Prima che la notte

La tragica storia di una temeraria redazione che ha preteso di invertire il corso del mondo con un’impresa editoriale.


Prima che la notte Credits: https://www.panorama.it/televisione/serie-tv/prima-che-la-notte-il-film-tv-di-rai-1-su-pippo-fava/

Un gran bel film per la televisione di Daniele Vicari, certamente migliore di alcuni realizzati dallo stesso regista per il cinema. Il film è solido, ben costruito, ben interpretato – a partire dal protagonista, un Fabrizio Gifuni in stato di grazia –, piuttosto avvincente ed emozionante. Inoltre è un film, per il tema trattato e per il modo di trattarlo, controcorrente fino quasi alla fine, in cui si piega completamente all’ideologia dominante e all’industria culturale, nei fatti abiurando, spaventato, il vertice di denuncia del legame organico fra mafia e poteri forti nel nostro paese che aveva appena finito di illustrare.

Il film è la storia di Pippo Fava da quando, dopo una lunga e intensa parentesi nel continente, torna a stabilirsi nella sua nativa Sicilia e qui – prima che la notte cali del tutto su quel grande periodo di movimenti sociali e di lotte che aveva caratterizzato la vita politica e culturale nel nostro paese nei decenni precedenti – dà vita a una coraggiosa sfida editoriale al potere costituito. Che si trattasse di un’impresa quasi impossibile, perché iniziata fuori tempo massimo, ovvero proprio all’inizio di quei terribili anni ottanta caratterizzati dal reflusso, lo si vede dalle insormontabili difficoltà che incontra nel coinvolgere nella propria impresa editoriale amici e compagni della sua giovinezza. Tutti ormai tengono famiglia, si sono convertiti in uomini del corso del mondo e non possono che considerare con scetticismo l’ardore giovanile che non si è spento nel loro compagno e amico di un tempo, ma che, al contrario, è maturato al punto da poter sfidare a viso aperto i poteri forti che dominano, ormai incontrastati, la sua terra natia.

Per uscire dall’impasse Fava non può che far affidamento sull’energica voglia di farsi strada di un gruppo di inesperti e, spesso improvvisati giovanissimi giornalisti che, anche per ragioni anagrafiche, non hanno rinunciato agli ideali giovanili, non sono ancora stati plasmati dall’ideologia dominante in cinici uomini del corso del mondo, ma mantengono vivo quello spirito dell’utopia indispensabile a mettere in discussione l’ordine costituito. Animati dall’ancora ingenua etica professionale per cui compito del giornalista è far emergere la verità, in quanto tale rivoluzionaria, la coraggiosa redazione fa ben presto la tragica esperienza che essa è da anni sepolta da strati di omertà e mistificazione che farla riemergere è impresa erculea, paragonabile a quella di ripulire le stalle di Augìa.

In effetti, nonostante la piovra mafiosa abbia assunto il pieno controllo delle principali strutture economiche del territorio, dagli appalti pubblici al traffico internazionale di stupefacenti – decisivo nella sconfitta del movimento giovanile e studentesco – può agire in modo del tutto indisturbata da parte degli apparati repressivi dello Stato, del potere politico, degli alti funzionari pubblici e della stessa società civile che ne negano, a Catania e più in generale nella Sicilia orientale, la stessa esistenza.

Quindi i mafiosi, in nome del rafforzamento di rapporti di proprietà e produzione sempre più irrazionali, in quanto fondati essenzialmente sulla violenza, possono impunemente impedire lo sviluppo delle forze produttive, condannando un’intera regione, potenzialmente ricchissima, al sottosviluppo, in quanto pare venuto meno lo stesso principio speranza in un mondo migliore. La tenebra dell’immediato ha preso così tanto il sopravvento sullo spirito di utopia che, in un ambiente malsano e corrotto sino alle midolla – a opera dei gruppi sociali dominanti –, anche fare semplicemente il proprio dovere di cronista richiede una tempra eroica o la sovversiva ingenuità fanciullesca che non comprende le conseguenze dirompenti nel suo spontaneo rilevare e rivelare che il re è nudo.

