Gramsci e le due opposte forme di totalitarismo

Nell’analisi di Gramsci, la storia contemporanea produce la contrapposizione fra due forme opposte di totalitarismo, una progressiva e l’altra reazionaria


Gramsci e le due opposte forme di totalitarismo Credits: https://www.lanuovasardegna.it/regione/2012/11/24/news/antonio-gramsci-preso-nella-rete-tesa-da-togliatti-1.6083135

Conviene interpretare i diversi passi dei Quaderni del carcerein cui Antonio Gramsci utilizza il concetto di “totalitario” sulla base di quattro direttrici fondamentali. In primo luogo la crisi delle concezioni totalitarie dell’ancien régime, ovvero dei regimi totalitari antecedenti la Rivoluzione francese. In secondo luogo Gramsci contrappone le nuove intellettualità integrali e totalitarie del partito rivoluzionario, agli intellettuali tradizionali, in quanto i primi unificano in sé le attitudini teoriche e pratiche. Da ciò deriva la visione del mondo totalizzante che anima il partito rivoluzionario e la sua vocazione totalitaria, volta a ricomprendere in sé tutte le altre organizzazioni. Perciò, a parere di Gramsci, il marxismo “avrà o potrà avere questa funzione non solo totalitaria come concezione del mondo, ma totalitaria in quanto investirà tutta la società fin dalle sue più profonde radici” [1]. In terzo luogo, Gramsci sottolinea che il sistema totalizzante nel mondo contemporaneo si afferma in due modi contrapposti: o attraverso un partito che, in quanto portatore di una visione del mondo più universale e razionale, possa inaugurare un’epoca progressiva, oppure mediante un partito che sia capace d’impedire all’organizzazione portatrice della nuova concezione del mondo di divenire “totalitaria” (6, 136: 800), sviluppando un totalitarismo regressivo e reazionario. Infine, Gramsci si interroga sulle problematiche intrinseche di un regime totalitario, presumibilmente con un occhio rivolto alle drammatiche condizioni in cui si cercava di realizzare una transizione al socialismo in Unione sovietica.

Gramsci si dice persuaso che “nel movimento storico non si torna mai indietro e non esistono restaurazioni ‘in toto’” (13, 27: 1619), ovvero non si può ricondurre l’intero progresso storico nei quadri dell’antico regime, da qui l’importanza della rivoluzione passiva. Finirono con il divenire consapevoli di ciò, mediante una tragica esperienza, gli stessi legittimisti che, dopo la sconfitta di Napoleone, miravano a una restaurazione integrale degli assetti sociali e territoriali antecedenti la Rivoluzione francese. Tanto da vedersi costretti a rinunciare a “posizioni integrali e totalitarie nel campo della cultura e della politica” (6, 188: 832), fino a doversi accontentare di essere divenuti un partito fra gli altri e, quindi, riconoscere implicitamente il pluralismo della società moderna da loro strenuamente contrastato dal punto di vista ideologico. Un discorso analogo può essere fatto per il cattolicesimo che, con il sorgere dell’associazionismo cattolico, “da concezione totalitaria (nel duplice senso: che era una totale concezione del mondo di una società nel suo totale), diventa parziale (anche nel duplice senso) e deve avere un proprio partito” (20, 2: 2086). Il cattolicesimo da potenza ideologica totalitaria diveniva così una “forza subalterna”, dovendosi misurare sul terreno imposto dagli avversari, ovvero essendo costretto a dover fare i conti con “l’organizzazione politica di massa” (Ivi:2087). In altri termini, per dirla con Gramsci: “il primo moto di Azione Cattolica sorse per l’impossibilità della Restaurazione di essere realmente tale, cioè di ricondurre le cose nei quadri dell’Ancien Régime. “Come il legittimismo così anche il cattolicismo, da posizioni integrali e totalitarie nel campo della cultura e della politica, diventano partiti in contrapposto di altri partiti e, di più, partiti in posizione di difesa e di conservazione” (6, 188: 832), rinunciando così alle proprie distopie reazionarie. Dunque “l’Azione Cattolica rappresenta”, come mostra acutamente Gramsci, “la reazione contro l’apostasia di intere masse, imponente, cioè contro il superamento di massa della concezione religiosa del mondo. Non è più la Chiesa che fissa il terreno e i mezzi della lotta; essa invece deve accettare il terreno impostole dagli avversari o dall’indifferenza e servirsi di armi prese a prestito dall’arsenale dei suoi avversari […]. La Chiesa, cioè, è sulla difensiva, ha perduto l’autonomia dei movimenti e delle iniziative, non è più una forza ideologica mondiale, ma una forza subalterna” (20, 2: 2086-87).

