Gravidanza in solitaria? No grazie

Idee per prevenire la solitudine e il disagio genitoriale in gravidanza e nel maternage.


Gravidanza in solitaria? No grazie

Idee per prevenire la solitudine e il disagio genitoriale in gravidanza e nel maternage.

di Ida Paola Sozzani

Tutte le culture hanno circondato la gravidanza e la nascita di un figlio con miti, tradizioni e cure che riflettevano le ansie genitoriali e le aspettative della società sull'individuo in una data epoca. In Italia fino agli anni '60 del secolo scorso in campagna – ma anche in città – si nasceva in casa con l'aiuto dell'ostetrica: la donna in gravidanza riceveva riguardi particolari e veniva accompagnata al parto dentro un‘aura tranquillizzante di tradizioni femminili approntata da mamme, zie e sorelle, mentre gli uomini di casa, temporaneamente "banditi" dalla vicenda, restavano in attesa dietro l'uscio di udire il primo vagito del pargolo

Per la neo-mamma i giorni del puerperio erano scanditi dai ritmi del neonato e dall'apprendimento della tecnica di allattamento al seno e del maternage, nella tranquillità dell'ambiente domestico. Durante l'infanzia del figlio tutto il parentado, le aspettative sociali tradizionali, la scuola e perfino i riti religiosi, si incaricavano di trasferire ai novelli genitori le consapevolezze indispensabili e i doveri da assolvere per crescere figli sani, robusti e possibilmente intelligenti.

Il XX secolo, nelle società industrializzate e ad alto tasso di urbanizzazione, si è incaricato di inquadrare l'infanzia e i diritti del bambino in un nuovo statuto anche pubblico, mentre la famiglia, col viraggio industriale dei modelli lavorativi e dissolti i legami parentali propri delle società contadine, si trasformava da famiglia estesa in famiglia "nucleare": una piccola unità sociale, talvolta sradicata dal luogo di origine, fatta di papà, mamma con uno o pochi bambini – capace nel contempo di garantire la riproduzione biologica attraverso le generazioni e di gestire in versione sempre più social il "patrimonio" e il potenziale di individualità di ciascun nuovo nato. Negli ultimi decenni del Novecento in queste famiglie nucleari i papà hanno dovuto cominciare ad accudire i bambini e i neonati e a condividere con le mogli il tempo e i saperi della "cura".

Se i genitori del “Boom economico" erano consapevoli che il benessere personale dei piccoli e la loro futura "fitness sociale" passavano attraverso il gioco, il movimento, la socializzazione, la creatività e la conoscenza, dopo il 2000 l'asticella dei requisiti e dell’immaginario genitoriali si è alzata di molto, in risposta all'eccezionale aspettativa che le società del mondo globalizzato riversano su madri e padri.

Con i nonni costretti al lavoro fino ad età avanzata, nella società "liquida" postindustriale si è verificata un‘ulteriore atomizzazione e diversificazione dei modelli di famiglia e i neogenitori sono lasciati soli ad arrabattarsi fra ogni genere di responsabilità. Per questo alle coppie 2.0 che si decidono sempre più tardi a fare il primo figlio (il tasso medio di natalità in Italia è sceso a 1,37 figli per donna con primipare di 31,5 anni) non resta che tentare di sopperire al proprio vissuto solitario e al senso di inadeguatezza che ne deriva mutuando saperi e modelli genitoriali con il crisma della scientificità da consulenti e professionisti privati dell'area psico-sanitaria.

In questi anni c'è un vero boom di offerta formativa di corsi che ruotano intorno alla "genitorialità", articolati e dettagliati sulle singole esigenze, sulle varie classi di età e le varie fasi critiche della relazione genitori-figli. Le coppia si informa attraverso il passa parola di amici e conoscenti, ma sempre di più cerca in Internet quei profili social o blog di associazioni e istituzioni del privato-sociale che offrono, qualche volta anche a livello gratuito di fornire un potenziamento delle competenze cognitive e relazionali a vantaggio della moderna genitorialità.

Prima della nascita del bambino, oltre ai tradizionali corsi di preparazione al parto che si sono sempre svolti nei consultori pubblici e in molti ospedali, si vanno diffondendo percorsi di gruppo forniti da counselor privati che offrono l'opportunità "social" di vivere la gravidanza insieme ad altre coppie: la formula è amicale e privilegia un'ottica non medicalizzata, proponendosi come "Gruppo di accompagnamento alla nascita" in cui si ricrea, appunto per la presenza di varie coppie, una dimensione socializzata e di condivisione dell'evento genitoriale e di nascita. Sul modello dei gruppi di auto-mutuo aiuto si dà molto spazio alla dimensione relazionale ed emotiva con l'obiettivo di vivere la gravidanza insieme: mamma, papà ed il loro bambino prenatale che vive, sperimenta, impara e prova emozioni con i suoi genitori dentro il pancione.

