Conte: dal “trionfo” in Europa alla palude?

Il governo Conte ostenta un trionfo per l’accordo sul Recovery Fund, ma rischia di affondare nella palude del Comitato Interministeriale Affari Europei o della Bicamerale con in vista la possibilità di una svolta neocentrista che imbarchi Berlusconi. La sinistra? Non pervenuta.


Conte: dal “trionfo” in Europa alla palude? Credits: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/d/d1/Silvio_Berlusconi_EPP_2017_1.jpg

I. La “battaglia europea” di Conte: le quattro giornate (e le quattro nottate) di Bruxelles

L’aspro confronto in UE degli ultimi mesi è culminato nel lungo vertice europeo di Bruxelles, in cui si è verificato il braccio di ferro concluso con un accordo che sicuramente può essere definito storico rispetto agli equilibri interni dell’UE, ma non rappresenta il punto di approdo per la costituzione di uno stato sovranazionale coerente e organico. Gli schieramenti in campo possono schematicamente essere così rappresentati: da una parte quelli che si possono definire “grandi-europeisti” (la maggior parte dei Paesi mediterranei più Germania, orientati verso una politica della condivisione del debito comune), dall’altra i paesi che possiamo definire “piccolo-europeisti”, i cosiddetti “frugali”, cioè quei paesi che - come già il Regno Unito - vogliono ottenere il massimo vantaggio - commerciale e fiscale - dall’appartenenza all’UE con il minimo sforzo e impegno comunitario: Olanda, Austria, Danimarca, Svezia, Finlandia.

Al primo gruppo, in questa contingenza, si sono aggiunti Polonia e Ungheria, esponenti del cosiddetto “gruppo di Visegrad” (con Repubblica Ceca e Slovacchia), i cui governi iper-sovranisti, conservator-reazionari, con forti tendenze autoritarie, stanno minando le fondamenta della democrazia rappresentativa liberale nei loro paesi: la convergenza può essere spiegata non certo per una improvvisa simpatia verso i “mediterranei” (Orban qualche settimana fa era schierato con i “frugali” contro la possibilità di dare soldi all’Italia), quanto per uno scambio politico che implica il glissare sulle restrizioni dello stato di diritto nei loro paesi.

La rappresentanza italiana è stata guidata con prudente fermezza dal sempre più sorprendente Conte, le cui capacità di “surfista” gli hanno consentito di sopravvivere ai tentativi di eutanasia da parte di Salvini, poi di Renzi, infine di Di Maio - riuscendo anche a ottenere alcune condizioni per nuovi scenari, come il cambiamento degli equilibri nella gestione delle autostrade di fatto esautorando Atlantia e i Benetton (a cui peraltro resta una consistente cifra di benservito) - ma soprattutto gli hanno consentito di guadagnarsi un discreto credito personale in sede europea con i maggiori azionisti dell’UE, la Francia di Macron e soprattutto la Germania di Merkel.

II. Nuovi equilibri e consolidamento di interessi nazionali

Le convergenti esigenze dei paesi mediterranei (il Portogallo di Costa e la Spagna di Sanchez), la consapevolezza di Francia e Germania che dopo la Brexit occorra un salto di qualità per evitare che si sfaldi l’area monetario-commerciale dell’UE, le interessate convergenze di paesi dell’est europeo le cui borghesie rampanti vogliono sfruttare tutti i vantaggi dell’appartenere - anche in forma subalterna, come partner semicoloniali - all’UE e, in prospettiva, all’Eurozona con la moneta unica, sono un mix di interessi nazionali che si sono composti in un puzzle che potrebbe dare un assetto più stabile - non dico organico - sul piano economico-finanziario e fiscale all’UE, rinsaldando l’asse franco-tedesco che si appoggia ai “mediterranei” per consolidare il non-stato europeo.

Ovviamente i cosiddetti “frugali” (non solo “nordici”: c’è anche l’Austria) hanno ottenuto risultati importanti. Intanto, hanno dovuto abbandonare la rigidità iniziale delle loro posizioni, che avrebbe provocato l’avvio di un processo di dissoluzione politica dell’UE, da cui traggono enormi vantaggi commerciali e fiscali (ormai è evidente anche ai più distratti che l’Olanda, come il Lussemburgo, è un paradiso fiscale legalizzato per multinazionali e grandi aziende - anche italiane: è il mondo dell’etica calvinista, culla del severo e proto-imperialista capitalismo moderno); pur concedendo lo stanziamento di risorse a fondo perduto e di prestiti a interessi relativamente agevolati, hanno incassato una riduzione del proprio contributo al bilancio europeo (mentre l’Italia continua ad essere tra i maggiori contribuenti, in assoluto, ma non così virtuosa in relazione al PIL) e incassano più di quanto spendono (invece l’Italia, mediamente, su circa 14/15 miliardi annui versati riceve - come somma di contributi nei vari comparti - tra i 5 e i 10 miliardi). L’accordo raggiunto è dunque vantaggioso per tutti in quanto i “frugali”, o “piccolo-europeisti” come li ho definiti, spenderanno meno per il bilancio europeo (peraltro sottraendo risorse in settori strategici: ricerca, agricoltura), mentre i “mediterranei” ottengono l’accesso a fondi sia a fondo perduto che come sussidi, cioè prestiti (per l’Italia rispettivamente 82mld e 127mld).

