Breve storia della mafia – Ultima parte

Concludiamo questa storia affrontando la forma sommersa e integrata che ha assunto la mafia.


Breve storia della mafia – Ultima parte Credits: http://www.agesci.it/2016/03/10/xxi-giornata-della-memoria-e-dellimpegno/

Segue da parte I, da parte II, da parte III, da parte IV e da parte V

Il macabro tramonto della Prima Repubblica

Nella decisiva fase di transizione fra la Prima e la Seconda Repubblica – nel momento in cui la vecchia classe dirigente corrotta e non più funzionale sta per essere spazzata via, e la nuova non si è ancora imposta – si apre una breve fase di ripresa dei movimenti sociali che rischia di mettere in discussione la tattica gattopardesca dei ceti dominanti. L’ala militare corleonese, capeggiata da Riina, che teme di essere sacrificata, affinché tutto cambi in modo tale che nulla muti realmente, reagisce a suo modo cercando con la violenza di riconquistare la copertura politica indispensabile a riconquistare quella impunità, che le dure condanne della Corte di Cassazione sembrano aver messo seriamente in discussione. Anche perché, venendo meno l’impunità, rischia di venir meno l’altro asse portante del potere mafioso, ovvero l’omertà.

La strategia del terrore dei Corleonesi

A tale scopo i Corleonesi mirano a ricattare, con la strategia del terrore, quei settori della classe dirigente che starebbe venendo meno ai decennali accordi su cui si era fondata la coesistenza pacifica fra partito dell’ordine e mafia. Circola persino una lista in cui figurano i politici che, agli occhi dei Corleonesi, non hanno mantenuto le promesse di protezione, ovvero non stavano facendo il loro dovere di amici degli amici, o non stanno ripagando il sostegno decisivo ricevuto dalla mafia al momento della loro elezione. Tra i politici presi di mira figurano personaggi centrali della classe dirigente: non solo i più potenti uomini politici siciliani, ma un consistente numero di ministri e personaggi chiave della classe dirigente che aveva governato l’Italia. Così una parte determinante della classe dirigente è letteralmente terrorizzata, ha paura persino a farsi vedere in pubblico.

La trattativa Stato-mafia

D’altra parte, gli esponenti del Partito dell’ordine, coperti dall’enorme risalto che ha avuto la strage di Capaci, cercano di trovare nuovamente una soluzione pacifica alle contraddizioni esplosive che si sono venute a creare con l’ala militare della mafia. Così alti esponenti degli apparati di sicurezza aprono una trattativa con il massimo esponente della cosiddetta borghesia mafiosa. Quest’ultimo, definito “il più mafioso dei politici e il più politico dei mafiosi” avrebbe dovuto fare da tramite fra gli esponenti del Partito dell’Ordine e l’ala militare della mafia, per stabilire una nuova forma di convivenza pacifica.

La trattativa salva la casta politica sacrificando Borsellino

La trattativa, che verrà dapprima negata dagli altri rappresentanti delle istituzioni e poi giustificata come indispensabile per arrivare alla cattura di Riina e porre fine alle stragi, produce un risultato indubbiamente positivo dal punto di vista dei politici presi di mira, ma significa nei fatti una condanna a morte per quelli “apparati deviati” dello Stato, che si oppongono alla trattativa e intendono condurre fino in fondo la lotta alla mafia. La prima vittima eccellente è il giudice Borsellino – che ha ripreso in mano le inchieste sui legami fra mafia, alta borghesia e politica, che hanno segnato la terribile morte di Giovanni Falcone. Sebbene Borsellino sia non solo isolato, e quindi esposto alla violenza della mafia, ma pesantemente minacciato da alcuni fra i più alti esponenti degli apparati di sicurezza dello Stato – affinché non si opponga alla trattativa – prosegue per la sua strada, pur consapevole di avere i giorni contati.