Con attenzione alla "Qualità del percorso nascita" sotto la guida dei vari esperti vengono anche affrontati tutti gli argomenti pratici e teorici relativi alla fisiologia della gravidanza quali gli aspetti relazionali della coppia in gravidanza, le paure e il significato del dolore, i tipi di parto, l'esperienza del travaglio, l'allattamento, l'accoglienza e la psicologia del neonato, la genitorialità, ma lo si fa con uno stile informale e non calato dall'alto, preferendo invece una comunicazione empatica e circolare fra formatori e genitori tramite attività pratiche e che coinvolgono il corpo, simulazioni, esercizi creativi e condivisione di idee, dubbi, speranze, paure e aneddoti.

È soprattutto tra le coppie del ceto medio e più acculturate che si va diffondendo il ricorso in autonomia ai nuovi profili innovativi di consulenti personali della salute e del sostegno emotivo-psicologico dei genitori: oltre alla figura sanitaria professionale dell'ostetrica nella fase che precede e segue immediatamente la nascita del bebè si propongono alle neomamme anche figure specializzate come la psicologa perinatale che offre counseling per prevenire o elaborare difficoltà e disagio emotivo legati alla gravidanza e al parto.

Nei primi anni del bambino si ricorre agli psicologi dell'età evolutiva in caso di problematiche del contatto e della relazione genitori-figli, e per ricevere Gestalt counseling, cioè consulenza sui comportamenti da tenere nell'ambito della triade mamma, papà e bambino.

Dal momento che in Italia la maggior parte delle donne partoriscono in modo naturale, le mamme sono dimesse e si ritrovano a casa sole con i loro bambini dopo sole 24/48 ore dal parto – e uno o due giorni dopo la minoranza di donne che partorisce col cesareo. Non tutti gli ospedali, nè tutte le Regioni, poi, mettono a disposizione la degenza con Rooming in cioè Bebè in camera 24 ore su 24 con il supporto di ostetriche e puericultrici.

Il ritorno a casa col neonato rappresenta un forte impatto emotivo e le neomamme spesso cercano di mantenersi collegate in gruppi di auto mutuo aiuto del dopo-parto, per affrontare le difficoltà del maternage e della nuova quotidianità domestica.

A questo scopo stanno fiorendo anche in Italia figure innovative quali la Doula e la Mother Assistent, molto di moda all'estero e talvolta esperte in massaggio e aromaterapia: non si tratta di figure medico sanitarie che sostituiscono medico e ostetrica, ma di accompagnatrici che assistono emotivamente e praticamente la donna durante il parto e nei primi giorni di vita del bambino.

La "doula" nell'antica Grecia era una donna posta a servizio di un'altra donna: l'antropologa Dana Raphael usò per prima questo termine nel 1973 per riferirsi a madri già con prole a carico, che nelle Filippine assistevano le neo-madri nell'allattamento e nelle prime cure al neonato. I ricercatori medici Marshall Klaus e John Kennell, hanno dimostrato in trial clinici gli effetti benefici e positivi della presenza delle doule durante i parti e nel puerperio. Negli Stai Uniti e in Canada non è richiesto alla doula di essere certificata, mentre in Italia, pur non essendo una professione inquadrata e tutelata da un Ordine, è un lavoro riconosciuto e regolamentato dalla legge 4/2013 e ci sono corsi professionalizzanti per diventare doule.

La Mother Assistant è pure una nuova professione che alcune regioni, come l'Umbria nel 2004, hanno ricompresa in alcuni progetti pilota per favorire il percorso di nascita domiciliare. Queste figure di assistenti a sostegno della dimensione naturale del parto e della tutela dell´allattamento naturale, sono impiegate a sostegno della mamma che ha avuto un parto cesareo o gemellare e per la prevenzione della solitudine dopo il parto: in pratica le si affiancano nei primi tempi per garantire quella continuità di assistenza che il modello ospedaliero attuale del parto, in anni di welfare ridotto, difficilmente riesce a garantire.

Più tardi, quando il bambino affronta il nido o l'asilo, le mamme che rientrano al lavoro cercano percorsi di sostegno presso mediatori esperti in bilancio di competenze e conciliazione maternità e lavoro o consulenti psicologici per mantenere l’equilibrio e gestire lo stress legato alla loro nuova dimensione multi-tasking di mamma impegnata sul versante famigliare e lavorativo.

