Perché la Rivoluzione di ottobre fa ancora paura alla borghesia?

La borghesia internazionale fa ancora oggi di tutto per demonizzare la Rivoluzione di ottobre e le sue conseguenze, cerchiamo di comprendere per quali motivi.


Perché la Rivoluzione di ottobre fa ancora paura alla borghesia? Credits: https://it.wikipedia.org/wiki/Rivoluzione_russa

Come è noto, dal giorno in cui ha preso avvio la Rivoluzione di ottobre sino ai nostri giorni la borghesia internazionale ha fatto di tutto per demonizzare o più semplicemente cancellare dalla storia tale rivoluzione. La prima accusa che la borghesia ha rivolto e continua a rivolgere alla Rivoluzione d’ottobre è di aver tradito gli “ideali democratici” della Rivoluzione di febbraio. Così, già i fautori del deposto Governo provvisorio di Kerenskij, accusavano i bolscevichi di aver tradito la Rivoluzione di febbraio, di essere agenti tedeschi o austriaci e di aver attentato alle nascenti istituzioni democratiche. Queste accuse provengono dai sostenitori dei governi istauratisi in Russia fra la Rivoluzione di febbraio e la Rivoluzione di ottobre, ossia di governi che si erano categoricamente rifiutati di porre fine alla Prima guerra imperialista mondiale, la più grande strage che l’umanità avesse mai visto, particolarmente inutile e disastrosa per la Russia e i paesi che faranno parte dell’Urss. Inoltre, tali governi provvisori “democratici” si erano altrettanto categoricamente rifiutati di consegnare gli enormi latifondi improduttivi ai contadini, tollerando il persistere della grande proprietà terriera parassitaria. Infine i “democratici” allora al potere, non eletti da nessuno, reprimevano gli scioperi e le manifestazioni proletarie, facendo così gli interessi, in modo più o meno consapevole, dei capitalisti e dei grandi proprietari.

L’altra grande accusa rivolta dalla borghesia alla Rivoluzione di ottobre è quella di essere stata il prodotto di un putsch, di un violento colpo di mano, che rovesciando un governo democratico avrebbe imposto la dittatura di una sempre più ristretta minoranza. Al contrario, il proletariato era già in movimento ben prima della presa, per altro quasi pacifica, del Palazzo d’inverno, l’episodio simbolo della Rivoluzione d’Ottobre. Come ricorda un testimone autorevole degli eventi fra le due rivoluzioni, il giornalista statunitense J. Reed, autore del celebre best seller I dieci giorni che sconvolsero il mondo, “fra le masse degli operai e dei contadini v’era l’ostinata impressione che ‘il primo atto’ non fosse ancora finito. Al fronte, i Comitati militari erano sempre più osteggiati dagli ufficiali che non potevano abituarsi a trattare i loro soldati come esseri umani; nell’interno, i membri dei Comitati della Terra eletti dai contadini venivano arrestati quando tentavano di ottenere dal governo un regolamento concernente le terre; e gli operai nelle officine dovevano combattere le liste nere e le esclusioni (…). Intanto, i soldati cominciarono a risolvere la questione della pace semplicemente disertando, i contadini diedero fuoco ai castelli e si impadronirono delle grandi proprietà, gli operai ricorsero allo sciopero e al sabotaggio”.