La prima tragica esperienza, che i nostri intrepidi cronisti dovranno affrontare, è il muro di gomma delle istituzioni e della grande maggioranza degli stessi apparati repressivi dello Stato, che si rifiutano di vedere anche gli aspetti più drammaticamente evidenti che la collusione fra istituzioni dello Stato e malavita organizzata hanno prodotto, dagli scenari bellici causati dalla guerra di mafia, alla deprimente devastazione di paesaggi unici al mondo. Del resto, vista la piena connivenza fra vertici istituzionali, politici e delle forze dell’ordine, con i veri capi banda mafiosi, a partire dagli onnipotenti palazzinari, i membri della malavita organizzata sono colpiti unicamente da faide interne, per la spartizione del malloppo: dai grandi appalti al traffico di droga. Dinanzi ai quali, sebbene divengano sempre più devastanti e cruenti con l’accrescersi della posta in gioco, la reazione delle istituzioni si limita alla presa d’atto di rese dei conti fra gruppi di malviventi, che più che segnali di un problema, vengono spacciati come sua possibile soluzione. Ad apparire sospetti sono, dunque, i giovani e ingenui cronisti che non cessano di stupirsi dinanzi a questa escalation della violenza mafiosa, in quanto non si accontentato della verità mutilata comunemente accettata dalla narrazione istituzionale, ma pretendono di risalire agli interessi reali in gioco, di carattere strutturale, ovvero sociale ed economico. In tal modo, finiscono con il risalire, quasi inavvertitamente, ai mandanti delle stragi di mafia, chiamando in causa quei poteri forti che sono, dal punto di vista dei guardiani dell’ordine stabilito – per quanto irrazionale sia esso divenuto – in quanto tali intoccabili, anzi, nel caso in questione, innominabili.

La redazione – composta essenzialmente da cavalieri della virtù sempre più eccitati nella loro temeraria sfida all’ordine costituito, che altro non è che il disordinato e apparentemente irrazionale corso del mondo – fa così esperienza dei metodi repressivi posti in campo dal potere costituito a difesa dei grandi e, perciò, intoccabili privilegi, per quanto sporca e sanguinaria possa essere stata la loro accumulazione originaria. Ecco così piovere le accuse di donchisciottesco idealismo, di visione ideologica e, dunque, faziosa della realtà, di complottismo, di cieco moralismo che mette in questione gli stessi cardini su cui gira l’economia. Ecco i tentativi di isolamento da parte di quelle classi dominanti, da cui dipende l’ideologia dominante, che fa apparire come dei pericolosi mestatori e sovversivi coloro che, in nome della propria etica professionale, si ostinano nella ricerca di una verità, per quanto scomoda e destrutturante possa essere nei confronti dell’ordine stabilito.

Non possono mancare gli atti intimidatori, sempre più violenti, accompagnati da tentativi di corruzione sempre più pervasivi, in grado di mettere in questione la stessa unità della redazione, in particolare quando interviene l’editore imponendo, nel modo più smaccato, i rapporti di forza a lui favorevoli. In tal modo anche gli ingenui ideali della redazione, quali la libertà di stampa, di pensiero, di parola sono violentemente e apertamente messi in questione dai potentati economici, che puntano al monopolio dei mezzi di produzione e di distribuzione delle notizie e della stessa “verità”.

Cercando di sfruttare le naturali piccole ambizioni di giovani, che hanno bisogno di un posto di lavoro salariato per poter continuare a riprodursi come giornalisti, con le necessarie cure da dedicare alla propria giovane prole, gli editori riaffermano la propria proprietà monopolistica dei mezzi di produzione, impedendo al “cattivo maestro” Pippo Fava, il caporedattore, di mettere di nuovo piede nello stesso edificio in cui ha sede il giornale. La maggioranza della redazione però non si spacca, anteponendo le grandi ambizioni, di riaffermare una verità storica da troppo tempo mistificata e mutilata, alle proprie piccole ambizioni, per quanto naturali e legittime, di giornalisti in carriera e padri di famiglia. Passano così all’occupazione a oltranza del giornale, impegnandosi in un duro braccio di ferro con gli editori, che solo dei giovani e ingenui cavalieri della virtù come loro credono di poter vincere da soli, ovvero con il sostegno dell’opinione pubblica.

Intrisi di idealismo borghese incentrato sugli inviolabili diritti naturali dell’uomo, immaginano che una generale indignazione della società civile, consenta di sconfiggere chi vi antepone, cinicamente, i meri rapporti di proprietà. Tali pregiudizi democratici e piccolo borghesi, propri in particolare del ceto medio riflessivo e di cotesti intellettuali tradizionali, crede vanamente di potersi imporre in quanto è dalla parte della virtù, senza tenere conto dei rapporti di forza alla base dei conflitti sociali e della necessaria politica delle alleanze. In tal modo fanno l’amara scoperta di essere abbandonati dall’idealizzata opinione pubblica e società civile ed essendo intellettuali disorganici alle classi subalterne, cui non hanno mai guardato in funzione di una necessaria politica delle alleanze, si trovano con le spalle al muro.