Nel mondo moderno, in particolare per il partito rivoluzionario, diviene necessario, sottolinea Gramsci, selezionare individualmente i propri membri “e la selezione avviene sia nel campo pratico che in quello teorico congiuntamente, con un rapporto tanto più stretto tra teoria e pratica quanto più la concezione è vitalmente e radicalmente innovatrice e antagonistica dei vecchi modi di pensare” (11, 12: 1387). In tal modo il moderno principe diviene l’elaboratore “delle nuove intellettualità integrali e totalitarie, cioè il crogiolo dell’unificazione di teoria e pratica intesa come processo storico reale” [Ibidem]. Perciò “l’intellettuale tradizionale della fase precedente (clero, filosofi professionali ecc.) sparisce necessariamente, a meno che non si assimili dopo [un] processo lungo e difficile” (8, 169: 1042). In tal modo, diviene necessaria “la formazione per adesione individuale” al partito, in particolare rivoluzionario, che dovrà essere, perciò, un partito di quadri “e non del tipo ‘laburista’” quale prototipo del partito operaio di massa “perché, se si tratta di dirigere organicamente ‘tutta la massa economicamente attiva’ si tratta di dirigerla non secondo vecchi schemi ma innovando, e l’innovazione non può diventare di massa, nei suoi primi stadi, se non per il tramite di una élite in cui la concezione implicita nella umana attività sia già diventata in una certa misura coscienza attuale coerente e sistematica e volontà precisa e decisa” (11, 12: 1387). Perciò il Partito assume nel mondo contemporaneo un ruolo essenziale in quanto elabora teoricamente e sperimenta praticamente nel mondo storico l’etica e la politica corrispondenti alla nuova visione del mondo comunista.

L’essenza totalitaria o meno d’una concezione del mondo o di un atteggiamento pratico costituisce, a parere di Gramsci, un significativo discrimine per una formazione politica. Una concezione teorica e pratica parziale è tipica di un partito riformista, in quanto presuppone, in effetti, “un moto principale in cui innestarsi per riformare certi presunti o veri mali” (15, 6: 1760), non ponendo in discussione l’“esistente” in quanto tale. Al contrario si possono risalire le cause reali di una particolare conformazione storica, si possono porre le premesse necessarie a una sua radicale trasformazione in senso rivoluzionario, solo conquistando la piena autonomia pratica sulla base di una concezione del mondo totalizzante. Del resto, Gramsci sostiene che ogni individuo moderno fa riferimento a uno o più partiti intesi in senso lato, ovvero alla concezione del mondo di una o più classi sociali. Perciò Gramsci ritiene indispensabile “una politica totalitaria” volta: “1) a ottenere che i membri di un determinato partito trovino in questo solo partito tutte le soddisfazioni che prima trovavano in una molteplicità di organizzazioni”, ovvero a rompere ogni legame con organismi culturali estranei; “2) a distruggere tutte le altre organizzazioni o a incorporarle in un sistema di cui il partito sia il solo regolatore” (6, 136: 800).

Gramsci ne deduce la necessità del “carattere ‘monolitico’” (15, 6: 1760) del partito rivoluzionario, poiché solo omogeneizzando un gruppo sociale su basi ideologiche totalizzanti è possibile rendere “razionale” il “reale”. Per Gramsci, in effetti, “solo un sistema di ideologie totalitario” è in grado di riflettere le contraddizioni della struttura economica, ponendo le basi “per il rovesciamento della praxis” (9, 182: 1051) al fine di realizzare una riforma intellettuale e morale.