III. Gli scenari politici dell’UE: riforma e consolidamento del modello liberista

Allora è tutto positivo? Certamente una massa di soldi così imponente, se spesa in maniera intelligente e soprattutto seguendo criteri di interesse collettivo e di bene sociale (soprattutto per incidere sulle disuguaglianze e rimuovere le profonde ingiustizie create da decenni di liberismo e accentuate dalla pandemia) può essere una buona occasione. Tuttavia, l’assegnazione di questi 209 miliardi complessivi all’Italia sono “condizionati” a un controllo che i “frugali” hanno imposto e che sarà esercitato tramite il Consiglio Europeo, cioè dai paesi che lo compongono e la cui unitarietà è tutta da verificare volta per volta: per ottenere i 127 miliardi si dovrà presentare un piano di investimenti e di ristrutturazione del sistema a cui sarà condizionata la concessione. In altre parole, si dovranno predisporre riforme strutturali, che prevedibilmente andranno in direzione opposta a quella che occorrerebbe, di nazionalizzazione e pubblicizzazione di interi comparti socio-economici. Si rischia invece che si proceda verso una accentuazione delle liberalizzazioni e dell’integrazione tra pubblico (sempre più ridimensionato) e privato (con sempre maggiori spazi di manovra e di profitti). Le riforme che condizioneranno l’erogazione delle risorse a fondo perduto, ma anche dei sussidi/prestiti, probabilmente andranno nella direzione di una ridefinizione del modello liberista, con qualche strumento di controllo statale, ma sostanzialmente orientate a rendere più efficiente il mercato, secondo i criteri del capitalismo, e finalizzate all’estrazione di profitto. Nel sistema previdenziale: riforme delle pensioni statali e rilancio delle pensioni integrative; nel mercato del lavoro: liberalizzazione contrattuale e svuotamento dei diritti sindacali; nella burocrazia: procedimenti semplificati che esporranno, più ancora di quanto già non avvenga, ad abusi, corruzione, infiltrazione criminale; nei servizi sociali: ulteriori processi di privatizzazione e aziendalizzazione di sanità, istruzione, trasporti. E non dimentichiamo il livello politico-istituzionale che potrebbe subire un’ulteriore, drastica riduzione di rappresentanza con il referendum confermativo sul taglio dei parlamentari, qualora non si riuscisse a far vincere i NO.

IV. Lo scenario italiano tra tensioni politiche della maggioranza, riforme annunciate, costituzione di un assetto neoconservatore organico

Le conseguenze sul piano degli equilibri politici interni si sono immediatamente evidenziate: da settimane si è sviluppato un lavorio per esplorare la possibilità di disarticolare il già claudicante fronte del centrodestra, con abboccamenti a Forza Italia inizialmente da parte di Renzi e Italia Viva, scenario accarezzato immediatamente da Berlusconi che ha perfettamente compreso come assumere il ruolo di Padre della Patria Europea gli ha consentito di rioccupare la scena di fronte ai “moderati” del fronte delle destre, finora dominato dalla contesa Salvini/Meloni. Questa svolta in chiave europeista è la strategia che Berlusconi e FI hanno intrapreso per una rigenerazione virginale e istituzionale, spostando l’assetto politico italiano verso un centro moderato che significa rafforzare gli interessi della borghesia nazionale medio-alta rispetto a quelli dei settori della piccola e media borghesia rappresentata da Lega e FdI o a quelli del grande capitale, anche multinazionale, interpretati sostanzialmente dal Partito Democratico.

Il governo Conte è dunque ancora nel pieno della tempesta, sottoposto alle contrapposizioni tra M5S e PD sul ricorso ai fondi del MES (che potrebbero essere disponibili a breve, mentre gli altri di cui abbiamo parlato precedentemente non saranno disponibili prima di primavera 2021) e con Italia Viva che ha sviluppato un’azione sistematica di logoramento del Presidente del Consiglio per costruire una nuova maggioranza imbarcando FI e spostare al centro (forse dovremmo dire a destra) l’attuale assetto politico (moderato e conservatore nella sostanza, sebbene alcuni considerino questo esecutivo - in modo risibile - una sorta di governo bolscevico).

