Lenin

Il marxismo rivoluzionario di Lenin: dagli anni giovanili alla critica all’estremismo.


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Segue da numero precedente / Link alla lezione

Gli scritti giovanili e la battaglia ideologica contro il populismo

Lenin polemizza con il populismo russo in alcuni dei suoi primi scritti maggiormente significativi, a partire da Che cosa sono gli «amici del popolo» (1894) e, poi, in Contenuto economico del populismo (1895). I populisti, sulla base della critica marxiana del capitalismo, ritenevano che anche nelle condizioni di arretratezza russe tale modo di produzione non rappresentasse un elemento, per quanto contraddittorio, di sviluppo, per cui sarebbe stato possibile sviluppare il socialismo a partire dalle forme di proprietà comune della terra ancora presenti nei villaggi agricoli russi. Tali tesi apparivano a Lenin viziate da soggettivismo utopista, in quanto i populisti pretendevano di poter imporre al reale i propri astratti ideali. Tale attitudine idealista si fondava, appunto, su una critica astratta del capitalismo che non teneva conto della diversa funzione di tale modo di produzione in contesti storici ed economici differenti. Tanto più che, come Lenin cerca di mostrare ne Lo sviluppo del capitalismo in Russia (1896-99), tale modo di produzione si stava affermando, sebbene a macchia di leopardo, anche nella realtà russa. Dal momento che tale affermazione si dimostra non solo inarrestabile ma, in ultima istanza, progressiva non ha senso, agli occhi di Lenin, l’utopistica intenzione dei populisti russi di salvaguardare le specificità di un modo di produzione arcaico come quello contadino russo. Dunque, a parere di Lenin, non essendo in grado di elaborare in modo concreto, ovvero storicamente determinato, la specifica trasformazione della formazione economico-sociale russa, i populisti sovrappongono a essa la loro concezione ideale che in realtà riproduce le impotenti illusioni edificanti del moralismo piccolo-borghese. Al contrario Lenin ritiene essenziale, anche in un contesto socialmente ed economicamente arretrato come quello russo del tempo, l’analisi marxista che vedeva nel proletariato urbano, e non nei contadini poveri, la componente intorno alla quale organizzare il blocco sociale rivoluzionario. D’altra parte, tenendo ferma l’esigenza antidogmatica di ripensare il marxismo nello specifico contesto russo, Lenin ritiene altrettanto indispensabile – ferma restando la necessità dell’egemonia della classe operaia – la ricerca di una complessa mediazione fra la prospettiva del proletariato industriale numericamente minoritario e quella necessariamente più arretrata delle masse agricole ridotte a uno stato semi-servile. Non comprendendo la necessità di questa relazione dialettica all’interno del blocco sociale rivoluzionario, a parere di Lenin, la trasformazione rivoluzionaria della Russia non sarebbe potuta nascere né dal soggettivismo astratto dei populisti russi, che non tenevano conto dello sviluppo in senso capitalistico del paese, né dal passivo storicismo meccanicistico dei menscevichi, che ritenevano necessario attendere la completa affermazione della società borghese per poter mirare alla transizione al socialismo.

