E sono 200! Omaggio per il duecentesimo numero de La Città Futura

Da Gianni Anselmi a Clarita Di Giovanni, da Adela a scultori internazionali, da eventi culturali a inchieste sullo sfruttamento dei precari per ricordare i temi trattati dal settimanale.


E sono 200! Omaggio per il duecentesimo numero de La Città Futura Credits: veneziaautentica.com

MILANO. Duecento numeri, quattro anni di pubblicazioni, di un settimanale comunista, costruito da un collettivo redazionale che va ringraziato per l’impegno costante in una società avversa, dove il capitale domina anche se in difficoltà facendo pagare il suo fallimento. Allora in settori della redazione, come interni esteri economia soprattutto, ogni articolo è segnale di denuncia e proposta di cambiamento. Nel settore cultura e in quello recensioni sono pubblicati articoli che trattano di cose belle e buone, mostre, eventi, libri, cinema, teatro, quello che anche in una società come è stata disegnata da Marx convivono con l’umanità liberata dal capitale. Sento mio dovere scrivere queste righe come omaggio ai duecento numeri di La Città Futura.

In questo articolo ci sono incontri con persone, alcune impegnate a scrivere, scolpire, dirigere film e documentari, un'altra vittima dello sfruttamento del precariato. Ringrazio Gianni Anselmi con cui ho parlato di medicine alternative rischiose, Clarita Di Giovanni che ha curato il catalogo della mostra “Humans” edizione 2018 di MiniArtextil, Alexis Silk, Michal Jackowski, Cecilia Martin Birsa, Esin Cakir e Pantaleo Cretì, scultori che hanno esposto grazie a “Tablinum”, infine la rumena Adela che mi ha raccontato la sua esperienza di lavoratrice precaria sfruttata in un call center della Telecom. Temi diversi, persone protagoniste, la cui dignità viene prima di tutto.

1. MEDICINA ALTERNATIVA E LA SUA PERICOLOSITÀ

Gianni Anselmi è fisioterapista da molti anni, ha scritto della sua esperienza e, soprattutto, degli incontri durante il tempo dedicato alla sua attività.

D. Mi dici il motivo del tuo approfondimento riguardo il tema delle medicine alternative che consideri, almeno in parte, pericolose?

R. Il fenomeno al quale assistiamo da tempo è la migrazione di molte persone, deluse dalla mancanza di risultati positivi da parte della medicina ufficiale, verso forme di cure alternative. Dal punto di vista umano non c’è nulla da eccepire per questa scelta, è importante però capire se il tipo di terapia che viene proposto ha una valenza medico scientifica.

D. In altre parole, intendi dire che è dalla notte dei tempi che si ricorre a terapie naturali per lenire disturbi e malattie varie mentre nel frattempo la medicina ufficiale ha compiuto passi da gigante?

R. Sì, ne è prova che la vita media di un individuo è passata in mezzo secolo dai 70 agli 80 anni. Paradossalmente in questi ultimi decenni c’è stato un fiorire di terapie alternative che hanno stimolato l’interesse di un sempre maggior numero di persone.

D. Di cosa parli?

R. L’elenco è lunghissimo, tanto per citarne alcune: pranoterapia, omeopatia, riflessologia, agopuntura, cromoterapia ayurvedica, medicina cinese, cromoterapia, cristalloterapia o terapia con le pietre. Da una recente statistica è emerso che circa 13 milioni di italiani ricorrono alla medicina alternativa, di questi ben il 70% si cura con l’omeopatia.

D. Parliamo di pranoterapia, dove hai una tua lunga esperienza di lavoro.

R. Senza dubbio il fiore all’occhiello è rappresentato dalla pranoterapia, è stato l’argomento che ho approfondito in un mio libro. Personalmente preferisco definirla: imposizione delle mani. La pranoterapia esiste da secoli. Oggi la si continua a chiamare così perché fa sempre effetto inserire nel nome di una pratica il termine terapia perché sottintende che serve a curare qualcosa. Anticamente l’imposizione delle mani, su questo si basa questa pratica, era un rituale religioso che trasferiva l’energia di una persona nel corpo di un malato. Prana è un termine sanscrito, vuol dire energia vitale, termine vago, anche la parola o la vista sono dimostrazioni di vita e quindi energia, ma nell'accezione utilizzata da chi fa il pranoterapeuta l'energia vitale diventa la fonte di tutte le guarigioni, una sorta di flusso, mai misurato né misurabile che scaturirebbe dal corpo di chi la possiede.