Poiché nello Stato moderno le diverse classi sociali sono sottoposte all’egemonia attiva del gruppo dirigente e dominante, le concezioni del mondo che non trovano spazio a questo livello si sviluppano negli organi della società civile, ovvero nei partiti, nei sindacati e nelle associazioni. D’altra parte, come nota a ragione Gramsci, “le dittature contemporanee aboliscono legalmente anche queste nuove forme di autonomia e si sforzano di incorporarle nell’attività statale: l’accentramento legale di tutta la vita nazionale nelle mani del gruppo dominante diventa ‘totalitario’” (25, 4: 2287). Per Gramsci tale sistema totalizzante si afferma seguendo due opposte direttive: in primo luogo mediante un partito che sia “portatore di una nuova cultura” in grado di inaugurare un’epoca progressiva; in secondo luogo, mediante un partito che sia capace d’impedire all’organizzazione portatrice della nuova concezione del mondo di divenire “totalitaria”, aprendo una “fase regressiva e reazionaria” (6, 136: 800).

Nei regimi totalitari la funzione precedentemente svolta dal monarca “di impersonare la sovranità sia nel senso statale che in quello della direzione politico-culturale (cioè di essere arbitra nelle lotte interne dei ceti dominanti, la classe egemone e i suoi alleati) sta passando ai grandi partiti di tipo ‘totalitario’” (7, 93: 922). Essi tenderanno a legittimarsi sul fondamento del “concetto astratto di ‘Stato’”, poiché pur essendo espressioni di una classe particolare dovranno cercare di conciliare i propri interessi con quelli delle classi alleate conquistando un qualche consenso anche nelle classi avverse, dando “l’impressione che la funzione ‘di forza imparziale’ è attiva ed efficace” (13, 21: 1602).

Le osservazioni di Gramsci sui limiti del totalitarismo si possono ricondurre a due problematiche principali: in primis i rischi dovuti a un’immediata identificazione di Stato in senso stretto e società civile; in secondo luogo i pericoli di una deriva bonapartista, nel momento in cui la nuova compagine statuale non sarà in grado di rendere senso comune la propria rinnovata concezione del diritto. Per quanto concerne il primo rischio, Gramsci osserva che il “partito unico e totalitario di Governo” non ha più funzioni politiche in senso stretto, ma “tecniche di propaganda, di polizia, di influsso morale e culturale” (17, 37: 1939), necessarie alla lotta per l’egemonia su altre classi sociali che non dispongono di organizzazioni legali. Tuttavia, le problematiche squisitamente politiche, dovendosi rivestire di forme culturali, “diventano irrisolvibili” dal punto di vista politico. Per quel che concerne il secondo rischio, Gramsci osserva che in uno Stato socialista “le nuove abitudini e attitudini psicofisiche connesse ai nuovi metodi di produzione e di lavoro devono essere acquistate per via di persuasione reciproca o di convinzione” individuale giacché viene meno la pressione coercitiva di una classe superiore” (22,10: 2163). In tal caso vi è il rischio di un’“ipocrisia sociale totalitaria”, ovvero si corre il pericolo che “le nuove necessità” siano accolte teoricamente, mentre nella pratica continuano a dominare atteggiamenti individualistici e asociali. Se fino a questo punto la prima stesura della nota (testo A: 1, 158: 138-39) coincide sostanzialmente con la seconda (testo C) che abbiamo citato, la conclusione della notazione evidenzia una significativa divergenza fra le due stesure. Ciò può esser dovuto o a un mutamento della concezione di Gramsci, o all’esigenza di ordine “pratico” di non contrastare apertamente la linea politica dominante in Urss. Nella nota C (22,10, 2164) Gramsci afferma che, in tal caso, sarà necessario l’intervento dell’avanguardia del partito per imporre alla propria classe di riferimento la nuova disciplina, la quale sarà da intendere come autodisciplina essendo un’imposizione della parte più avanzata dello stesso raggruppamento sociale. Nel testo A, più problematicamente, Gramsci evidenzia la necessità da parte della classe di autoimporsi la nuova disciplina, con l’aggiunta che se ciò non dovesse avvenire “nascerà una qualche forma di bonapartismo, o ci sarà un’invasione straniera, cioè si creerà la condizione di una coazione esterna che faccia cessare d’autorità la crisi” (1, 158: 139).

Note:

[1] Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1977, p. 515. D’ora in poi citeremo quest’opera fra parentesi tonde direttamente nel testo, indicando il quaderno, il paragrafo e il numero di pagina di questa edizione.

27/09/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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