La parabola dell’economia politica – Parte XV: I corollari macroeconomici e sociali del marginalismo

I corollari della teoria marginalista sono: piena occupazione, giustizia, massima soddisfazione individuale. Ma tutto poggia sulla sabbia di ipotesi irrealistiche. Ciò nonostante essa è considerata l’ortodossia nell’accademia e nei media a causa della sua funzione ideologica.


La parabola dell’economia politica – Parte XV: I corollari macroeconomici e sociali del marginalismo

Prosegue la rielaborazione di un mio articolo pubblicato dalla rivista dell’Università di Urbino Materialismo Storico n. 2/2021 (vol. XI) dedicato ai marginalisti. In questa parte commenteremo alcune implicazioni macroeconomiche e sociali del paradigma marginalista.

Se è l’incontro fra domanda e offerta a determinare i prezzi, anche il “costo del lavoro”, il salario, non può sfuggire a tale regola: gli imprenditori domanderanno lavoro (forza-lavoro in realtà) finché la produttività marginale del lavoro sarà superiore al salario e i lavoratori saranno disposti a lavorare finché l’utilità del salario (del paniere di beni che sarà possibile acquistare con quel salario) sarà superiore alla “disutilità” del lavorare, cioè al sacrificio che il lavoratore prova prestando la sua dose successiva di lavoro. In tal modo la piena occupazione è garantita: se la domanda di forza-lavoro da parte delle imprese è inferiore all’offerta e quindi un certo numero di lavoratori è disoccupato, scenderà il salario di equilibrio facendo accrescere la domanda e diminuire l’offerta fino al punto in cui si raggiunga l’equilibrio. Esiste quindi solo disoccupazione volontaria, costituita da persone che non intendono lavorare al salario “di equilibrio” del mercato del lavoro.

Anche nel mercato finanziario si determina l’equilibrio fra risparmi e investimenti, fra domanda e offerta di credito attraverso l’adeguamento del relativo prezzo, cioè il saggio di interesse reale. Come il prezzo di una merce si stabilisce al livello in cui la domanda è uguale all’offerta, il saggio di interesse reale, per effetto dei meccanismi del mercato, si attesta al punto nel quale l’ammontare della domanda di fondi per investimenti uguaglia l’offerta di fondi da parte dei risparmiatori. Viene così realizzato dal semplice meccanismo dei prezzi l’equilibrio macroeconomico che assicura il pieno impiego dei fattori e l’adeguatezza della domanda all’offerta. Avevamo infatti visto, esaminando gli schemi marxiani di riproduzione, che tale adeguatezza si verifica quando tutto ciò che non viene consumato (risparmi) viene utilizzato produttivamente (investimenti). Infatti, nel caso in cui la domanda di denaro superi l’offerta, i detentori di liquidità potranno chiedere un tasso di interesse superiore fintanto sussista una domanda insoddisfatta; al contrario, se è l’offerta che supera la domanda, pur di non tenere infruttuosamente la liquidità, i prestatori si accontenteranno di un tasso di interesse inferiore, invogliando i capitalisti “marginali” a richiedere il prestito. Offerta e domanda, ovviamente, dipendono dall’utilità che viene attribuita a una somma di denaro disponibile immediatamente piuttosto che a scadenza del prestito. Poiché i soldi “pochi, maledetti e subito” sono in genere ritenuti più utili di una ricchezza la cui disponibilità è differita, il saggio di interesse è sempre positivo. La realtà di saggi negativi fra istituti di credito e Bce che si è prodotta in tempi recenti in zona euro non sarebbe spiegata da questa teoria se non come un’ingerenza della politica o di altri fattori esogeni nell’economia, spiegazione che, onestamente, non è completamente priva di fondamento.

Il denaro è visto esclusivamente come intermediario dello scambio, una sorta di buono per acquistare beni, un “velo”, come per i classici. L’aumento della sua immissione in circolo a seguito di una nuova emissione provoca solo inflazione e non interferisce con l’economia reale né in termini di livello della produzione, né in termini di distribuzione del reddito, né in termini di prezzi relativi. Si perde completamente la complessità delle funzioni del denaro che Marx aveva individuato (come misura del valore, mezzo di pagamento, riserva di valore ecc.).