D. A conclusione di quanto dici cosa vuoi ancora sottolineare?

R. Attraverso l’attenta analisi delle cosiddette medicine alternative, unita alla mia esperienza sulla pranoterapia, posso dire senza il minimo dubbio che bisogna porre molta attenzione quando stiamo per prendere decisioni che ci portano a curarci con metodi che non hanno nulla di scientifico. Una maggior attenzione la devono riporre soprattutto coloro che hanno un briciolo di fede, perché emerge in modo chiaro la contaminazione di elementi spiritistici nell’uso di queste pseudo-terapie.

2. CLARITA DI GIOVANNI E LA PASSIONE PER L’ARTE

Il catalogo dell’edizione 2018 di MiniArtextil è stato ben curato da Clarita Di Giovanni, che si è specializzata in documentari d’arte. Ha vissuto a Genova e a Bologna dove ha studiato al DAMS con Umberto Eco e si è laureata con un saggio sulla Semiotica del Teatro. Ha diretto documentari e cortometraggi e nel 2013 ha curato il libro di vari autori su “Maria Lai, Ansia d’Infinito”. La Di Giovanni è stata aiuto regista di Carlo Lizzani, John Irvin, Arthur Miller, Dino Risi. Un suo film valorizzato dalla critica è “Sardegna andata e ritorno”. Di Maria Lai (1919-2013), artista italiana di origini sarde, tra le più raffinate interpreti del fare artistico al femminile, MiniArtextil 2018 espone “Rosso e Nero” del 2008, tela e fili.

D. Hai curato un libro scritto da vari autori l’anno della scomparsa di Maria Lai, un’artista che conosci e apprezzi.

R. Come scrive Elisa Fulco ne “La Torre” in “Come un Gioco” tutta l’opera di Maria Lai potrebbe leggersi come un eterno rammendare, cucire e chiudere le ferite di un tessuto-corpo provato dalla vita, che però non si lacera mai del tutto, sembra invece che, al contrario della trama della sofferenza, il tessuto rinasca e crei un disegno, un progetto di vita o un sogno che ci salva: mappe, geografie, favole”.

3. CINQUE SCULTORI, CINQUE ANIME DELLA SCULTURA

Curatori, critici d’arte e critici letterari fanno sinergia nel progetto di Studio Tablinum, un laboratorio d’idee da cui nascono progetti innovativi che hanno come comune denominatore la divulgazione culturale. Espongono insieme provenendo da vari Paesi e creando sculture che attraggono il pubblico, non soltanto gli esperti: Pantaleo Cretì realizza belle sculture e vedendolo all’opera lo fa con una rapidità che sorprende, ma sottende studi profondi e tecnica elaborata in anni di attività. Cecilia Martin Birsi scolpisce il timore, che diventa anche terrore, della separazione in sé e di sé stessi. Michal Jackowski esprime il “Circles of Life” con marmoree sculture la cui modernità ci riporta alla lunga storia dello scalpello. Alexis Silk, nata a Seattle tra industrie tecnologiche, realizza con vetro soffiato di Murano la sua “Conceptual glass Sculpture”, corpi a grandezza naturale che trasmettono il fascino discreto e penetrante del vetro.

4. ADELA, PRECARIA SFRUTTATA IN UN CALL CENTER

Sottotitolo potrebbe essere: dove le hanno insegnato a mentire. Premesso che per Marx, quindi per chi scrive e pubblica da duecento settimane La Città Futura, il capitalismo è legato allo sfruttamento, la sua iniquità sta nella modalità con cui produce con un’appropriazione indebita, il capitalista sfrutta i lavoratori salariati, racconto in queste righe la storia vera di Adela, rumena, dalla quale ho raccolto questa intervista (scritta con appunti dati da lei stessa).

D. Raccontami di te, Adela.

R. Sono Adela, rumena, ho lavorato in Romania per una azienda italiana, Telecom Italia e ho visto, nel mese in cui ho lavorato, tante cose ingiuste e come rubavano alla gente, mi sembra ingiusto e voglio dare informazioni sui metodi dell’azienda.

