Dipingere da Gran Maestra. Le donne pittrici dimenticate dalla storia dell'arte

Agli Uffizi, una mostra su Elisabetta Sirani, pittrice del '600, prima fondatrice di una scuola di pittura per giovani donne.


Dipingere da Gran Maestra. Le donne pittrici dimenticate dalla storia dell'arte Credits: Elisabetta Siriani, Timoclea uccide il capitano di Alessandro Magno, 1659, Napoli - Museo Nazionale di Capodimonte (lezpop.it)

I crateri del pianeta di Venere hanno un nome. Quelli più piccoli portano nomi femminili di tutte le culture del mondo. Quelli più grandi il nome di donne importanti a cui sono stati dedicati. Sono centinaia di crateri, intitolati a artiste, scrittrici, scienziate, statiste. Tra le altre, Emily Dickinson, Simone Weil, Eleonora Duse, Anna Frank. Tra questi, alcuni sono dedicati alle pittrici: c'è quello di Frida Kahlo, di Käthe Kollwitz, di Natalja Gonçarova, di Artemisia Gentileschi. Tra questi, c'è poi un cratere di circa 30 km di diametro tra la 31° latitudine e la 230° longitudine. È quello dedicato a una pittrice poco conosciuta, morta a soli 27 anni nel 1665, Elisabetta Sirani.

Elisabetta Sirani fu una straordinaria pittrice nella Bologna già barocca di Guido Reni. Fu una tra le pochissime donne a cimentarsi nell'arte del dipingere in quel secolo e la prima in Europa a fondare una scuola di pittura per giovani donne. Fino al 10 giugno, gli Uffizi le dedicano una bellissima mostra.

Come Artemisia Gentileschi, era figlia d'arte. Inevitabile, visto che altrimenti le donne non erano ammesse all'Accademia e quindi le uniche che potevano apprendere il mestiere erano quelle che avevano accesso alle botteghe di famiglia. Il padre, Giovanni Andrea Sirani, era il primo assistente di Guido Reni e Elisabetta ne prese la bottega, quando lui si ammalò di gotta. Per quanto avesse illustri committenti e fosse già all'epoca molto ammirata (diventò anche professoressa dell'Accademia d'arte di San Luca a Roma), era però difficile accettare che una donna fosse così abile in un'arte considerata a esclusivo appannaggio degli uomini. Si dice che usasse tenere la porta dello studio aperta, così che tutti potessero verificare che era lei a dipingere e non il padre. Uno dei suoi primi sostenitori, un certo Malvasia, ne celebrava la grandezza affermando che Elisabetta dipingeva “più che da uomo” e che “ebbe del virile e del grande”. Insomma, una donna, sì, ma curiosamente dotata di genio artistico e di inventiva, caratteristiche normalmente considerate esclusivamente maschili.

Eppure Elisabetta dipinse quanto mai da donna, privilegiando nelle sue opere, oltre alle inevitabili Madonne, la rappresentazione di donne eroiche, indipendenti e coraggiose. Giuditta che taglia la testa a Oloferne, Cleopatra, Porzia che si ferisce con un pugnale alla coscia per dimostrare il suo coraggio al marito Bruto, che cerca di tenerla estranea dalla congiura delle Idi di marzo. E infine la bellissima Timoclea, che dopo essere stata violentata da un comandante dell'esercito di Alessandro Magno, si vendica gettandolo in un pozzo.

Che la vita delle donne pittrici fosse difficile è un dato noto. Quasi ovvio in tutto il Medioevo, nel Rinascimento e fino al Barocco che, a parte rare eccezioni, come Elisabetta Sirani e la più nota Artemisia Gentileschi, era pur sempre il secolo della Santa Inquisizione. Il pregiudizio verso le donne pittrici va però ben oltre e arriva dritto dritto fino a oggi. Si sa, il patriarcato è duro a morire...

La maggior parte dei manuali su cui si studia storia dell'arte relega le donne pittrici a un ruolo marginale e sempre di secondo piano, anche nell'arte contemporanea. Berthe Morisot fece parte del gruppo degli impressionisti fin dalle prime mostre, nonostante lo sdegno degli accademici e della sua famiglia. Non meno di Renoir, Monet e Degas, fu una interprete raffinata dell'impressionismo (La culla, al Musée d'Orsay è una delle sue più note opere). Eppure il suo nome è a stento citato nei manuali, se non per un famosissimo ritratto eseguito da Edouard Manet, di cui lei è la modella. In effetti, nell'immaginario comune, Manet, che mai espose con gli impressionisti pur essendone uno degli ispiratori, viene ricordato molto più spesso come impressionista di quanto non avvenga per Berthe Morisot. Ancora di più per le altre donne del gruppo, Mary Cassat, Camille Claudel e Eva Gonzalès.

Altrettanto accade nell'arte contemporanea. Le donne pittrici hanno sempre un ruolo di secondo piano. In una vecchia edizione del 1973 della Garzantina dell'arte che ho nella mia libreria, sono elencati tutti i pittori, anche quelli meno noti, ma Frida Kahlo non compare nemmeno. Neanche, per sbaglio, alla voce Diego Rivera. Magari l'avranno aggiunta dopo, ora che è diventata anche icona di stile. È curioso anche che nella stessa Garzantina, alla voce su Natalja Gonçarova si ritenga utile informare che sposò il pittore Michail Larionov, mentre viceversa, alla voce su di lui, questa informazione non c'è.

Eppure, queste donne non furono soltanto artiste straordinarie, ma quasi tutte ebbero un modo del tutto originale di interpretare lo spirito del loro tempo. Come Elisabetta Sirani, non dipinsero in modo virile, ma eccezionalmente femminile e fuori dagli schemi, a volte molto più dei loro colleghi uomini. Un'opera di Tamara de Lempiska è immediatamente riconoscibile, perché nessuno ha dipinto le donne come lei. La sua Andromeda che aspetta voluttuosa e fiera che Perseo la liberi dalle catene e uccida il mostro marino è unica e soltanto una donna poteva dipingerla così. Altrettanto unici sono i ritratti di Frida Kahlo, talmente poco classificabili, che lei stessa rifiutò l'etichetta di surrealista che le aveva assegnato lo stesso André Breton, dichiarando "ho sempre dipinto la realtà, non i miei sogni". Non sbagliava Picasso, quando scrisse a Diego Rivera "né io né te, potremmo mai dipingere come Frida". Così le madri di Käthe Kollwitz, contorte dalla povertà e dal dolore, che cercano disperatamente, con quel poco che hanno, di proteggere i loro figli, non hanno paragoni in tutto l'espressionismo tedesco.

Tutto questo per dire che il titolo della bella mostra degli Uffizi su Elisabetta Sirani, "Dipingere e disegnare da Gran Maestro", è ingiusto e anche un po' ingrato. Elisabetta Sirani, come le altre, dipinse da Gran Maestra.

31/03/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Elisabetta Siriani, Timoclea uccide il capitano di Alessandro Magno, 1659, Napoli - Museo Nazionale di Capodimonte (lezpop.it)

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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