25 Novembre, violenza di genere e il piano di Non una Di meno

Femminismo e violenza di genere viaggiano sugli stessi binari del conflitto di classe? Secondo noi si.


25 Novembre, violenza di genere e il piano di Non una Di meno Credits: vignetta di Nathan Gelgud (the submarine.it)

Ѐ andata assolutamente così: il corteo di Roma indetto da Non Una di Meno contro la violenza di genere nella giornata mondiale contro la violenza sulle donne del 25 novembre, ha portato nelle strade 150 mila persone: “tre generazioni di donne in piazza, con un piano scritto dal basso per trasformare radicalmente una società maschilista e patriarcale”, come si legge dal comunicato su Facebook di NUDM. Indubbiamente un risultato incoraggiante ed importante per il movimento femminista, che torna alla ribalta dopo lo sciopero globale dello scorso 8 marzo. Al di là dell’appuntamento istituzionale rappresentato appunto dalla data del 25 novembre – tale per cui, di fronte al dilagare della violenza di genere quale fenomeno strutturale (che, quindi, come giustamente sottolinea anche NUDM, non è né una novità né ha caratteri emergenziali, come piace invece dire ai media mainstream) anche le élite di potere non possono evitare di spendere parole, anche se spesso solo generiche o fuorvianti. La novità consiste proprio in tale “piano” dal basso volto alla trasformazione radicale della società “maschilista e patriarcale”, stando sempre alle parole diffuse dalle organizzatrici. Un “piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e contro la violenza di genere”, per essere precisi, che è consultabile a questo link e che è stato presentato e discusso a Roma all’indomani della manifestazione di sabato scorso.

Il presente articolo vuole essere un contributo critico all’analisi del piano in questione, senza avere la pretesa di essere esaustivo, né tantomeno decostruttivo rispetto all’incalzare del movimento. Siamo infatti tutte e tutti consapevoli che l’emergere di un movimento femminista che contribuisca a focalizzare tematiche attorno alle quali bisogna letteralmente ripartire da zero per costruire nuove forme di sensibilità, analisi e, soprattutto, lotta, rappresenta certamente un prezioso passo in avanti nonostante il fatto che, come tutti i processi di trasformazione del reale, esso sia fisiologicamente in divenire ed imperfetto. Di conseguenza, per le comuniste e i comunisti, la critica rappresenta – assieme alla prassi quotidiana rivoluzionaria - lo strumento principe attraverso il quale avvantaggiarsi nella comprensione della realtà e, dunque, nell’individuazione dei mezzi e delle parole d’ordine utili a modificarla in maniera efficace.

Abbiamo, innanzitutto, già avuto modo di notare in passato sulle pagine di questo giornale, come, a nostro avviso, la contraddizione principale dalla quale è scaturito il sistema sociale e valoriale del patriarcato vada individuata sul piano della produzione sociale e del progressivo emergere del lavoro produttivo e dei suoi soggetti attivi quale piano privilegiato ed esclusivo ai fini dell’organizzazione e produzione sociale stessa (rimandiamo, sul punto, alla lettura di altri articoli). In altre parole, la società non nasce ab origine già maschilista e patriarcale a causa di una natura intrinsecamente (e, dunque, irrimediabilmente) violenta e usurpatrice dei maschi. Bensì lo diventa – ancorché già in tempi assai remoti – a seguito del delinearsi di specifiche scelte e necessità produttive che, analizzate ad un livello “etico e filosofico”, potrebbero dirsi informate ed imperniante di irrazionalismo (produrre per arricchirsi individualmente, non già allo scopo di rispondere ai bisogni concreti della collettività), iniquità e, in ultima istanza, violenza. Il “peccato originale” del vivere sociale risiede nelle modalità e nei principi attraverso i quali gli esseri umani gestiscono la loro convivenza e le loro attività reciproche e, quindi, principalmente la sfera della produzione e del lavoro.