L’evocazione/invocazione di Draghi da più parti (da Salvini a Monti, a Cacciari…), gli incontri di Di Maio con Draghi e Gianni Letta, il continuo lavoro di sponda di Renzi con Forza Italia avrebbero indebolito molti politici di esperienza,e sicuramente ha minato le già fragili fondamenta dell’esecutivo, ma Conte continua ad essere saldamente in testa ai sondaggi di gradimento tra i politici: la sua debolezza, che è al contempo una forza, è quella di non avere una forza politica da cui dipendere organicamente, ma di sfruttare con abilità le correnti (l’immagine del “surfista”) per rimanere in piedi. Conte non ha una visione strategica, un’idea di Paese, un modello di società: è sicuramente un uomo colto e imbevuto di principi europeisti, che è andato via via rafforzando la sua reputazione con un’azione di tessitura delle relazioni interpersonali, non secondarie nella composizione dei rapporti politici soprattutto internazionali.

Il suo orizzonte, tuttavia, è quello della conservazione del sistema politico-istituzionale ed economico-sociale emerso nella fase della cosiddetta “Seconda Repubblica” (in realtà mai esistita formalmente, in quanto la carta Costituzionale, pur con alcune riforme anche ampie e pesanti, non è complessivamente cambiata): il profilo costituzionale a cui fa riferimento Conte è quello del nuovo assetto che ha prodotto uno spostamento dagli interessi e dalle conquiste di diritti delle classi lavoratrici (emersi attraverso le lotte tra gli anni ’50 e gli anni ’70) verso la libertà di impresa con il rafforzamento della logica del mercato e del profitto a discapito della redistribuzione della ricchezza con i tagli alle retribuzioni dirette, i salari, a quelle indirette, i servizi sociali, a quelle differite, le pensioni. Conte si è rafforzato saldandosi organicamente con il Presidente della Repubblica Mattarella, determinando la costituzione di un assetto neocentrista che potrebbe slittare verso uno neoconservatore con l’ingresso di Forza Italia in maggioranza, peraltro sponsorizzato anche dall’avversario di un tempo, Prodi, ormai protagonista di un processo di rafforzamento moderato con la giustificazione di frenare l’ascesa (certo non irresistibile) delle destre sovraniste e xenofobe di Lega e Fratelli d’Italia.

V. Esiste una sinistra? Le differenti prospettive delle variegate identità plurali: democratica, antiliberista, anticapitalista, comunista

In questo scenario la grande assente è la sinistra, genericamente parlando. Le componenti residuali nelle istituzioni, rappresentate da Liberi e Uguali (diviso tra Sinistra Italiana di Fratoianni e Articolo 1 di Bersani/Speranza), sono completamente schiacciate in questo processo neocentrista, che rischia di slittare verso un assetto neoconservatore.

Il movimento delle Sardine, dissolto nel lockdown, è riemerso per le campagne elettorali regionali contro le destre fascio-leghiste, a sostegno esplicito dei candidati del centrosinistra (come in Emilia avevano sostenuto Bonaccini, il campione dell’autonomia regionalista differenziata, così adesso in Toscana sostengono l’impresentabile candidato del PD, Giani): rappresentano la parte democratico-costituzionale in chiave neocentrista della cosiddetta sinistra.

I movimenti antiliberisti sono più coerentemente orientati a contrapporsi sia alle destre che al sistema di potere del centrosinistra, ma manifestano un frammentazione politico-organizzativa e una diversificazione di principi fondativi che faticano a essere ricondotti ad una visione organica e complessiva di società.

Infine i settori anticapitalisti, e in particolare le componenti comuniste, stanno attraversando una crisi storico-politica drammatica, che si manifesta in una frantumazione organizzativa (una miriade di partiti e formazioni) e ideologica (Marx declinato in mille marxismi: marxismo-leninismo, trotzskismo, eurocomunismo democratico, socialismo rivoluzionario ecc…) che impedisce di dare prospettive di trasformazione anticapitalista nel nostro paese e più in generale nelle società capitalistico-borghesi (euro-atlantiche e asiatiche).

La ricostruzione di una prospettiva storica anticapitalista e comunista è un’impresa che ritengo di medio-lungo periodo, ma nei prossimi anni sarà necessario riaprire un processo costituente, sul piano politico-ideologico e su quello pratico-organizzativo, per ricomporre e coordinare i comunisti in una unità articolata e dialettica.

02/08/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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Giovanni Bruno

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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