La formazione nell’era del merito

I docenti e la formazione nella Buona Scuola di Renzi


La formazione nell’era del merito

“Per poter offrire agli studenti una formazione adeguata alla società e al mercato del lavoro che dovranno affrontare, i docenti devono essere primi a potersi giovare di una formazione costante. Un tempo si preferiva parlare di aggiornamento, oggi si parla invece di formazione in servizio o di sviluppo professionale. Ma i limiti sono gli stessi.” (corsivo mio, grassetti nel testo originale).

Ormai, pochi faticheranno a riconoscere la prosa renziana, dei ghostwriters che gli preparano gli interventi. La citazione viene dal manifesto culturale (?) del 2014, La Buona Scuola che, pur pieno di stupidaggini e false promesse (che poi è un po’ lo stesso ordine di discorso) ha prodotto la maxi-legge 107/2015 di riforma. L’analisi dei limiti – e delle soluzioni! - a cui fa cenno il testo, occupa il capitolo 2, “Le nuove opportunità per tutti i docenti: formazione e carriera nella buona scuola” dove, “La nuova formazione” (paragrafo 2.2), funge da gancio alle voci del testo che sono dedicate alla premialità e alle modalità di assunzione in servizio.

Si può dire che tale nodo è il centro gravitazionale di tutto il documento. Infatti, per superare i limiti a cui si fa cenno ci sono, secondo il Governo, vari mezzi: superare la formazione frontale, passiva; uscire dalla standardizzazione della formazione; evitare di interrompere la didattica; utilizzare gli innovatori naturali (sic) di cui ogni scuola, che lo sappia o no, dispone; premiare i migliori. Insomma, rimuovere il vecchiume, rinnovare. Ormai, la pulizia del passato sembra un fatto etnico: etnia giovane (tale per sempre) e etnia vecchia (a tempo, a scadere, per fortuna).

E il digitale, ovviamente, il digital divide (la discrepanza di abilità nell’uso dei dispositivi informatici fra generazioni), diventa la misura di tutta la formazione che conta. Leggo dal settimanale Donna de La Repubblica (17/09/2016) che si tratta ormai di un imperativo economico: “Il posto fisso e le garanzie contrattuali vanno scomparendo? E allora perché non lavorare da casa […]come fanno 1,8 milioni di giovani […]”. Si continua magnificando le opportunità di connettersi come e quando si desidera con il proprio (anche più di uno) datore di lavoro. L’abilità informatica fornisce il pane quotidiano.

Tornando a La Buona Scuola, sarebbe utile scandagliare il testo, fare un’ermeneutica politica delle catene dei significanti (le parole che si annodano fra loro), del discorso cultural-politico come parte dei dispositivi del potere, ma impegnerebbe molto spazio e molto approfondimento trasversale, a più livelli, che qui evito. Provo solo a dire come si svolge e cosa è la formazione dei docenti, oggi.

Seguo la distinzione suggerita dalla citazione renziana e sottolineo la partizione semantica fra aggiornamento e formazione professionali. Va annotato come l’ignoranza su tale distinguo ha lavorato anche sulla qualità della carriera dei Dirigenti Scolastici e del personale ATA (amministrativi e collaboratori), fra incuria e abbandono per gli uffici e percorsi surreali per i dirigenti.

Se formare rimanda al dare forma ad un materiale che si può modellare, al fornire di buone proporzioni un corpo, alla regolarizzazione dei rapporti fra le sue parti, aggiornare rappresenta più modestamente il mettere al giorno, la rimozione di polveri e di scorie, la promozione di un rinnovamento, e anche la sua dilazione.

Entrambe le parole sono fitte di sfaccettature di uso colto e di uso comune. Una “forma di vita” si consegue con un lungo apprendistato ad un corpo di regole, e ha un esito totalizzante. Un aggiornamento è la manutenzione, potremmo dire, che si può sempre rimandare, pena la consunzione delle vecchie abitudini e consuetudini. Credo che ad ogni insegnante la distinzione risuoni: c’è chi fa scuola sempre allo stesso modo (ma è davvero possibile?), c’è chi è totalmente identificato con la sua professione e ne fa una forma di vita etero e auto-regolata, c’è chi responsabilmente si prende cura di sé – a molti livelli – perché non ignora gli effetti relazionali di tale continua azione di presa in carico dei propri problemi.

Non a caso, la formazione richiama anche un’età della vita, il confine fra l’adolescenza e l’adultità. Ma è formativa non solo questa stagione tradizionalmente votata a una presunta strutturazione dell’Io, altrettanto possono esserlo le transizioni a nuovi modi di condursi nella vita lavorativa, talvolta segnati da autentici rituali di passaggio, da esperienze di profondo cambiamento.

Se tali distinguo hanno senso, oriento ad essi la disamina dell’esistente.

Formazione dei docenti in accesso: i percorsi scolastici e i titoli abilitanti; i corsi e i percorsi privati per prepararsi; l’anno iniziale chiamato appunto di formazione con esamino finale da parte del Comitato di Valutazione.

Formazione in servizio: il testo governativo dice –senza pudore – che deve piacere al mercato e non ingolfare la macchina organizzativa, nessuno può essere supplito se partecipa ad un percorso di formazione, per non parlare, per carità, di anni sabbatici.