La prospettiva comunista si fonda, non a caso, sulla necessità dell’abbattimento del capitalismo e delle sue “logiche”, recuperando, quindi, ad una dimensione razionale e razionalistica la struttura produttiva e sociale nonché le sovrastrutture culturali, politiche ed ideologiche, attraverso l’annientamento dell’accumulazione di valore (e dello sfruttamento, ad essa funzionale) quale principio fondante e, al contempo, fine ultimo dell’organizzazione sociale stessa.

Ѐ evidente, quindi, che il principale obiettivo, ai fini di una efficace e sostanziale rimozione della violenza anche contro le donne, resta la distruzione della società capitalistica sulla quale, da ultimo, il patriarcato e il maschilismo si innestano a meraviglia, e che rappresenta la matrice insana dalla quale si genera e si alimenta ipso facto la prevaricazione, lo sfruttamento e ogni forma di vessazione e violenza.

Un programma autenticamente femminista deve essere necessariamente e radicalmente anticapitalista, pena la vacuità e l’irrilevanza sostanziale della lotta femminista stessa che, inevitabilmente, finirebbe paradossalmente per affannarsi sulla sensibilizzazione attorno agli effetti più visibili della violenza di genere, senza averne minimamente denunciato e scalfito le cause generatrici. Finendo, in definitiva, per essere tollerabile (in alcuni casi, forse e addirittura funzionale) dal sistema che va invece sovvertito.

Per questo motivo e su queste basi è necessario sollevare delle precisazioni riguardo al “piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e contro la violenza di genere”.

Innanzitutto la violenza è prioritariamente agita da parte delle strutture del capitale indipendentemente dal sesso dei o delle appartenenti a tali élites di potere, per i motivi sopra illustrati: la violenza maschile contro e sulle donne, nonché la violenza di genere, rappresenta una “species del genus” della violenza di classe. Per quanto questo tipo di violenza sia particolarmente odiosa, efferata e persistente nel tempo, questo concetto occorre ribadirlo ancora una volta se non si vogliono rischiare clamorosi “autogol” come quello, purtroppo divenuto noto quasi più della manifestazione stessa del 25 novembre, in cui un gruppo di attiviste del movimento accusava un uomo presente al corteo del fatto che quello non fosse il suo posto, del fatto di essere diverso (in quanto, appunto, “uomo”), lo invitavano ad andarsene o quantomeno ad allontanarsi dalla testa del corteo. Ѐ del tutto evidente la miopia di un’ottica che rimuove la matrice classista dalla violenza di genere, perpetuando la sterile – ed in ultima istanza divisiva, quindi, debole - dicotomia “maschile uguale male, femminile uguale bene”.

Ed oltre ad essere miopie è anche contraddittoria: pur volendo prendere per buona, infatti, la visione secondo cui la violenza primigenia debba essere addebitabile al “maschio” e non alle dinamiche produttive irrazionali che schiavizzano l’umanità intera dinanzi all’arricchimento, lo scopo ultimo della lotta femminista dovrebbe, in questo caso, mirare ad un cambiamento radicale a livello globale possibile solo grazie alla sostituzione al potere delle femmine al posto dei maschi. Delle due, l’una: o si cerca di rimuovere nel modo più assoluto la possibilità di sviluppare una coscienza politica autonoma del movimento (e allora si procede con l’irrazionalismo più inquietante che crede almito dell’ “esercizio illuminato del potere” da parte delle donne, obliando le basi reali e scientifiche su cui si fonda l’organizzazione e la produzione sociale) oppure esse si battono per un obiettivo che ritengono nei fatti irraggiungibile, visto che non possono né vogliono accettare la possibilità che esistano uomini che sposino la loro causa (se per gli uomini “non c’è posto”, bisogna dedurre che essi debbano essere destinati ad altrettanti secoli di dominazione da parte del vendicativo genere femminile? Oppure debbano essere eliminati?).

