Intervista a Giuseppina Fiore

Giuseppina Fiore è una delle madri di Plaza de Mayo di Buenos Aires.


Lei è la madre di Vincenzo Fiore (Enzo), un operaio socialista "desaparecidos" nel '77, negli anni della dittatura di Videla.


Il prossimo 24 marzo ricorrono due importanti anniversari: quello dell’eccidio alle Fosse Ardeatine, compiuto dai nazisti nel 1944 e quello del golpe fascista che nel 1976 portò al potere i militari in Argentina. A ricordo di quest’ultimo, tragico, evento pubblichiamo una video-intervista esclusiva fatta dal nostro collaboratore a Buenos Aires, Parsifal Reparato, alla signora Giuseppina Fiore, una donna che da quarant’anni, con altre al suo fianco, ogni giovedì manifesta a Plaza de Mayo, davanti alla Casa Rosada, sede del governo, per chiedere verità e giustizia per suo figlio e per gli oltre trentamila uomini e donne desaparecidos. Persone la cui eliminazione non è avvenuta negli stadi, come in Cile, ma al riparo da occhi indiscreti, come in quel lontano 1944, attraverso torture e rapimenti non per questo meno drammatici, violenti ed evidenti, per chi aveva occhi per vedere e cervello per capire. Persone la cui scomparsa non doveva essere solo individuale ma anche sociale, in quanto protagoniste di un risveglio politico inaccettabile per il grande padronato ed i suoi governi, a partire da quello dello zio Sam.

Giuseppina è italiana, dalla Sicilia emigrò in Argentina con suo marito, nel dopoguerra. All’epoca l’Argentina era vista come un grande paese in cui poter ricominciare, lontano dalla miseria che molte famiglie pativano in quegli anni. Da questi due italiani nacque Vincenzo, che presto divenne un operaio e un militante socialista. Giuseppina ci restituisce innanzitutto il suo ricordo attraverso questa intervista e attraverso una poesia scritta dalla sorella di Vincenzo. Oltre a questo, però, Giuseppina ci dà la possibilità di riflettere anche su quanto accade in quegli anni, ed in particolare su quanto la scelta di sterminio portata avanti dalla giunta militare fosse attentamente ponderata e condivisa da ampi settori della classe dominante, per fermare le legittime aspirazioni di chi chiedeva la fine delle disuguaglianze e della povertà. Richieste sempre attuali, in Argentina come in ogni altra nazione ove domini il modo di produzione capitalistico. Per questo, e fin quando non si sarà compiuta la definitiva liberazione dell’umanità dallo sfruttamento, il fascismo è destinato a rimanere all’ordine del giorno e a ripresentarsi con le sue classiche violenze squadriste, ogni volta che alla crisi economica si sommi un’efficace azione di emancipazione da parte dei lavoratori. Le camicie nere, dunque, sono tutt’altro che definitivamente riposte nell’armadio della Storia e se oggi non sono ancora fieramente indossate da chi comanda è soltanto perché la situazione non lo richiede.

Il dominio, infatti, è ancora saldamente in mano alle classi, e spesso addirittura agli stessi soggetti, che hanno ordito questo e gli altri crimini contro il popolo dei lavoratori. Non a caso la transizione alla democrazia, in Argentina non meno che in Spagna e negli altri paesi occidentali sottoposti nel secondo dopoguerra a governi militari, fascisti nella forma oltre che nella sostanza, non ne ha scalfito il potere, non ne ha messo in pericolo la libertà personale se non in casi più unici che rari, né ha risolto nessuna delle contraddizioni che stanno trascinando l’umanità nel baratro sociale ed ecologico. Chiedere ai tribunali borghesi conto delle malefatte perpetrate da lorsignori ai danni di chi non ha altra colpa se non quella di non essere proprietario di, parente di, amico di, o di non essere sufficientemente scaltro e senza scrupoli, dunque, è questione che sul piano individuale può servire ad ottenere un primo acconto di quel risarcimento che però è possibile strappare integralmente solo sul piano sociale, vale a dire liberandoci collettivamente dai motivi che inevitabilmente generano l’ingiustizia che altrimenti è destinata a ripetersi. Non a caso, nel loro striscione, le madri di Plaza de Mayo scrivono che la falta de trabajo es un crimen. Buona visione.

La Redazione

18/03/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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