La polemica con lo spontaneismo e l’economicismo tradeunionista

Come abbiamo potuto osservare, la riflessione teorica di Lenin è sempre occasionata dalle problematiche specifiche che si trova a dover affrontare come dirigente politico, sebbene egli ritenga che una prassi rivoluzionaria sia possibile solo sulla base di una teoria rivoluzionaria. Prive d’una direzione consapevole, a parere di Lenin, le masse non sono in grado di andare al di là dello spontaneismo e di lotte economiche volte ad alleviare la loro condizione di sfruttamento, senza poter porre in questione la propria subalternità sociale. In altri termini, a parere di Lenin, abbandonate al loro spontaneo processo di sviluppo le lotte dei subalterni non possono che portare ad una negazione semplice dell’ordine costituito, ovvero a delle rivolte destinate a essere presto represse o a rientrare autonomamente nell’ordine costituito o, nella migliore delle ipotesi, a conquiste di tipo corporativo, miglioramenti temporanei delle condizioni di vita di un settore determinato delle classi oppresse, non ponendo realmente in questione il dominio politico e ideologico del capitale e la schiavitù del lavoro salariato. Così, nelle sue influenti riflessioni sulla teoria politica, Lenin ha costantemente avversato ogni forma di riformismo in nome della necessità di un partito in grado di dare un fine rivoluzionario alle spontanee rivendicazioni economiche dei lavoratori. Allo stesso modo Lenin polemizza con il sindacalismo rivoluzionario e tutte le componenti ultra-sinistre, le quali contrapponevano lo spontaneo antagonismo del proletariato nei confronti del padronato alla necessità di un’organizzazione politica fondata su un’organica concezione del mondo marxista, in grado di fornire una direzione consapevole indispensabile alla soluzione rivoluzionaria delle contraddizioni del modo di produzione capitalistico [1]. Perciò Lenin insiste sulla necessità di un partito fondato sul centralismo democratico, in cui al momento della discussione teorica all’interno dell’intellettuale collettivo, in cui si confrontano e scontrano liberamente le diverse posizioni, segua però, una volta stabilito un piano d’azione, una prassi condotta con una disciplina ferrea da tutti i membri che operano, dunque, come momenti di una totalità organica.

Che fare?

Per tale motivo, sin dalla celebre opera Che fare? (1902), contro ogni concezione spontaneista o tradeunionista, Lenin insiste sulla necessità d’una salda organizzazione della soggettività politica (il partito di quadri rivoluzionario) in grado di dare un respiro universale, sul piano politico, alle rivendicazioni corporative degli sfruttati, quale unico strumento per una reale e duratura trasformazione della struttura sociale. Solo mediante un gruppo dirigente in grado di unificare le lotte del proletariato industriale e di coordinarle con quelle dei contadini poveri sarà possibile mettere in discussione il potere economico e politico di un nemico di classe potentissimo, che ha sotto il proprio controllo le leve del potere politico, militare, ideologico ed economico, rendendo possibile la trasformazione dell’assetto complessivo della società. Solo le avanguardie organizzate in partito possono andare al di là della singola lotta immediata ed elaborare uno sguardo d’insieme, che consenta di determinare gli obiettivi strategici senza dimenticare la necessità di una tattica duttile e flessibile, attenta al contesto storico e politico, indispensabile al loro perseguimento. In caso contrario si rimarrebbe a uno stadio utopistico e idealistico del socialismo, incentrato sul dover essere, sull’indignazione verso le ingiustizie sociali, su astratte parole d’ordine rivoluzionarie incapaci di incidere sul contraddittorio corso del mondo. La concezione leniniana della necessità d’un Partito retto da una ferrea disciplina e guidato da un gruppo dirigente di intellettuali si dimostrava, del resto, particolarmente funzionale in una situazione politica come quella russa, in cui il dispotismo zarista governava attraverso uno stato di polizia e in cui la classe lavoratrice, soprattutto fuori da Mosca e Pietroburgo, in massima parte ancora agricola, era prevalentemente analfabeta.