È utile riferire di Leon Walras che ha elaborato ulteriori formalismi matematici di una tale complessità che non è opportuno trattare in questa sede e che è preso a base fino ad oggi da molti modelli di equilibrio generale. Con un sistema di equazioni, ciascuna delle quali rappresenta un ramo dell’economia, egli dimostra come l’equilibrio generale sia raggiungibile a partire dall’equilibrio delle singole imprese. La formazione dei prezzi si raggiunge per tentativi ed errori (il cosiddetto tâtonnement) secondo una procedura simile alla contrattazione nelle aste pubbliche di borsa. In condizioni di concorrenza perfetta, è possibile determinare un sistema di prezzi d’equilibrio in cui domanda e offerta si eguagliano in tutti i mercati. In questa situazione di equilibrio si verifica anche l’eguaglianza tra costo di produzione e prezzo di vendita per ciascun bene e per ciascuna impresa. Pertanto i concetti di fondo rimangono quelli fin qui illustrati e si giunge a determinare le quantità di beni prodotti e scambiati e i loro prezzi nella situazione in cui simultaneamente ogni soggetto economico raggiunge il proprio equilibrio sulla base di scelte pienamente razionali degli operatori. Si conferma anche quanto ricavabile dalla teoria dell’equilibrio della singola impresa: in regime di concorrenza perfetta e pieno impiego di tutti i fattori produttivi, si realizza un equilibrio generale di lungo periodo in cui si azzerano i profitti. Ciò avviene perché, fintanto esistono margini di profitto e fino al loro esaurimento, vi sono spazi per l’ingresso di nuove imprese le quali satureranno il mercato. Tuttavia Walras è consapevole che questo è solo uno stato ideale verso cui tende il sistema in regime di libera concorrenza, mentre nella realtà non si giunge all’uguaglianza assoluta fra costo dei fattori produttivi e prezzo di vendita del prodotto [1].

È opportuno segnalare un altro aspetto dello schema walrasiano che ritroveremo in molti modelli successivi [2]: i prezzi determinati sono prezzi relativi, cioè rapporti di scambio fra due merci, e che quindi devono essere espressi nei termini di una merce scelta come numerario. Ma anche questa non pare una novità, visto che nel marginalismo in generale il denaro non svolge ruolo alcuno.

Tutti questi formalismi, per nella loro eleganza, sono funzionali a una rappresentazione ideologica del modo di produzione capitalistico, in cui regnano sovrani l’armonia, l’ottimizzazione dei risultati e la giustizia: non ci sono crisi e disoccupazione, a ognuno va il compenso per il suo contributo e nessuno può lamentarsi della propria miseria, che ha radici nelle cose (la capacità individuale, la disponibilità di risorse, la tecnica disponibile ecc.) e non nei rapporti sociali. La stessa fascinazione che alcuni di questi economisti hanno per la meccanica classica newtoniana, i cui strumenti formali consentono di dipingere il capitalismo come un cosmo ordinato, è funzionale a conferire un carattere di scienza naturale alla teoria economica, liberandola da giudizi di valore e dal considerare le connotazioni socialmente e storicamente determinate del modo di produzione capitalistico.

Il marginalismo è stato ovviamente oggetto di obiezioni. Di quelle più penetranti, formulate da Piero Sraffa [3], tratteremo in un prossimo articolo. Qui ci limitiamo a vederne altre.

Per esempio, il “teorema della ragnatela” (denominazione derivante dall’aspetto del diagramma che lo illustra), curiosamente sparito dai libri di testo di microeconomia, mostra che, introducendo il fattore tempo, il ritardo con cui gli operatori adeguano le loro decisioni agli esiti della produzione, e in presenza ipotesi differenziate della pendenza (“elasticità”) delle curve di domanda e di offerta, si potrebbe avere, anziché prezzi e quantità di equilibrio, un’oscillazione intorno a tali grandezze che può essere costante (equilibrio indifferente), convergente verso il punto di equilibrio (equilibrio stabile), ma anche divergente, cioè oscillazioni sempre più ampie che si allontanano dal punto di equilibrio (instabile).

Fig.1 – Il teorema della ragnatela

(caso dell’equilibrio instabile)

 

Un’altra critica riguarda l’ipotesi marginalista di un mercato in cui vi è un’ottima diffusione di informazioni – necessarie affinché gli operatori decidano in modo consapevole – e i fattori produttivi sono estremamente mobili, trasferibili agevolmente da una produzione all’altra. Non viene immaginata l’esistenza di “asimmetrie informative” che il premio Nobel per l’economia Joseph Eugene Stiglitz, già presidente dei consiglieri economici di Clinton, ha messo in campo, con conseguenze assai rilevanti, in quanto le informazioni non sono condivise totalmente fra gli operatori economici e così viene avvantaggiato, a scapito degli altri, l’operatore che le possiede in maggiori quantità [4]. Né sono presi in considerazione i limiti al libero movimento di capitali e le vischiosità derivanti dalla difficoltà di spostare lavoratori e altre risorse da una produzione all’altra.