Un uomo proletario che dica la tua lotta è la mia lotta, infatti, cosa significa? Significa la presa di coscienza di condividere una situazione di violenza classista e di sfruttamento che accomuna i lavoratori, precari e disoccupati indipendentemente dai loro generi di appartenenza e trasversalmente alle loro reciproche e specifiche differenze dettate dal colore della pelle, dal credo religioso e via discorrendo. Significa individuare nel capitalismo neoliberista - che miete ogni giorno abbondanti vittime in ogni singolo bacino da cui attinge la forza di rigenerare la propria furia ricattatrice e devastatrice contro persone e ambiente - il nemico principale da combattere, che non è certamente l’unico, ma quello fondamentale ed imprescindibile sicuramente sì; significa, infine, rafforzare a dismisura una lotta poiché, sulla base di queste premesse, è praticamente illimitato il numero di persone accomunate dal fatto di subire la violenza di classe e le sue particolari sotto-specie, che prendono il nome di violenza sulle donne e di genere, razzismo, guerre religiose ecc.

Il piano scritto dal basso, quindi, per essere realmente efficace dovrebbe innanzitutto esplicitare che l’obiettivo dovrebbe essere lo sradicamento della società classista e capitalista e, conseguentemente, delle forme di dominio tipiche del patriarcato e del maschilismo.

Ad onor del vero, il piano non sembra affatto disinteressato alle dinamiche di produzione sociale e certamente sono proposti dei passaggi interpretativi che vanno esplicitamente nella direzione di considerare gli aspetti strutturali come parte fondamentale del problema. Tuttavia non si riesce mai ad andare esplicitamente oltre alla semplice “istintualità di classe” che anima queste considerazioni e che non si trasforma pienamente in coscienza politica e di classe, con tutte le conseguenze negative, già sottolineante in precedenza, che la proposizione del femminismo (e basta) come “lettura complessiva dell’esistente” comporta.

Da questo modo di porre il problema, che consideriamo critico, non possono che discendere delle considerazioni e delle soluzioni che o sono anche condivisibili ma purtroppo destinate a rimanere solo delle ambizioni, oppure in alcuni casi sono completamente fuorvianti.

In questo senso, interpretiamo alcuni passaggi contenuti nel capitolo “libere dal sessismo” in cui si definiscono addirittura già “liberati” dal sessismo e dalla violenza alcuni contesti e/o spazi all’interno dei quali si pratichino “nuovi modi della politica e dell’essere in comune” (pag.11): è pericolosa la rimozione della tragica (e decisamente violenta) dimensione che investe costantemente una lavoratrice qualsiasi nel momento in cui, nella vita di tutti i giorni, sia fuori che dentro tali spazi “liberati”, essa altro non è che una pedina ricattabile e intercambiabile con milioni di altre disperate e disposte a tutto, costretta a vendere la propria forza lavoro al minimo prezzo esistente, a muoversi in un contesto di precarietà ed assenza completa di tutele o diritti, e via discorrendo. Per quanti “nuovi modi” utili si possano o si vogliano trovare, bisogna tenere a mente che in una fase simile non si può che parlare di resistenza e non già di vittoria (né tantomeno, quindi, di liberazione), poiché finché non verrà abbattuto questo sistema di produzione e le sue sovrastrutture, non potrà esserci alcuna liberazione sostanziale degli oppressi ed è in tal senso ineludibile la necessarietà della lotta di classe.

In secondo luogo è evidente come la pratica dell’occupazione e dell’autogestione di spazi pubblici all’interno dei quali fornire servizi negati, consulenze o altro secondo un modello anti-autoritario, sia da intendersi in termini tattici e non strategici, abbandonando l’ottica utopistica tipica dell’anarchismo proudhoniano che impedisce alla classe di concepirsi e farsi essa stessa “Stato”, realizzando compiutamente le ambizioni di liberazione e di gestione razionale, fuori dalle logiche dello sfruttamento, della produzione e della società.

In generale, si può dire che proprio questo costituisca il principale limite del piano femminista che stiamo analizzando, che risulta essere profondamente permeato proprio da questo genere di logica.