La strage di via D’Amelio, depistaggi e occultamento delle prove

Così, ad appena 57 giorni dalla strage di Capaci vi è l’altrettanto volutamente terroristica strage di Via D’Amelio, in cui sono letteralmente fatti a pezzi il giudici Borsellino e gli uomini della sua scorta. Anche in tal caso è evidente come Borsellino sia stato abbandonato alla sua tragica sorte, visto che la strettissima strada in cui doveva passare per recarsi in visita dalla madre malata, nonostante le continue richieste, non era stata liberata dalle macchine parcheggiate, introducendo un semplice divieto di sosta. Così la mafia può tranquillamente lasciare parcheggiata già da molte ore prima un’automobile carica di tritolo, aspettando unicamente l’arrivo del giudice per farla esplodere. Anche in questo caso i pentiti, in particolare l’esecutore materiale dell’attentato, hanno in seguito denunciato che anche questo attentato sia stato compiuto sotto la supervisione di un agente dei servizi segreti.

Certo è che, anche in tal caso, entrarono immediatamente in atto i depistaggi e l’occultamento delle prove raccolte, che avevano causato la condanna a morte di Borsellino. Subito dopo l’esplosione, un magistrato accorso fra i primi sul luogo del delitto, consegna la borsa di Borsellino, contenente quasi certamente l’agenda rossa in cui il magistrato aveva trascritto i risultati più scottanti delle proprie indagine, a un carabiniere. In seguito, però, della borsa e della relativa agenda si perdono per sempre le tracce. Ciò nonostante nessuna seria inchiesta sia condotta sulla sparizione, anche perché le indagini vengono ben presto chiuse a seguito dell’arresto di un piccolo spacciatore reo confesso del delitto. Solo vent’anni dopo, fornendo inequivocabili riscontri agli inquirenti, il reale autore della strage, pentitosi, scagionerà il precedente reo confesso e gli altri presunti complici che era stato costretto a denunciare, dopo ripetute violenze da parte dei troppo “zelanti tutori dell’ordine”.

I tragici effetti della Trattativa

Nel frattempo la trattativa avviata su mandato della classe dirigente terrorizzata – non dalla strage di Capaci, ma dalla morte di Lima, indicato come primo della lista dei politici traditori da colpire – aveva prodotto una serie di richieste da parte di Riina, raccolte in un famoso papello. Queste ultime erano considerate delle garanzie che avrebbe dovuto dare la classe dirigente in via di rinnovamento per ristabilire la convivenza pacifica, necessaria tanto ai mafiosi quanto agli esponenti del partito dell’ordine. Il primo effetto della Trattativa è che il decreto anti-mafia 41 bis – comprendente le norme sul pentitismo, per il quale si era battuto per anni Falcone, che era stato varato a seguito della sua morte sull’onda della grande indignazione popolare contro la classe politica di governo – non viene convertito in legge.

Il retroscena della strage di via D’Amelio

D’altra parte, però, la trattativa ben presto si blocca. Nelle nuove condizioni prodotte dalla strage di Capaci, le richieste contenute nel “papello” di Riina appaiono irricevibili, non solo agli esponenti dello Stato imperialista, ma agli stessi rappresentanti della borghesia mafiosa, la cui attitudine “politica” gli ha sempre reso ostico trovare un accordo con l’ala militare. Ciò consente probabilmente di comprendere una nuova strage, come quella di via D’Amelio, così apparentemente contraria agli interessi delle parti in causa, che miravano a ristabilire una convivenza pacifica e, dunque, dovevano puntare ad anestetizzare l’opinione pubblica. Alcuni importanti esponenti dell’antimafia attribuiscono tale “errore” alla sostanziale irrazionalità di Riina che, vedendo come la strage di Capaci avesse costretto lo Stato a trattare e ad accettare alcune delle sue principali richieste, per imporre anche le altre avrebbe forzato la mano ordendo una nuova strage. D’altra parte, questa interpretazione non tiene conto della connivenza di apparati dello Stato, ormai comprovata, a queste stragi. Da qui l’ipotesi che i settori dello Stato coinvolti nella trattativa, lasciando fare o addirittura supervisionando la strage, come denuncerà lo stesso Riina, intendessero far saltare la posizione oltranzista dello stesso capo dei Corleonesi.