La validità della teoria marginalista è legata non solo alla sua coerenza interna, che comunque è stata messa seriamente in discussione, ma anche, in misura non inferiore, al realismo dei postulati di partenza e alla sua applicabilità alla realtà. Il suo limite essenziale è di essere del tutto incapace di parlare delle caratteristiche delle società in cui viviamo e delle sue contraddizioni. Questo approccio è in auge solo perché funziona ottimamente, al pari o meglio dell’economia volgare dei tempi di Marx, come apologia del capitalismo. Il capitale è visto esclusivamente come un insieme di mezzi di produzione dotati di produttività propria. La distribuzione del reddito scaturisce solo dal contributo produttivo di ciascun fattore e non da un conflitto di classe. Il reddito percepito da ciascun soggetto, quindi, non è altro che il prezzo per i servizi produttivi dei fattori della produzione di cui ciascun soggetto è proprietario. Esiste un’unica situazione di equilibrio, la quale in assenza di disturbi esterni – per esempio quando lo Stato o i sindacati si ingeriscono nei rapporti sociali – si realizza spontaneamente arrecando il massimo vantaggio per tutti. Le crisi economiche quindi non esistono come risultato delle contraddizioni del modo di produzione capitalistico ma tutt’al più come prodotto di fattori di disturbo “esogeni”, il che portò William Stanley Jevons a effettuare addirittura elaborazioni statistiche per associarle all’influsso delle macchie solari! [5]

Ci sono solo individui e non classi, contano solo i fattori soggettivi, i calcoli di convenienza dei singoli operatori e le loro reazioni all’andamento dei prezzi, non i rapporti di forza, come succede per esempio nella determinazione dei salari. Non c’è nessuna ingiustizia sociale e il valore è una cosa misteriosa, che non si distingue dal prezzo di mercato. Quest’ultimo deriva dall’utilità o dalla scarsità dei beni, e dal costo (marginale) dei fattori produttivi, senza considerare prioritariamente il sacrificio che la società deve sostenere in termini di lavoro sociale allocato per la loro produzione. La stessa categoria di “equilibrio” potremmo in maniera dissacratoria identificarla con quello psicologico del capitalista che lo perde se non guadagna a sufficienza – e non solamente con l’ultima dose di prodotto – o dell’operaio che va in depressione e può giungere al suicidio se non riesce a collocare non tanto l’ultima dose del lavoro, ma l’occupazione tout court, la quale dipende unicamente dalle scelte dei capitalisti.

Si retrocede perfino rispetto ai grandi economisti classici e agli stessi fisiocratici nell’individuazione delle caratteristiche storicamente determinate del modo di produzione capitalistico. Si descrive il raggiungimento dell’equilibrio efficiente nel senso che l’individuo possa trarne il massimo beneficio a prescindere da ogni considerazione di equità. La quale semplicemente discende dai postulati di partenza. Ciò che è sconcertante, invece, è che questi economisti “moderni”, i quali a differenza dei predecessori, hanno avuto la possibilità di leggere la critica di Marx all’economia borghese, riprendano ed esasperino i paradigmi dell’economia volgare sia pure rivestendoli di formalismi eleganti, che giungono all’utilizzo del calcolo infinitesimale e delle equazioni differenziali. Tale uso, come in tutte le scienze, non è in sé un peccato: anche alcuni economisti marxisti, o comunque di impostazione critica, fanno ricorso a strumenti formali sofisticati. La differenza però la fanno il grado di realismo delle ipotesi di partenza e l’aderenza dei modelli alle caratteristiche del sistema economico e alle sue leggi di movimento.

L’economia marginalista, ignorando questioni ontologiche che risiedono nelle proprietà del capitalismo dà una veste matematica alla dottrina dell’armonia metafisica di Adam Smith, rafforza la sua naturalizzazione del capitalismo e propone leggi economiche che si presentano come le leggi di natura a cui gli uomini debbono sottomettersi. Da qui l’utilizzo di strumenti formali mutuati dalla fisica e la loro supremazia rispetto alla sostanza ontologica. Ma, se nelle scienze fisiche il formalismo è funzionale alla modellizzazione della realtà, ciò non avviene nella “scienza economica”.