Da tale ginepraio, in cui si sono incautamente cacciati nella loro lotta contro i mulini a vento, ne vengono apparentemente fuori con la proposta del loro “cattivo maestro” che li incita a un esodo dai rapporti di produzione capitalistici verso la terra promessa, propria del socialismo utopista, dell’autogestione e dell’autoproduzione. In tal modo l’impresa editoriale può riprendere con rinnovata forza e imprudenza, dovuta a una visione del mondo inguaribilmente idealista che coglie i maggiori spazi di autonomia produttiva in una testata autogestita, senza dare il dovuto peso al restringersi dei margini materiali di autonomia, visto che un giornale autoprodotto non può vincere la concorrenza degli organi di regime, foraggiati dalla pubblicità, che è “naturalmente” negata a un organo di opposizione.

I fatti hanno la testa dura, soprattutto per chi, come i giovani redattori tiene famiglia e ha, quindi, una forza lavoro da riprodurre mediante l’educazione di una prole che ha dei bisogni che debbono essere necessariamente soddisfatti. Nascono così le prime frizioni fra i redattori – non più così giovani da seguire, in nome del proprio ingenuo idealismo, il proprio cattivo maestro – e quest’ultimo, che da inveterato cavaliere della virtù si ostina a voler affrontare in campo aperto un corso del mondo che procede in senso diametralmente opposto, visti i rapporti di forza fra le classi che l’intellettuale tradizionale si rifiuta di considerare.

In tal modo quest’ultimo finisce, come in ogni realistica tragedia, a essere per quanto inconsapevolmente l’artefice del proprio tragico e necessario destino, che si è a poco a poco preparato continuando a sfidare in modo sempre più aperto il corso del mondo, senza operare per ribaltare, per quanto possibile, i rapporti di forza sociali e politici. Vediamo così che non solo i vecchi compagni e amici che, passati dalla parte del cinico corso del mondo, lo mettono in guardia dinanzi al tragico destino che si sta preparando, ma lo stesso fanno i suoi più stretti parenti e, in qualche modo, gli stessi membri più giovani della redazione.

Così, confidando troppo nel proprio stare dalla parte giusta, Pippo Fava porta a compimento il proprio tragico destino pronunciando, in diretta tv, la propria condanna a morte, ovvero denunciando, nel salotto televisivo mainstream di Enzo Biagi, che la vera mafia non è quella, generalmente condannata, di quei membri delle classi dominate che si piegano a svolgere il lavoro sporco e, finiscono così, per essere talvolta sacrificati, ma è costituita dagli stessi poteri forti, che sono alla guida di una sistema sempre più irrazionale e corrotto.

Se fino a qui la grande e terribile tragedia storica di Pippo Fava è magistralmente, in quanto realisticamente, rappresentata, il finale è del tutto posticcio, ovvero è non solo irrealistico, ma del tutto inverosimile, ai livelli del cinema Hollywoodiano in cui l’autore è del tutto escluso dal final cut che, posto sotto il pieno controllo del produttore, non può che riaffermare – a costo di ripudiare tutto lo svolgimento precedente – il pensiero unico dominante.

Abbiamo così, in una rappresentazione del tutto mistificante, una catarsi prodotta proprio da quei poteri dominanti – che Fava aveva appena denunciato, a costo della sua stessa vita, come il vero fondamento della malavita organizzata – che fanno piena giustizia, arrestando tutti i boss mafiosi denunciati dai giovani redattori. Vero e proprio deus ex machina abbiamo, quindi, l’intervento di apparati repressivi del sano nord, piemontesi, che sostituendosi ai collusi apparati dello Stato meridionali fanno giustizia, addirittura ringraziando i giovani redattori per averli permesso di porre fine a questa incresciosa anomalia di una sistema essenzialmente sano. Siamo, dunque, difronte a una del tutto inaccettabile soluzione di stampo leghista d’antan.

Rimaniamo, così, dinanzi al tragico dilemma posto da Brecht dinanzi all’abiura di Galilei, ovvero si tratta di un mero espediente tattico per realizzare comunque un’opera di denuncia, facendosela distribuire dalla stessa industria culturale, o si tratta dell’ennesimo tradimento del chierico, dell’intellettuale tradizionale, che nel momento in cui lo scontro si fa duro, preferisce sempre ripiegare sulla propria classe – dominante – di provenienza. Come è noto, tanto Brecht, quanto Gramsci finiscono per propendere decisamente per questa seconda spiegazione.

30/06/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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