Ancora sul lavoro nelle cooperative sociali oggi

Lavoratori e cittadini nella morsa delle esternalizzazioni e dei tagli ai fondi per la spesa sociale.


Ancora sul lavoro nelle cooperative sociali oggi Credits: https://oradireli.files.wordpress.com/2015/06/sisifo.jpg

Dopo il primo articolo, in cui ci soffermavamo sull’inchiesta Mafia Capitale e sulla sua valenza esemplificatrice di un tipo di cooperazione che è tale solo di nome, entriamo nel merito delle condizioni in cui si trovano ad operare i lavoratori delle cooperative sociali.

Secondo i dati dell’Euricse del 2015, in Italia le cooperative sociali sono 13 mila ed impiegano quasi 300 mila lavoratori e oltre 34 mila volontari, per un fatturato pari all’1% del PIL nazionale. Possono svolgere attività finalizzate all’offerta di servizi socio-sanitari ed educativi (cooperative di tipo A, le più diffuse), in appalto esternalizzato dagli Enti Locali e dagli Enti della sanità pubblica, o possono essere cooperative sociali di tipo B, ovvero impegnate nell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, come i disabili fisici e mentali, gli ex-carcerati, gli ex-tossicodipendenti, e altro, anch’esse soprattutto su bandi e appalti delle pubbliche amministrazioni.

Le cooperative sociali si diffusero in Italia verso la fine degli anni 70 grazie anche alla grande spinta motivazionale che si produsse all’interno dei grandi movimenti politici e sociali di quei decenni, e coinvolse migliaia di persone che si investirono in prima persona per costruire percorsi di liberazione dallo sfruttamento capitalistico attraverso il lavoro sociale e fornendo, grazie alle proprie competenze, servizi terapeutici e di assistenza diversi da quelli che fino a quel momento erano stati erogati (o non erogati) dallo Stato. Erano gli anni della legge 180, migliaia di persone vennero liberate per legge dal circuito totalizzante dei manicomi e le cooperative sociali si posero l’obiettivo di reinserirle nel tessuto sociale.

La spinta motivazionale di cui parliamo fu ben presto strumentalizzata dallo Stato ed usata a proprio uso e consumo e a beneficio del progetto più complessivo volto a smantellare lo stato sociale e a riscrivere la storia dei servizi alla persona che poi negli anni ha portato alle esternalizzazioni e alle privatizzazioni con il ricorso degli appalti per rinnovare i bandi. Appalti che spesso non tengono in conto né i diritti dei lavoratori né la qualità dei servizi, con le solite logiche dell’abbattimento dei costi della mano d’opera sempre in agguato. A vincere sono generalmente vere e proprie aziende che mantengono la denominazione sociale unicamente per godere di ciò che resta dell’impianto che regola il terzo settore nel rapporto fiscale e giuridico con gli enti locali.

Siamo giunti al paradosso attuale che vede migliaia di lavoratori impegnati nel contrasto alle povertà stritolati nella morsa della povertà potenziale di cui i dati Istat iniziano a delineare contorni allarmanti. Stiamo parlando di paghe orarie (quando ci troviamo di fronte a cooperative sociali che applicano integralmente il Contratto Nazionale di Categoria) che possono variare dai 5,80 agli 8 euro l’ora netti a fronte di 4 oppure 8 ore di lavoro giornaliero e redditi annui che non superano i 13 mila euro. Nello stesso tempo però le cooperative che assumono questi lavoratori, fanno leva sulla mission valoriale che sta alla base del lavoro sociale. Il ricatto sul piano morale è becero: non si possono avanzare richieste economiche altrimenti oltre a perdere il lavoro, si metterebbero a rischio le vite delle persone di cui ci si occupa.

Nel corso degli anni, le Cooperative Sociali hanno allargato il loro raggio di azione fino a essere accreditate anche per poter partecipare alle gare di appalto negli ospedali, sia pubblici che privati. In queste circostanze, i lavoratori nel corso degli anni hanno dovuto acquisire il titolo di operatori socio-sanitari (OSS), nella migliore delle ipotesi partecipando a corsi di formazione organizzati dalle proprie cooperative a costi contenuti e nella peggiore a corsi organizzati da enti accreditati dalla Regione a costi che vanno dai 3.000 ai 3.500 euro.

Insomma, siamo in presenza di un sistema dove oltre alla precarietà del posto di lavoro e al continuo ricatto del datore si aggiunge la miseria di stipendi che nel migliore dei casi raggiungono i 1.000 euro mensili. A titolo d’esempio, si veda il servizio di Michele Buono e Pietro Ricciardi andato in onda su Report Rai 3 domenica 18 ottobre 2009 dove emerge che il costo totale (lo stipendio lordo) dei lavoratori di una cooperativa sociale che fornisce servizi sanitari a un rinomato ospedale romano è più alto di quello dei lavoratori internalizzati ma, sorprendentemente, sia lo stipendio netto che i contributi percepiti sono più bassi.

Inoltre, siamo di fronte alla più generale tragedia di senso maggiore, con lo stato che nel corso dei ultimi anni a prescindere dal governo che si è ritrovato a gestire il mandato degli elettori ha inferto pesanti sforbiciate al settore. Quest’anno, i tagli del governo al Fondo Nazionale per le Politiche Sociali sono stati di 212 milioni (da 313 a 99 milioni), arrivando vicino al minimo storico, e di 50 milioni al Fondo per le Non Autosufficienze (da 500 a 450). Va da sé che se il governo, nell’ottica della riduzione della spesa pubblica impostagli dall’Ue, va a tagliare sulle spese sociali e sulla cura delle persone, verremo di qui a breve a trovarci in una situazione di estrema difficoltà. È questo il momento di unire le voci e iniziare a rivendicare politiche sociali e del lavoro conformi all’idea di un paese civile e fuori dalla logica della crisi permanente e delle emergenze continue che minano alla radice la qualità dei servizi e il rispetto dei cittadini.

Sui prossimi numeri proporremo delle interviste realizzate nei mesi scorsi a diversi lavoratori del sociale che ci hanno raccontato le loro esperienze da Milano a Napoli, che hanno tra loro una serie di analogie che ci offrono la possibilità di comprendere il quadro generale al fine di poter iniziare a delineare collettivamente una piattaforma di richieste possibili che abbiano come obiettivo quello di migliorare le nostre condizioni generali in un contesto dove si riescano a conciliare i diritti e le tutele del lavoratore con la qualità del servizio.

01/04/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Garabombo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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