Allo stesso modo, un celebre storico russo contemporaneo, non certo sospettabile di simpatie comuniste, come Boris Kolonickij ha spiegato come la bandiera rossa o la stessa falce e martello, per tutto il periodo tra il febbraio e l'ottobre 1917, siano state usate non solo dai bolscevichi, ma un po’ da tutti, salvo i lealisti monarchici, ossia da Kerenskij ai menscevichi fino agli alti comandi militari e alla stessa chiesa ortodossa. Erano, in effetti, divenuti simboli di larga popolarità persino commerciale, tanto che si vendevano le cartoline pasquali con “Cristo è risorto” insieme all'uovo rosso di “rivoluzione e libertà”. Anche uno storico statunitense come William Rosenberg, anch’egli tutt’altro che un sostenitore dei bolscevichi, può essere citato a ulteriore dimostrazione della situazione rivoluzionaria che si era venuta a creare fra il febbraio e l’ottobre. Rosenberg ricorda la radicale democratizzazione e statalizzazione delle aziende che in quei mesi fu accettata e persino richiesta dagli stessi industriali, di fronte alla paralisi, che le tremende condizioni dei lavoratori negli anni della guerra, stavano causando alla produzione. Un processo che vide un'intensa partecipazione operaia ai Comitati congiunti di gestione delle fabbriche che già prefigurava quello che sarebbe accaduto dopo l'Ottobre.

Infine possiamo ricordare, per confutare ulteriormente la tesi del putsch, quanto osservava a caldo uno dei massimi pensatori e uomini politici dell’epoca: “la rivoluzione dei bolscevichi si è definitivamente innestata nella rivoluzione generale del popolo russo. I massimalisti [bolscevichi] che erano stati fino a due mesi fa il fermento necessario perché gli avvenimenti non stagnassero, perché la corsa verso il futuro non si fermasse, dando luogo ad una forma definitiva di assestamento – che sarebbe stato un assestamento borghese, – si sono impadroniti del potere hanno stabilito la loro dittatura, e stanno elaborando le forme socialiste in cui la rivoluzione dovrà finalmente adagiarsi per continuare e svilupparsi armonicamente [...] partendo dalle grandi conquiste realizzate ormai” [1].

Del resto in quei decisivi mesi fra le due rivoluzioni, la parola d'ordine lanciata da Lenin: “tutto il potere ai soviet” con il passare del tempo – dinanzi alla palese incapacità del governo provvisorio non solo di risolvere, ma persino di gestire la terribile situazione che si era venuta a creare nel paese – raccoglieva consensi che andavano al di là delle forze dei bolsceviche e per questo l’assalto al Palazzo d’inverno venne ratificato con relativa facilità dal Secondo congresso dei consigli degli operai, dei soldati e dei contadini, durante la serata fatidica in cui i bolscevichi avevano dato avvio all’insurrezione.

D’altronde, bisognerebbe anche interrogarsi su quali alternative reali vi fossero alla Rivoluzione d’ottobre in quel tragico frangente storico in cui un enorme paese, erede del grande impero zarista, rischiava di precipitare in uno stadio di sostanziale anarchia, visto che le direttive del governo erano sempre più radicalmente in contrasto con i bisogni della grande maggioranza della popolazione. A questo proposito è interessante leggere quanto scriveva Zinovev – il principale dirigente bolscevico che sino all’ultimo aveva fatto di tutto, insieme a Kamenev, affinché non si innescasse il processo insurrezionale, visto che considerava non ancora maturi i tempi – sul quotidiano “Dien” mercoledì 7 novembre 1917, poche ore prima della presa del Palazzo d’Inverno a Pietrogrado. “Ogni soldato, ogni operaio, ogni vero socialista, ogni onesto democratico si rende conto che nelle presenti condizioni vi sono solo due alternative. O il potere rimane nelle mani della ciurma borghese e possidente, e questo significherà repressioni di ogni genere per gli operai, i soldati e i contadini, la continuazione della guerra, e l’inevitabile fame e la morte… o il potere passa nelle mani dei rivoluzionari operai, soldati e contadini; e questo significa la completa abolizione della tirannia dei possidenti, l’immediato crollo dei capitalisti, le immediate proposte di una giusta pace. Significa anche la terra assicurata ai contadini, il controllo sull’industria assicurato agli operai, il pane assicurato alla fame, e la fine della guerra insensata”.