Se infatti la “cultura del consenso” di cui si parla nel piano può e deve avere un senso specifico ed immediato con riferimento alle relazioni di tipo sessuale, risulta fuorviante promuoverla sul piano delle relazioni politiche, giacché nessun tipo di accomodamento può essere raggiunto con chi detiene concretamente il potere: essi concepiscono la violenza e l’autoritarismo come una pratica intrattabile in quanto funzionale e necessaria (dunque che non ha nulla a che vedere con la dimensione propriamente etica), imposta da una sistema imperniato sul sistematico ed indifferenziato sfruttamento dell’essere umano: diversamente, dovremmo finire per ammettere il paradosso della possibilità di realizzare un capitalismo “dal volto umano” – prospettiva utopica e mistificante non a caso sponsorizzata, o quantomeno non obliata, da parte delle classi dominanti allo scopo di incanalare il dissenso e il malcontento sempre più diffuso all’acuirsi della barbarie generata dal neoliberismo sfrenato e dall’imperialismo.

Anche la stessa assunzione della capacità di generare pratiche non prevaricatrici e antiautoritarie quale caratteristica propria del genere femminile rappresenta, in certo qual modo, l’assorbimento supino da parte delle donne di un determinato modo dominante ed etero-diretto di guardare a se stesse e di concepirsi. Una riproposizione, sostanzialmente, del dogma che destina le donne ad una dimensione in cui la dolcezza, la condiscendenza, l’ascolto (tutte qualità umane di assoluto rilievo, sia chiaro) sovrastano sempre e comunque la combattività, la risolutezza, l’ostinazione pur necessarie per condurre una battaglia in maniera vittoriosa.

Perché di lotta, si parla. Indicativo a questo proposito, invece, l’utilizzo reiterato del termine “pretendiamo” per introdurre le rivendicazioni contenute nel piano, un termine “educato” che fa riferimento all’idea di una richiesta che rischia di suonare poco preoccupante alle orecchie del padrone. La rimozione del concetto sostanziale di lotta che dal piano individuale sia in grado di estendersi ad uno più generale ed inclusivo, è da cogliersi anche nella scelta curiosa di ricorrere al concetto di “empowerment” come metodologia di fuoriuscita dalla violenza (pag. 43) per descrivere quello che, al fondo, potrebbe perfettamente essere ricompreso all’interno del processo di presa di coscienza e passaggio alla lotta di classe organizzata. Infatti l’ “empowerment” (di cui si afferma non esistere una traduzione specifica in italiano) viene definito come “un processo di crescita e potenziamento riguardante il femminile/femminista e le lotte sociali [che] avviene prevalentemente attraverso due fasi: la prima riguarda la presa di coscienza di una condizione di oppressione, l’appropriazione della potenza o potenzialità che ognun@ ha e l’autodeterminazione nelle scelte; nella seconda fase il soggetto o i soggetti perseguono uno o più obiettivi che hanno a che fare con il rovesciamento dello stato di cose presenti o con il cambiamento della propria condizione”.

Per concludere questo contributo alla discussione sul piano femminista proposto dalla piattaforma NUDM – in cui abbiamo volutamente tralasciato la discussione sulle analisi e le proposte, che definiremmo “minime”, che condividiamo nelle grandi linee, ossia sul contrasto “quotidiano” alla violenza di genere, anche nelle sue forme interrelate col diritto alla autodeterminazione, alla salute, col razzismo e la questione dell’immigrazione, e la battaglia contro tutte le riforme (dal Jobs Act alla Buona Scuola eccetera) di smantellamento dei diritti e del welfare e di restaurazione neoliberista - rimangono alcuni aspetti critici da porre in evidenza, sempre generate dalla mancata assunzione di un’ottica genuinamente di classe sulla questione femminista e di genere.