Esplode la rabbia popolare contro le connivenze Stato-mafia

La nuova escalation terrorista, resa possibile dalle connivenze fra Stato e mafia, provoca dunque, come era prevedibile, una nuova e ancor più forte reazione dell’opinione pubblica. Tradita dallo Stato, la moglie di Borsellino celebra i funerali del marito in forma privata: così è ai funerali della scorta che il popolo, tenuto a distanza dal luogo di culto – per evitare contestazioni ai rappresentanti delle istituzioni ipocritamente presenti – rompe i cordoni e contesta in modo duro la classe dirigente del paese. Quest’ultima è accusata di essere mafia in doppio petto e lo stesso presidente della Repubblica è posto in salvo con grande difficoltà dalle forze dell’ordine, mentre il capo della polizia viene colpito, presumibilmente da un membro delle forze dell’ordine che dovrebbe proteggerli dal temuto linciaggio. In tali condizioni, il governo non può che rendere immediatamente operative le leggi speciali, sino ad allora costantemente rinviate, che portano alla condanna al carcere duro i mafiosi. Raggiunge così il suo apice la primavera palermitana e in tutta Italia, Sicilia compresa, si assiste a nette prese di posizione contro la mafia, che costringono classe dirigente e dominante a prendere le distanze, almeno pubblicamente, dalla malavita organizzata. Perfino le organizzazioni degli imprenditori e dei commercianti siciliani, che avevano duramente criticato Libero Grassi per aver denunciato il pizzo, in quanto avrebbe discreditato l’isola, ora ritengono necessario prendere posizioni pubbliche contro di esso. Anche perché, alle elezioni amministrative i partiti di governo, nel frattempo decimati dall’inchiesta Mani pulite, sono costrette a lasciare campo libero alle forze che appaiono anti-sistema.

Dal papello Riina al papello Provenzano

Nella nuova situazione non solo il 41 bis ora non può che essere tradotto in legge, ma le ulteriori richieste del “papello” Riina – eliminazione delle leggi: sui pentiti, sul sequestro dei beni, cancellazione dell’ergastolo etc. – divengono in quel contesto palesemente irrealizzabili, se non si vuole rischiare di innescare una rivolta popolare. Vi è la concreta possibilità che la stessa trattativa salti, al punto che i rappresentanti dello Stato affermano di non aver nulla da offrire. D’altra parte la rottura non conviene a nessuno ed è, secondo la testimonianza dello stesso figlio, Ciancimino a convincere il suo uomo di fiducia fra i corleonesi, Provenzano, a presentare un “papello” più ragionevole, offrendo in cambio ai rappresentanti dello Stato – per renderne digeribili le richieste all’opinione pubblica – la testa di Riina.

Il sacrificio del capro espiatorio Riina all’altare della Trattativa

Così Riina, considerato da entrambe le parti in causa un ostacolo per la trattativa, viene consegnato dai suoi stessi sodali nel gennaio 1993, in cambio però ottengono che il covo di Riina e la sua cassaforte piena zeppa di documenti compromettenti per alti esponenti della classe dirigente e dominante non siano perquisiti. Anzi si lascia alla mafia tutto il tempo necessario non solo a svuotare completamente il covo, ma a ridipingerlo per far sparire ogni traccia. Inoltre, nonostante un infiltrato all’interno della stessa Cupola della mafia, che aveva iniziato a collaborare con gli apparati repressivi dello Stato, riveli il nascondiglio di Provenzano, non si procede al suo arresto.

La nuova strategia del terrore per ritrovare un riferimento “politico”

La trattativa sembra andata in porto, ma resta per entrambe le parti in causa la necessità di sostituire la ormai inservibile vecchia classe dirigente, con una rinnovata in grado di traghettare, in modo gattopardesco, l’Italia verso una seconda repubblica in cui non solo le speranze tanto diffuse quanto vaghe di una democratizzazione del paese svaniranno, ma saranno strumentalizzate per la piena attuazione della restaurazione liberista.

Una nuova strategia della tensione?

A tale scopo, per anestetizzare la partecipazione popolare e convincerla a tornare a delegare la propria sovranità a una casta di politicanti corrotti – i nuovi/vecchi garanti dell’ordine costituito – il partito dell’ordine è pronto a lanciare una nuova strategia della tensione, sfruttando ancora una volta la manovalanza offerta dalla destra eversiva, collusa con i servizi, e soprattutto la mafia. Abbiamo così, nel decisivo 1993, una nuova stagione stragista volta a terrorizzare la popolazione civile allo scopo che sia essa stessa a ricercare protezione sotto le ali di un rinnovato partito dell’ordine. Così il 14 maggio del 1993 vi è un attentato dinamitardo al celebre conduttore televisivo Maurizio Costanzo, cui segue la strage di via dei Georgofili a Firenze il 27 dello stesso mese e, quindi, due mesi più tardi, nello stesso giorno, la strage di Via Palestro a Milano e le mancate stragi a S. Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma. Gli ultimi attentati sono volti a colpire il patrimonio artistico del paese, in quanto si tratta, come confesseranno eversori di destra legati ai sevizi, di beni unici e insostituibili – a differenza dei magistrati che una volta eliminati sono sostituibili – in grado perciò di mettere in ginocchio un paese.