Il dibattito Lenin-Luxemburg sulla forma partito

Nel frattempo, al congresso del Partito socialdemocratico russo del 1903, Lenin si era posto alla testa della frazione maggioritaria (bolscevica), che era entrata in conflitto con la componente menscevica (minoritaria) sul modo di concepire il partito rivoluzionario. Tale dibattito intorno alla forma partito assume un respiro più ampio, sviluppandosi a livello internazionale, nel momento in cui le posizioni di Lenin sono criticate non solo da un punto di vista riformista, ma anche da “sinistra”. Il grado maggiormente elevato di sviluppo, in primo luogo culturale, del proletariato urbano occidentale – in particolare quello tedesco, grazie all’impegno nella formazione dei militanti da parte del Partito Socialdemocratico tedesco, e alla possibilità di operare nella legalità, dopo il fallimento delle repressive leggi antisocialiste – induce diversi marxisti occidentali a criticare la concezione leninista del partito. Particolarmente significative, a tal proposito, sono le critiche di Rosa Luxemburg, principale teorica del cosiddetto comunismo di sinistra, che metteva in guardia dagli esiti autoritari cui avrebbe condotto la concezione leniniana dell’organizzazione. Tale idea di partito avrebbe favorito, secondo Luxemburg, il degenerare in un centralismo burocratico, ovvero il dominio dei funzionari di partito sui militanti e più in generale sui suoi referenti, i lavoratori salariati e il proletariato, ingabbiandone la spontanea capacità di lotta [2].

La critica agli “ultra-sinistri”

Dinanzi a tali critiche Lenin ribatteva che l’organizzazione politica non può fare a meno della direzione da parte di un nucleo di rivoluzionari di professione, adeguatamente preparati dal punto di vista culturale: i soli che possono consentire al proletariato di liberarsi dal controllo ideologico della classe dominante, sviluppando una concezione del mondo funzionale alla realizzazione dei propri bisogni sociali e politici. Solo le avanguardie organizzate in partito possono andare al di là della singola lotta immediata, in quanto tale inevitabilmente riformista, ed elaborare uno sguardo d’insieme sulla situazione nel suo complesso che consenta di determinare gli obiettivi strategici in una tattica flessibile, attenta al contesto storico e politico che gli consenta di spostare in avanti le determinate contraddizione cui occorre far fronte. La direzione della lotta deve essere assunta da un’avanguardia composta da persone che hanno votato la propria esistenza alla causa rivoluzionaria.

L’estremismo malattia infantile del comunismo

Più in generale, Lenin critica l’interpretazione del marxismo della corrente di estrema sinistra presente nel Partito bolscevico e forte in diversi paesi dell’Europa centro-occidentale, perché, a suo parere, non comprendeva o non teneva conto dell’esigenza, anzi della necessità di concretizzare i princìpi strategici in una tattica duttile capace di risolvere le problematiche specifiche che si presentavano. Come abbiamo visto, Lenin aveva criticato ogni forma di apriorismo teorico che non muova dalla esigenza di risolvere delle contraddizioni oggettive. Perciò l’interpretazione leniniana del marxismo quale filosofia della prassi si oppone al soggettivismo delle correnti ultra-sinistre. Alla concezione estremista degli «ultra-sinistri», che rifiutano a priori qualsiasi compromesso e accorgimento tattico, Lenin contrappone una prassi politica che mira a trasformare la realtà a partire dalle sue contraddizioni oggettive.

Continua sul prossimo numero


Note

[1] Principale teorico del sindacalismo rivoluzionario, ovvero dell’anarco-sindacalismo è certamente Georges Sorel (1847-1922).

[2] Del resto, la rivalutazione del ruolo delle masse di contro al parlamentarismo e alla burocratizzazione del Partito socialista tedesco era da sempre stata al centro della riflessione di Luxemburg, principale teorica dapprima della sinistra socialista, poi del cosiddetto “comunismo di sinistra”. Di contro alla concezione leninista del rapporto fra avanguardie e masse, Luxemburg sosteneva che, per quanto decisivo il momento della formazione delle masse attraverso il partito, quest’ultimo non poteva esser retto da una disciplina esteriore, ma unicamente dall’autodisciplina. Se da un lato la Luxemburg vedeva gli esiti di una tale burocratizzazione e dominio degli apparati nella Spd tedesca, in cui operava come esponente della minoranza di sinistra, la sua polemica si rivolgeva contro ogni lesione della democrazia diretta, della partecipazione dal basso della classe operaia.

30/09/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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