D. Come è nato il tuo rapporto di lavoro con Telecom Italia in Romania?

R. Sono studentessa alla facoltà di lingue straniere, studio italiano e portoghese. Un giorno sono venute due persone per cercare dipendenti, tra gli studenti più disperati, si vedeva che ero tra loro. Ho fatto il colloquio per il lavoro e mi è parso strano già all’inizio, tutto in fretta, mi hanno detto che avevo superato il colloquio in un’ora, mi hanno domandato i miei documenti per poter iniziare a lavorare.

D. E poi?

R. Mi hanno detto che ci sarebbe stato un periodo di prova in cui avrei imparato a dare le risposte quando i clienti chiamano, ma in quel periodo non mi hanno insegnato niente, soltanto a usare un programma per fare alcune ricerche. Poi ho fatto una simulazione, inserendo un numero apparivano le offerte se si fossero ricevuti reclami dai clienti.

D. Che prima sensazione hai provato?

R. Mi è sembrato strano che la persona che ci insegnava a usare il programma non ci abbia detto che molte volte i clienti quando fanno un reclamo hanno ragione e si dovrebbe fare un rimborso, ma l’azienda ha dedicato soltanto una somma piccola per i rimborsi perché non vuole restituire nulla ai clienti.

D. Insomma un computer ti insegnava cosa rispondere?

R. Sì, mi hanno lasciato rispondere al telefono senza sapere niente e senza dirmi prima che tipo di problemi potevano sollevare i clienti e che cosa avrei dovuto rispondere. Sono stata in ascolto solo un giorno a fianco di un anziano dipendente. Te lo giuro nei primi giorni non ho saputo rispondere niente, dovevo aspettare il responsabile di sala, mettere in pausa il cliente e correre nella sala vicina per chiedere la risposta.

D. Mi fai qualche esempio di telefonate?

R. I clienti mi dicevano che le fatture non arrivavano in tempo utile per essere pagate, noi dovevamo rispondere che era colpa della posta, ma non era vero, ma così sentivo che rispondevano i miei colleghi.. Non era vero, una mia collega mi disse in faccia che l’azienda non manda le fatture in tempo utile per essere pagate e così può anche sospendere la linea. Si facevano da alcuni clienti richieste di cessazione dell’utenza, ma l’azienda continuava a mandare le bollette. C’erano casi in cui la richiesta era stata fatta 6 mesi prima, un anno prima. Io dovevo dire sempre che aprivo un reclamo, ma sapevo che non si sarebbe tenuto conto di quel reclamo. C’erano clienti che non avevano mai chiesto alcune offerte, come internet pay con contenuti web a 20 euro oppure la consegna dell’elenco telefonico. Riguardo a internet pay all’inizio mi dissero che per toglierlo avrei dovuto dire al cliente di entrare in internet e cliccare su un link, poi mi dissero che per toglierlo dovevo annotare il numero del cliente che non chiede venga tolto su un foglio. Neanche io sapevo la verità per dare una risposta corretta, mi dicevano risposte spesso diverse. Quando un cliente chiamava e diceva che voleva la cessazione, noi dovevamo mentire dicendo che avremmo aperto una richiesta per la cessazione e che avremmo registrato quello che domandava, in realtà noi aprivamo nel nostro programma solo una registrazione che diceva come il cliente dovesse essere contattato dal dipartimento commerciale che gli avrebbe fatto diverse offerte per farlo rimanere cliente.

D. Allora, un ambiente difficile?

R. Noi non abbiamo mai potuto dire la verità: ovvero che il cliente avrebbe dovuto mandare per la cessazione una raccomandata scritto a mano a un preciso indirizzo, Telecom Italia casella postale 111 cap 00054 Fiumicino. A questo indirizzo si manda la richiesta, non come si mente al call center affermando che si registra la richiesta mentre non si registra niente. Il cliente che vuole la cessazione viene chiamato da un altro dipartimento per essere invitato a restare con Telecom.

D. Alla fine di un mese te ne sei andata e hai deciso di descrivere la tua esperienza?

R. Nel contratto c’era scritto di non dire informazioni sull’azienda. Grazie per avermi ascoltata e aver letto gli appunti che ti ho dato. Mi sembra che debba essere fatta giustizia perché io sono stata coinvolta in questa azienda senza sapere niente, ero innocente al colloquio per il lavoro, mi avevano detto che avrei dovuto fare del training e poi mi hanno utilizzata come un giocattolo e non è giusto.

13/10/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: veneziaautentica.com

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L'Autore

Guido Capizzi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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