Più in generale, le critiche della borghesia si concentrano quasi esclusivamente sulle forme che ha assunto la dittatura del proletariato, estraniandole dal loro contenuto su cui, non a caso, i critici della Rivoluzione parlano il meno possibile, presentano la dittatura del proletariato come una forma oppressione totalitaria della società civile, mirando a occultare cosa abbia realmente realizzato il governo rivoluzionario. Tale tattica omissiva diviene evidente se si considerano già i primi decreti del governo rivoluzionario, immediatamente dopo la conquista del potere, nonostante i bolscevichi fossero costretti a combattere, oltre ai potenti nemici esterni, la guerra civile contro l’ampio arco di forze politiche che aveva assunto posizioni controrivoluzionarie e, infine, il nemico interno, rappresentato in primis dall’apparato burocratico zarista che operava un sistematico sabotaggio. Si tratta di misure, passate alla storia come Decreti di novembre, prese nell’interesse della stragrande maggioranza degli operai e dei contadini.

Nonostante le resistenze borghesi, il governo dei Commissari del Popolo, che in alcuni casi impiegheranno settimane per prendere possesso degli uffici dei Ministeri, deliberò: 1) una radicale e immediata riforma agraria, che prevedeva l’espropriazione senza indennizzo dei latifondi a favore dei contadini senza terra e dei piccoli contadini; 2) Una proposta di pace immediata senza acquisizioni territoriali rivolta senza esitazioni a tutti i popoli e paesi belligeranti, che si tradusse nell’apertura di una trattativa immediata per una pace “giusta e democratica” accompagnata da un armistizio di almeno tre mesi. 3) l’affidamento delle fabbriche ai consigli degli operai che vi lavoravano; 4) La soppressione del sistema giudiziario zarista e la costituzione dei tribunali del popolo elettivi; 5) La soppressione della polizia e la sua sostituzione con una milizia composta prevalentemente da operai; 6) la completa separazione tra stato e chiesa; 7) il matrimonio civile, con eguali diritti per entrambi i coniugi; 8) il diritto al divorzio e la totale parità dei diritti delle donne rispetto agli uomini; 9) la riduzione della giornata lavorativa a otto ore; 10) nell’esercito vengono abolite le differenze di trattamento fra ufficiali e soldati; 11) tutte le banche private sono nazionalizzate (non ripetendo, così, l’errore fatale che accelerò la repressione dei comunardi francesi); 12) il commercio estero diviene monopolio dello Stato; 13) Le ferrovie e la flotta mercantile divengono di proprietà pubblica; 14) il governo denuncia tutti gli accordi internazionali, anche quelli segreti, e sospende il rimborso dei prestiti ottenuti all’estero dal regime zarista; 15) A novembre del 1917 il governo dei Soviet pone le basi per risolvere il problema delle nazionalità, riconosce l’indipendenza della Finlandia e pubblica una risoluzione che riconosce i diritti delle minoranze nazionali e dei gruppi etnici, il diritto di autodecisione, di uguali diritti per tutti i popoli, arrivando fino a riconoscere il diritto di staccarsi dalla Federazione delle repubbliche socialiste sovietiche, in via di costituzione, per fondare nuovi stati indipendenti.

Nonostante oggi l’ideologia dominante tende a contrapporre comunismo e nazismo, considerati sistemi totalitari, ai sistemi “democratici” borghesi, in realtà la stessa idea che abbiamo di democrazia è impensabile senza la Rivoluzione d’ottobre. Si consideri, ad esempio, l’enorme impatto che ebbe la Costituzione sovietica del 1937, certamente la più avanzata in termini di democrazia formale e sostanziale di quelle di tutti i tempi precedenti. Tutte le costituzioni borghesi, quando non erano state abolite da dittature fasciste, furono in un modo o nell’altro costrette a tenerne conto e a cercare, quantomeno, di colmare l’enorme distanza in termini di diritti che le separavano da quel modello.


Note

[1] A. Gramsci, "La rivoluzione contro il ‘Capitale’”, in l'Avanti, edizione milanese, 24 novembre 1917.

20/04/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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