Infatti non possiamo che considerare ingenuo e fuorviante quanto proposto nella sezione “libere di (auto)formarci e di formare” con riferimento ai media e all’industria culturale, nel momento in cui si pretende di “eliminare a monte le narrazioni tossiche, mirando a cambiare la cultura attraverso percorsi di formazione diffusi e capillari in tutti gli ambiti della comunicazione”: un approccio di questo tipo, che può essere al massimo funzionale per limitare i danni più evidenti causati dalle sovrastrutture sessiste e patriarcali perfettamente innestate nel capitalismo, mistifica una realtà in cui l’egemonia culturale esercitata dalle classi dominanti ad ogni livello di formazione e informazione degli individui, è tale per cui, con ogni evidenza, essa non possa essere combattuta o ribaltata unicamente attraverso una “battaglia ideologica” sulla sola formazione di genere, per di più condotta eroicamente da un esiguo numero di “esperte femministe competenti in materia”. Non solo, per essere concretamente efficace questa lotta ideologica, pur necessaria, deve essere tale da ricomprendere una visione del mondo completamente e totalmente alternativa a quella unico-dominante su tutti gli aspetti dell’esistente, nonché essere accompagnata da una prassi politica che sappia metterla in campo in maniera organizzata, conquistandosi una propria forza e autorevolezza nella società: in altri termini, occorre costruire il partito rivoluzionario.

La medesima confusione in ordine alla fisionomia della società capitalistica e al suo funzionamento –dunque alle modalità di lotta e alle rivendicazioni che possano concretamente provocarne un indebolimento ed una rottura in senso rivoluzionario – si trova alla base della richiesta, non condivisibile, di quello che nel piano viene chiamato “salario minimo europeo” e “reddito di autodeterminazione incondizionato e universale”, nella sezione “libere dalla violenza economica, dallo sfruttamento e dalla precarietà”. Questo errore viene commesso sempre più spesso ultimamente, ed anche questo giornale si è già occupato di analizzare questa tematica da una prospettiva critica marxista.

Se da una parte, infatti, è semplicemente utopistico immaginare (figuriamoci ottenere) una redistribuzione del reddito tra le diverse classi sociali – e non già all’interno della medesima classe, poiché a quel punto si dovrebbe parlare più propriamente di una insensata redistribuzione della povertàsenza prioritariamente porre e risolvere la questione del mutamento del modo di produzione, va altresì sottolineato la pericolosità dello scollamento del concetto di reddito da quello di salario e, dunque, dal lavoro: la “liberazione dal lavoro” apre le porte alla precarietà quale dimensione definitivamente esistenziale ed eterna, all’iper sfruttamento semi-schiavistico dei pochi occupati, alla paura della pauperizzazione progressiva e globale sulla quale sarebbe infinitamente più semplice esercitare il ricatto e la soggezione. In sostanza, l’amplificazione all’ennesima potenza della violenza classista e sociale, alla quale sono collegate le altre forme.

Dall’altra parte è semplicemente inutile da parte dei e delle lavoratrici salariate, dei e delle precarie eccetera, richiedere un salario minimo. Il salario, infatti, per definizione è sempre minimo (ossia tende al costo minimo necessario alla mera riproduzione della forza lavoro stessa) e non potrebbe essere altrimenti, poiché il capitale, privato di una significativa parte dei profitti generati, appunto, dall’appropriazione del valore prodotto e non retribuito, non potrebbe replicare il proprio stesso meccanismo iniquo di funzionamento e mantenimento, di cui si è ampiamente parlato.

Ancora una volta, per concludere, è necessario ribadire come la lotta femminista non possa a nostro avviso prescindere dall’assunzione di un’ottica più generale anticlassista e anticapitalista, all’interno della quale organizzarsi in un percorso dotato di una più compiuta coscienza politica. Un percorso che sia, pertanto, in grado di sfruttare questa positiva aggregazione di forze sviluppata attorno alle tematiche della violenza sulle donne e di genere – come dimostrano gli incoraggianti numeri delle piazze nei diversi appuntamenti organizzati, di cui lo scorso 25 novembre è stato solo l’ultimo in termini cronologici – per metterla al servizio di un processo unificante e più ambizioso in cui la forza e la rabbia delle donne funga da testa d’ariete per la liberazione del mondo intero da ogni forma di oppressione.

02/12/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: vignetta di Nathan Gelgud (the submarine.it)

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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