Il prisma di Anastasia

Ecco come da un film d’animazione per bambini si evince facilmente la “regola del prisma”: la lettura dei fatti storici passati e presenti cambia a seconda del “momento di svolta” scelto.


Il prisma di Anastasia Credits: fotogramma da Anastasia, di D. Bluth e G. Goldman, Fox, USA, 1997

In un cartone animato di una ventina d’anni fa, intitolato Anastasia, una bella principessa, cresciuta però in orfanotrofio e un po’ “maschiaccio”, compie un avventuroso viaggio dalla Russia verso la Francia. Durante la Rivoluzione del 1917, quasi tutta la sua famiglia è stata sterminata per colpa di Rasputin, un malvagio monaco che ha fatto un patto con il demonio; Anastasia, ormai adulta, vuole ricongiungersi con la sua amata nonna a Parigi.

A scuola, tutti abbiamo studiato che la Storia si divide in grandi periodi: l’America fu scoperta nel 1492 e poi iniziò l’età moderna; la Rivoluzione francese scoppiò nel 1789, aprendo le porte al mondo contemporaneo e così via. Trovare nel passato pietre miliari, sotto forma di date, per separare un “prima” da un “dopo”, per delimitare dei “periodi” ben definiti, è uno dei compiti che più appassiona gli storici.

Dividere un periodo da quello precedente non significa però dire che, per esempio, il giorno dopo la presa della Bastiglia la gente per strada vivesse meglio o peggio di prima, o che nel 1790 il mondo fosse completamente diverso da quello del 1788. Significa, piuttosto, individuare in un determinato evento la chiave, il prisma in cui guardare per capire quelli che furono gli avvenimenti che segnarono il corso di una certa epoca.

È per questa ragione che la scelta dell’evento, o della serie di eventi, che decidiamo di usare come prisma è fondamentale: di fatto, influenza la nostra comprensione del passato e dice anche riguardo a chi lo sceglie. Più il passato che andiamo a guardare è recente, più la scelta del prisma che usiamo per guardarlo è decisiva per noi ed il nostro presente.

Guardando il cartone animato Anastasia, pochi, anche da adulti, si saranno soffermati a pensare che il film racconta, come una specie di fiaba, una parte importante della Storia del Novecento: la storia della fine del potere assoluto degli Zar su di un immenso impero. La storia di una guerra civile – la più crudele tragedia che possa colpire una nazione – ma anche della nascita di un mondo nuovo basato sulla promessa di pace, pane ed eguaglianza.

Nel dipingere sullo schermo la fiaba colorata della bella Anastasia, il film sceglie di raccontare una storia di buoni e cattivi, di orchi e principesse e per questo, all’inizio, ci mostra un mondo dorato e bellissimo che cade davanti alla Rivoluzione guidata dal demonio. Non è una colpa, perché non si può chiedere ad un cartone animato di essere preciso come un saggio storico. Il fatto è, però, che anche il Ventesimo secolo, il secolo appena concluso, non fa eccezione alla nostra “regola del prisma”. Come abbiamo visto, il momento che si sceglie come punto di svolta della Storia condiziona il modo con cui vediamo il nostro passato, da storici o da semplici curiosi. All’inizio del cartone animato su Anastasia non ci viene detto che, quando tutti sono felici e a palazzo si pensa solo a danzare, l’Europa era già sprofondata nella Prima Guerra Mondiale da oltre due anni, e milioni di persone – tra cui anche vecchi, donne, bambini – erano già stati feriti, mutilati, uccisi. Non ci viene detto che erano morti in una guerra che il papà della principessa della fiaba, lo Zar Nicola, aveva aiutato un bel po’ a far scoppiare.

Non ci viene detto perché a chi ha scritto il film tutto questo non interessa. L’importante è che i protagonisti della storia – i ricchi, i nobili, i privilegiati – possano continuare a danzare: per Anastasia lo spartiacque che divide il prima dal dopo, quello che fa entrare la sofferenza nella fiaba – e quindi, per chi guarda il film, anche nella Storia con la S maiuscola – è la Rivoluzione. Questo è il prisma scelto dagli autori del film, lo stesso che ha voluto e vuole usare chi giustifica tutto il male del Novecento sulla base dell’idea che la Rivoluzione d’Ottobre fu un attentato criminale alla civiltà.

Allora, con quest’idea in tasca, si può scagionare il fascismo che voleva soltanto “riportare l’ordine”; si può raccontare la Seconda guerra mondiale come una “crociata” contro lo stato-criminale della Rivoluzione, e si può persino provare a giustificare il nazismo, una risposta magari eccessiva ma comunque dettata dalla necessità di difendersi dal “terrore rosso”. È bene ricordarlo nell’anno in cui ricorre il centenario della Rivoluzione d’Ottobre.

Quando il grande studioso Erich Hobsbawm, nella sua opera Il secolo breve, fa iniziare il Novecento nell’anno 1914 naturalmente sa, come noi, che in realtà il Novecento è iniziato nel 1901. Con la sua scelta vuole però sottolineare l’importanza – assoluta – del momento di rottura epocale che fu la Prima guerra mondiale, la Grande Guerra, scoppiata appunto nel 1914.

La Rivoluzione d’Ottobre in Russia fu la risposta di speranza e cambiamento a quella gigantesca tragedia. Chi vuole farvi credere il contrario – anche in un cartone animato per bambini – è uno che non lo ha capito o non vuole che lo capiate voi.

11/03/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: fotogramma da Anastasia, di D. Bluth e G. Goldman, Fox, USA, 1997

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L'Autore

Stefano Plescan

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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