La transizione antidemocratica si realizza

Poi, improvvisamente, mentre si sta organizzando un attentato ancora più spaventoso, la strategia della tensione viene abbandonata. Cosa ha spinto gli altolocati mandanti a bloccare in modo repentino gli esecutori mafiosi? La difficile transizione in corso si è ormai compiuta nel senso voluto dal partito dell’ordine. La vecchia classe dirigente è stata adeguatamente rimpiazzata da un nuovo partito dell’ordine su posizioni decisamente più liberiste del vecchio pentapartito e le stesse forze politiche apparentemente anti-sistemiche, che si erano imposte alle amministrative, sono ormai in massima parte convertire in convinte fautrici della Seconda repubblica.

L’integrazione della mafia nel bonapartismo soft

Siamo così alle soglie di un secondo ventennio, in cui la storia si ripete non nella originaria forma di tragedia, ma in quella di farsa. Si afferma un bonapartismo regressivo soft che, per l’assenza di una significativa opposizione di classe, può tranquillamente rinunciare agli aspetti apertamente totalitari del ventennio precedente. Ciò rende del tutto superflua la riedizione del conflitto con la mafia. Anzi, quest’ultima appare pienamente integrata nel “nuovo che avanza”, tanto che se ne parla sempre meno, tornando quasi ai fasti dei primi anni della guerra fredda. La mafia ha di nuovo i propri garanti a livello istituzionale, tanto a livello regionale – dove riprende il controllo del territorio e, di conseguenza, recupera la capacità di influire i risultati elettorali – quanto a livello nazionale. Fra i principali esponenti e fondatori del rinnovato partito dell’ordine, rinato dalle ceneri del pentapartito, vi è un amico degli amici.

La normalizzazione della nuova convivenza pacifica

Può così iniziare una nuova campagna a tamburo battente del partito dell’ordine – che ha ripreso il pieno controllo delle istituzioni e degli stessi mezzi di comunicazione – contro i settori “deviati” dello Stato che si ostinano a voler combattere a fondo la mafia e la corruzione della classe dirigente e dominante. Gli “irriducibili” magistrati che ancora si ostinano a contrastare la borghesia mafiosa sono nuovamente accusati di essere comunisti (le toghe rosse) – come già negli anni Cinquanta e come più recentemente in sede processuale i boss mafiosi, ancora intenti a denunciare il complotto dei rossi contro uomini d’onore.

La mafia sommersa opera in una dimensione sempre più globalizzata

I mafiosi hanno così potuto appendere al chiodo la vecchia coppola e la lupara, a dirigere l’organizzazione sono sempre più mafiosi borghesi, spesso liberi professionisti (medici, architetti, etc.), mentre i mafiosi con le mani troppo sporche di sangue sono stati generalmente consegnati alle patrie galere, dove lamentano invano di essere capri espiatori e semplici esecutori di chi abbisognava di una campagna di stragi per affermare il “nuovo ordine”. In tal modo, la mafia politico-economica ha ripreso sempre più il controllo e il predominio sul settore militare, costretto nuovamente ad agire sotto tono e sotto traccia. D’altra parte il ricostituito partito dell’ordine si fa garante che alla lotta alla mafia si sostituiscano progressivamente le commemorazioni, come se si trattasse di un fenomeno ormai appartenente a un, per quanto tragico, passato destinato a non tornare. Così la mafia ha potuto, sempre più indisturbata, delocalizzare le proprie operazioni e i propri interessi economici, trasferendo progressivamente le proprie attività e gli stessi centri direttivi nella ricca pianura padana. Anzi ha finito, seguendo la dinamica generale del capitale, per globalizzarsi, ovvero per svilupparsi in una dimensione sempre più transnazionale.

09/07/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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