest’ultima controriforma del “governo dei migliori” è stata imposta non solo senza coinvolgere, ascoltare e invitare a partecipare il mondo della scuola, ma apertamente contro di esso. Tanto più che si tratta di imporre ancora una volta attività aggiuntive non pagate, a costo zero per il Ministero dell’economia, che ormai etero dirige il volutamente e colpevolmente impotente Ministero dell’istruzione, d'altronde sempre più governato da economisti. Senza contare che ormai praticamente ogni anno viene stravolto il sistema di reclutamento, rendendo sempre più arduo per i meritevoli prepararsi in modo adeguato all’immissione in ruolo.

Del resto, anche nel caso di quest’ultima controriforma si segue il meccanismo che si è rivelato vincente nei precedenti casi. La controriforma viene calata dall’alto e si pone degli obiettivi irrealizzabili, tanto sono classisti e impopolari. Così se l’attacco viene di fatto portato avanti nel modo più aggressivo, le sue dinamiche interne vengono presentate in una modalità scarsamente determinata e volutamente ambigua. Si tratta del solito esperimento sociale in cui si provoca la controparte, in questo caso il mondo dei lavoratori della scuola, per saggiare la sua forza e capacità di reazione. Sulla base di quest’ultima sarà possibile ricalibrare, determinando meglio e rendendo più chiari i punti da colpire e gli obiettivi da praticare.

Peraltro i governi si presentano sempre più quali avanguardie di una forma di direzione vieppiù autoritaria, per cui si va avanti nel proprio intento controriformistico a dispetto di tutto, pure quando sostanzialmente l’intero mondo della scuola si mostra contrariato, come si è visto in modo esemplare con la sedicente “Buona Scuola”. In tal modo si vuole convincere la controparte che ogni forma di resistenza è vana e impotente e in particolare che l’arma più efficace dei lavoratori, lo sciopero, sarebbe ormai spuntata.

Tale attacco ideologico va assolutamente contrastato, in effetti la “Buona Scuola” ha avuto effetti devastanti sulla scuola statale proprio perché gli essenziali risultati conseguiti dalla mobilitazione di massa che ha prodotto non sono stati, colpevolmente, valorizzati dagli stessi lavoratori che li avevano conquistati, anche per la scarsa determinazione dei loro rappresentanti. Perciò dinanzi a questo attacco e di fronte alla prima risposta che potrebbe essere adeguata alla virulenza dell’attacco, cioè lo sciopero indetto da tutti i sindacati maggiormente rappresentativi, è di vitale importanza convincere i colleghi di quanto questa mobilitazione sia dirimente. Del resto non si può pensare di tenere testa a un attacco così radicale con uno sciopero che non sia all’altezza della posta in palio. Partire con il piede sbagliato produrrebbe un micidiale effetto boomerang, diminuendo ancora di più il già basso morale – decisivo per le sorti di ogni conflitto – degli insegnanti.

Naturalmente l’insegnante dignitoso che avrebbe la possibilità, scendendo in campo, di cambiare gli attuali rapporti di forza sfavorevoli, deve essere convinto che il suddetto sciopero possa incidere. Da questo punto di vista, la prospettiva di organizzare separatamente i pochi lavoratori con un briciolo di coscienza di classe, facendoli convergere su un’altra data precedente, che non poteva che avere un valore di mera testimonianza, si rivela essere una cura peggiore del male che intenderebbe sanare. Un ennesimo sciopero inefficace, alla vigilia di uno sciopero oggettivamente tanto importante, non può che produrre un risultato opposto alle buone intenzioni di chi lo ha indetto.

D’altra parte i sindacati maggiormente rappresentativi devono essere spinti a investire quanto necessario per far conoscere ai lavoratori le ragioni e la decisiva importanza di questa prima giornata di lotta. Essenziale è che i lavoratori più coscienti e consapevoli facciano di tutto per organizzare un’assemblea in ogni posto di lavoro, supplendo ancora una volta alle gravi carenze delle organizzazioni sindacali. L’organizzazione di assemblee autoconvocate è decisiva anche per aggirare l’impostazione data dai sindacati maggiormente rappresentativi alla mobilitazione, troppo incentrata sul fatto, per quanto grave, che il governo ha ancora una volta preso delle decisioni senza consultare i sindacati. Se per i sindacalisti questa è una questione dirimente, non è lo stesso per un lavoratore, poco interessato a una consultazione dei sindacati che in assenza di una mobilitazione non può che produrre una semplice attenuazione del colpo subito. Allo stesso modo la ricetta indicata dai sindacati maggiormente rappresentativi di restituire la questione della formazione all’autonomia scolastica, rischia di trovare scarsi consensi fra i lavoratori che potrebbero decidere di scioperare. Non solo in quanto i più coscienti sanno che l’inizio di questo ciclo rovinoso di controriforme è da individuare proprio nell’autonomia scolastica, ma perché nei singoli posti di lavoro è oggettivamente difficile contrastare le controriforme di cui si fa generalmente strumento la dirigenza. In effetti proprio perché demandata all’autonomia una formazione di fatto obbligatoria, al di fuori dell’orario di lavoro e non retribuita, è già in atto. Questo non può che portare i lavoratori meno coscienti a ritenere che la retribuzione una tantum promessa dal governo per i più meritevoli sia una riforma piuttosto che una controriforma. Infine anche il fatto che i premi per i meritevoli sono finanziati con il taglio delle cattedre di potenziamento rischia di non fomentare la risoluzione alla lotta. Questo frutto avvelenato offerto da un governo guidato dal Pd, ha di fatto impedito che i nuovi assunti, spesso impiegati come meri tappabuchi per coprire le classi scoperte, potessero cominciare a curare la piaga delle classi pollaio.

 

27/05/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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