Questo approccio, vista la sua funzione ideologica, è diventato l’ortodossia nelle accademie, nell’editoria e nei principali strumenti di divulgazione scientifica, a conferma del detto marxiano secondo cui i possessori dei mezzi di produzione posseggono anche i mezzi di produzione delle idee e delle coscienze.

I successivi contributi, anche di fonte borghese, più utili all’economia politica poggiano in una buona misura su una presa di distanza da aspetti di questa visione. Per esempio l’economista italiano Giovanni Dosi, assai citato in ambito internazionale, ha una posizione piuttosto eterodossa in merito alla tecnologia, obiettando all’idea che essa sia guidata prevalentemente dai “segnali” dei prezzi. Inoltre prende in considerazione l’incertezza da contrapporre alla razionalità e piena conoscenza del contesto da parte degli imprenditori e l’eterogeneità dei loro comportamenti di contro all’esistenza dell’impresa “rappresentativa”. Un altro esempio è l’ultimo Stiglitz, che ha abbandonato la modellistica di ispirazione neoclassica.

Però un merito, per quanto sinistro, il marginalismo ce l’ha. Esso anticipa l’uomo nuovo creato dal capitalismo sviluppato, l’individuo egoista e isolato, che cura individualmente, e non in maniera associata i propri interessi, il “massimo edonistico individuale”. Questa caratteristica antropologica si va affermando progressivamente nelle società “civili” e “democratiche”, grazie a un intenso lavoro ideologico ma anche grazie a nuove caratteristiche del mercato del lavoro che tende a frammentare i lavoratori in una sorta di sottoclassi – relativamente garantiti, precari e moderni schiavi privi di qualsiasi tutela – e rendere più agevole la formazione di un consenso riguardo una presunta contrapposizione dei rispettivi interessi.

È vero che alcuni economisti della scuola austriaca si distinguono per alcuni aspetti da questa impostazione, introducendo elementi istituzionali e di dinamica, tuttavia i paradigmi essenziali non vengono sconvolti e in questa sede possiamo omettere l’illustrazione delle loro teorie, salvo rammentare di sfuggita l’attacco che Eugen Ritter von Böhm-Bawerk muove alla teoria del valore di Marx indicando una supposta contraddizione fra il primo libro del Capitale in cui si parla dei valori e il terzo in cui si parla dei prezzi di produzione. Ma su questo aspetto torneremo al momento opportuno.

Rimane da dire che gli sviluppi successivi più interessanti dell’economia politica costituiscono una sorta di eresia rispetto all’impostazione neoclassica e in rivisitazioni (magari non esplicitate) dell’apporto di Marx, salva l’eccezione della scuola monetarista di Milton Friedman, che consiste in un importante ritorno a questo paradigma, sia pure utilizzando una strumentazione macroeconomica, non a caso coincidente con una formidabile rivincita del capitale nei confronti delle conquiste del mondo del lavoro.

 

Note:

[1] L. Walras, Elementi di economia politica pura, UTET, Torino, 1974.

[2] Come per esempio nel modello di Sraffa che sarà trattato successivamente. Cfr. P. Sraffa, Produzione di merci a mezzo di merci. Premessa a una critica della teoria economica, Ed. Einaudi, Torino 1969.

[3] Ivi.

[4] Si veda per esempio J. Stiglitz, Information and Economic Analysis: A Perspective, Economic Journal, 1985.

[5] Jevons ha scritto più saggi sull’argomento. Fra tutti citiamo Commercial Crises and Sun-Spots, nel numero XIX del novembre 1878 di Nature. Occorre precisare tuttavia che nei modelli sviluppati a partire dai primi anni 80 del secolo scorso, verranno introdotti gli shock tecnologici (teoria del ciclo economico reale) e le imperfezioni del mercato, quali la vischiosità di prezzi e salari, rappresentate nei modelli dinamici e stocastici di equilibrio economico generale (Dsge). Anche queste successive elaborazioni non individuano comunque la crisi come un fatto fisiologico, una conseguenza delle contraddizioni del modo di produzione capitalistico, ma come risultato di imperfezioni che non hanno a che vedere con la sua essenza.

30/07/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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