All’inizio di ogni anno scolastico - prima dell’avvio regolare delle lezioni onde evitare i suddetti problemi - il dirigente si affanna a organizzare di tutto un po: corsi per il coding (le voci sono: LIM, le famose lavagne interattive, il registro elettronico, poco altro); qualche masticatura (una spolverata per rinnovare) sul bilancio delle competenze (ovviamente secondo le Guide pubblicate dall’INVALSI); la valutazione di marca “invalsiana”, ovvero insegnare ai docenti come preparare gli studenti – anche i bambini ovviamente – a superare il test ( il teaching to test). Conoscere come funzionano i quiz sarà per tutti gli allievi utilissimo per entrare all’università, nei colloqui di lavoro, per stare sul mercato.

Poi, visto che per questa voce qualche spicciolo arriva, si tengono i corsi per la sicurezza, per evacuare gli edifici in caso di terremoto e per altre sventure da locali pericolanti; in futuro, come in Francia, per salvarsi in caso di attacco terroristico.

Dulcis in fundo: il regalino del nostro Capo Presidente, vale a dire il bonus di 500 euro annuali da spendere in formazione, intesa in senso amplissimo visto che le distinzioni sono piaggeria da vecchi gufi. La dispersione nei comportamenti dei docenti in questo caso è avvilente. Se a qualcosa tale merendina è servita è a dividere ulteriormente la categoria. Categoria depressa, in vari sensi, che arriva a stento, dopo anni di servizio, ai 2000 euro di stipendio come salario-base, spesso compresi gli eventuali denari raggranellati quando si riesce a entrare nella corte del dirigente e ad accedere al premio per la migliore performance.

Il campo si divide far chi ha rifiutato di utilizzarlo (pochi), chi lo ha impiegato per comprare materiale scolastico, chi si è fatto il carnet per il cinema e il teatro, chi ha acquistato libri. Ma soprattutto, su indicazione dei dirigenti, o dei colleghi mentori (figura introdotta sempre da La Buona Scuola), c’è il docente obbediente che ha comprato materiale informatico, come è stato suggerito anche alle famiglie visto che le scuole non hanno fondi per la frontiera 2.0. Qualcuno si è iscritto ai corsi promossi dalle grandi case editrici e dalle università, le prime sempre più pingui sul mercato della editoria scolastica, le seconde sempre più povere.

Anche gli insegnanti politicizzati hanno abboccato. Data la situazione economica stagnante (vogliamo riparlare di salario e di contratto scaduta da quasi un decennio?) è veramente difficile non accettare un regalo, la vicenda degli 80 euro e del premio ai diciottenni non ha suscitato molta riflessione fra l’intellettualità scolastica. Come non la suscita a sinistra (?) o nelle organizzazioni sindacali il fatto che, ad esempio nella scuola elementare che ha subito negli ultimi 25 anni varie de-forme, nessuno si è più occupato della formazione a tappeto dei docenti.

Dopo i corsi istituzionali per l’introduzione della modularità (i modelli tre insegnanti su due classi), ogni insegnante, ogni gruppetto elettivo, ogni collegio, ha operato da sé, talvolta anche egregiamente, ma con scarsa possibilità di capillarizzare le buone pratiche e di fare autenticamente ricerca didattica e educativa. Da circa tre anni non vengono stanziati fondi alle scuole sulla base della legge 440/1997, la formazione e la sperimentazione legate all’autonomia. Le scuole che riescono a organizzare qualcosa o sono nell’alveo delle iniziative su citate (anche mediante gli sponsor) o si avvalgono di “formatori” poco credibili, spesso nemmeno pagati. Quando va bene si tratta di colleghi volenterosi, appassionati, militanti…

A proposito, ma che tipo di intellettuale è oggi un docente? Trasmette o elabora cultura nei termini di un sapere? Forse, la definizione dell’insegnante come intellettuale organico alla classe dirigente è ancora importante, da rimettere al lavoro, come molte categorie gramsciane. E’ utile per capire come, chi detiene i saperi dominanti, li forma, li conserva conservando le gerarchie, invia verso il basso della scala sociale ciò che è funzionale a tale mantenimento.

Nella scuola erano organici al potere dominante sia i docenti che formavano le classi dirigenti, sia le maestre semianalfabete che istruivano i figli dei contadini per attrezzarli al passaggio alla fase dell’industrializzazione. Ma oggi? Taglio con l’accetta, sperando che altri meglio di me analizzino a fondo il problema che qui pongo: i lumpen della scuola sono organici a educare una mentalità funzionale all’amplio terreno ideologico neoliberista. Lo fanno aderendo a-criticamente a tutte le azioni che burocratizzano e istupidiscono le scuole (test, rapporti di autovalutazione, pseudo percorsi individualizzati per l’area del disagio, ecc) e sposando le pratiche digitalizzate, modulari, “per competenze” come si usa dire non conoscendo il significato profondo della parola competenza.

Mentre scrivo, leggo che è stata pubblicata la nota ministeriale relativa al Piano Nazionale di Formazione Obbligatoria per i docenti di ogni ordine e grado. E’ utile ricordare che costituisce il seguito alle operazioni di miglioramento previste dopo la compilazione del famigerato Rapporto di Autovalutazione (RAV) a cui sono state costrette le scuole lo scorso anno.

Del resto, se la scuola pubblica è considerata un servizio attualmente poco competitivo e a basso valore aggiunto, agli investitori può far gola solo a patto di un suo profondo stravolgimento.

Anche in virtù del coinvolgimento fattivo dei docenti, formati all’ideologia dominante, al suo progetto di ingegneria sociale.

01/10/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renata Puleo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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