Viste le nuove abitudini dei moderni genitori sorge spontanea la domanda: “Ma questa rincorsa a farsi aiutare non è una esagerazione?“

Sembrerebbe di no. Non è affatto una esagerazione per la donna che già durante la gravidanza subisce molte sollecitazioni da parte della società: sente addosso il peso di dover fare la mamma in modo “perfetto” e l’ambiente che la circonda non sempre è amichevole. Le aspettative della propria madre, della suocera, del marito, delle colleghe, delle amiche sono elevate: sono tutti pronti a dispensare consigli azzeccatissimi… ma raramente riescono a dare una mano e l'antico entourage di coccole ed affetto per le donne di oggi esiste sempre di meno, complici i ritmi della società moderna e un cambiamento culturale.

La realtà è che la donna oggi è lasciata sola a ricoprire il nuovo ruolo di mamma incarnandone un modello “riuscito” senza una minima sbavatura. I padri restano tuttora confinati sullo sfondo e il campanello di allarme della cronaca periodicamente ci consegna storie dai risvolti tragici di queste solitudini materne.

La depressione del post partum è una condizione frequente e se nella maggior parte dei casi si risolve spontaneamente senza conseguenze, cominciano ad essere descritti nella letteratura medica gli aspetti di deprivazione e le conseguenze psicofisiche a lungo termine per il bambino di uno stato emotivo materno non ottimale.

A fronte di 502.596 nuove nascite in Italia nel 2014 si stima che oltre 90.000 donne e circa il 16% delle donne nel nostro Paese siano colpite da ansia e disturbi depressivi durante la gravidanza e il post-partum: si tratta di una realtà sicuramente sottodiagnosticata, che va prevenuta e assistita sul versante medico-sociale a cominciare dal sistema sanitario pubblico: a questo scopo Regione Lombardia si è mossa per prima nel panorama nazionale finanziando il progetto pilota biennale “Depressione in gravidanza e post partum: modello organizzativo in ambito clinico, assistenziale e riabilitativo” che ha mutuato esperienze avanzate in Canada e in Australia per la presa in carico non solo della diade mamma bambino, ma anche dei papà e della rete sociale circostante.

La Survey e i successivi interventi del progetto hanno coinvolto L'Azienda Ospedaliera Fatebenefratelli - Oftalmico di Milano, ONDA – Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna – e l'Associazione Volontari per la salute mentale Progetto Itaca. In una primo tempo i volontari hanno intervistato 500 papà e 500 mamme: dalle loro risposte è emerso che 1 genitore su 3 ha dichiarato di aver sofferto o che la propria partner aveva vissuto un’esperienza di depressione post-partum, soprattutto in occasione del primo figlio, ma meno della metà ne aveva parlato con il proprio medico, e solo il 50% dei papà si è sentito partecipe e in grado di supportare la propria compagna. Il responsabile del progetto, Dr. Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Salute mentale e Neuroscienze dell’A.O. Fatebenefratelli parla di oltre12.000 donne in Lombardia che sperimentano ogni anno un episodio di depressione perinatale.

Per prevenire e affrontare questo malessere psicologico delle mamme, nella fase di intervento del progetto milanese è stata offerta assistenza domiciliare specialistica alle neomamme e ai neonati: nell’ambiente protetto e accogliente della casa un’équipe multidisciplinare composta da una psichiatra, una psicologa, un pediatra e da una volontaria di Progetto Itaca hanno prestato le cure e le attenzioni necessarie per aiutarle a superare un momento così delicato della loro vita. Per i papà sono stati organizzati gruppi di sostegno, ascolto e scambio emotivo-esperienziale in riferimento al nuovo ruolo genitoriale. Gli incontri, moderati da una psichiatra e da una psicologa, hanno avuto luogo presso il Presidio Ospedaliero Macedonio Melloni, in passato storico ospedale provinciale per la maternità e infanzia di Milano.

Il progetto lombardo si è sviluppato a 360 gradi, con interventi di formazione rivolta agli psichiatri, pediatri, ginecologi e psicologi, allo scopo di fornire un aggiornamento sull’utilizzo degli psicofarmaci durante la gravidanza e il puerperio e l’apprendimento di un modello di trattamento cognitivo-comportamentale. Al termine di questo pilota, Regione Lombardia ha istituito un Gruppo di approfondimento tecnico, a cui partecipano Istituzioni, Società scientifiche, clinici e associazioni, con l’obiettivo di definire Linee guide regionali che garantiscano livelli adeguati di omogeneità nei trattamenti erogati a livello locale che potrebbero successivamente diventare nazionali.

Ora la palla è passata alle Società scientifiche di riferimento con l’intento di stilare delle Indicazioni generali di buona pratica clinica per la prevenzione, diagnosi e cura della psicopatologia perinatale, dal momento che ancora oggi in Italia non esistono Linee guida di riferimento per gli operatori.

22/01/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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