Coronavirus, Europa e finanza

La pandemia porta all’ennesimo, massiccio, utilizzo di risorse pubbliche per finanziarie e salvare i capitalisti privati, con conseguente aumento dello scontro tra le maggiori potenze imperialistiche.


Coronavirus, Europa e finanza

I processi in corso

La questione essenziale in parte posta e in parte sottintesa nel mio intervento precedente era (ed è) la seguente: la pandemia ha determinato e/o accelerato effetti economici e finanziari devastanti nell’ordinamento capitalistico. Il sistema internazionale della produzione, dello scambio dei beni e servizi, delle attività finanziarie e degli stessi sistemi di pagamento ne è uscito sconvolto. E questo già ora, con una pandemia pienamente in corso, di durata e sviluppo al momento non prevedibili.

Allora, quali sono i compiti dell’oggi? Quali sono gli assi strategici di una riflessione critica e di una prassi capaci di opporsi, con tutti i propri limiti, al movimento delle cose presenti? Quali sono i processi reali essenziali che si stanno dispiegando? A cosa sta portando e può portare la colossale socializzazione delle perdite private attualmente in corso? Il processo materiale e contraddittorio del capitale e dei rapporti economici e sociali capitalisti tende, sotto l’incalzare degli eventi e oltre la coscienza che si ha di essi, a due cose:

1) all’impiego enormemente maggiorato di risorse pubbliche (capitali, liquidità, infrastrutture) da parte di soggetti pubblici o in via di pubblicizzazione, alla costituzione di nuove aggregazioni pubbliche, all’assegnazione a soggetti esistenti o in via di formazione di nuovi compiti assai vasti. L’esito di questa pubblicizzazione di settori importanti dell’economia può essere vario, ma nella sostanza si riduce a due opzioni:

  • il ritorno, a risanamento avvenuto, allo ‘status quo ante’, il tutto a spese dei subalterni;
  • la spinta verso nuovi obiettivi, nuove ‘casematte’, con gestione e controllo pubblici crescenti dei settori oggetto dell’intervento pubblico, con la possibilità di spingersi su questo terreno verso obiettivi più avanzati.

Esistono ora le condizioni perché quest’ultima cosa avvenga? Esiste una classe dirigente e un personale politico favorevoli e all’altezza? Se non esiste che fare? Tacere? O ‘follemente’ lavorare a un progetto di transizione socialista da avviare qui e ora? Di questo più sotto parleremo.

2) all’apertura di una grossa falla nel quantitativamente grande segmento finanziario del Proteo capitalista, nella macroscopica crisi del debito e nel feroce scontro inter-capitalistico e inter-statale, in ordine ai mezzi finanziari (entità, controllo, fonti, garanzie) necessari a ricostruire il tessuto economico, sociale e finanziario colpiti.

Partiamo ora dal primo punto.

Il capitale pubblico

In Italia è stato deliberato nei giorni scorsi un sostegno di 400 miliardi, equamente suddivisi tra imprese che operano all’interno e imprese esportatrici, alla liquidità delle imprese, attraverso un sistema di garanzie pubbliche prestate e gestite in gran parte dalla ‘SACE’ (Società per l’assicurazione dei crediti all’esportazione) e, in misura minore, dal Fondo nazionale di garanzia per le piccole e medie imprese presso Mediobanca. La Sace è un ente posseduto al 100% dalla Cassa Depositi e Prestiti, a sua volta posseduta per oltre l’80% direttamente dal Tesoro (la quota minoritaria fa capo alle Fondazioni bancarie).

Il fenomeno del sostegno alle imprese è generale. Se in Italia si limita per ora alla prestazione di garanzie piuttosto che in una massiccia contribuzione di mezzi finanziari a fondo perduto a imprese e sistemi industriali privati, è solo per una limitata capacità di raccolta di fondi sui mercati finanziari e, quindi di un modesto ricorso - rispetto ad altri paesi - a manovre in deficit. Altrove vediamo dispiegate ben altre risorse.

Sergio Rizzo su “la Repubblica” dell’8 aprile ci racconta che “il governo tedesco ha previsto forme di sostegno a favore delle imprese con la garanzia pubblica sui prestiti bancari. Ma accanto a questo ‘bazooka’ indiretto ne ha innescato uno che spara direttamente denaro sul sistema, fino a qualcosa come dieci punti del suo Pil”.L’ordine di grandezza dei contributi diretti per gli ammortizzatori sociali e la tutela delle imprese si potrà quindi aggirare sui 350 miliardi. Analogamente, anche se con cifre un pò diverse, Morya Longo su “il Sole-24 Ore” del 9 aprile. Altrettanto, anche se in misura minore della Germania, hanno fatto Francia e Inghilterra, per non parlare degli USA che hanno deliberato interventi ‘monstre’ per 2.200 miliardi di dollari.

Il processo delle cose, l’incapacità delle società capitalistiche di opporsi efficacemente alla crisi che il covid-19 ha aperto e, ancor più, la loro incapacità di prevenirla, fa invocare finanche a frazioni del ceto politico al governo (Castelli e Fico del M5S) la pubblicizzazione totale dei servizi essenziali (salute, istruzione, trasporti, telecomunicazioni), e la nascita o l’aggregazione di entità pubbliche o semipubbliche.

Negli ultimi tempi, in Italia, dopo la ‘sospensione’ del divieto di aiuti di stato abbiamo assistito alla pubblicizzazione di fatto di Alitalia e alla più che probabile permanenza dello stato nel capitale della Banca Monte dei Paschi di Siena oltre la scadenza prevista. Inoltre è divenuta pressante in queste settimane la richiesta della nascita di una nuova società e di una rete unica tutta in fibra ottica nel campo delle telecomunicazioni. Si tratta dell’operazione, solo per il momento ferma, di fusione tra Telecom (in cui CDP ha una partecipazione di circa il 10%) e Open Fiber (partecipata al 50% da CDP e per l’altro 50% da Enel). Vito Gamberale, alla giuda di Telecom quando ancora si chiamava SIP, in un’intervista a “il Sole-24 Ore” del 7 aprile, ha dichiarato: “Con il conferimento della rete Open Fiber lo stato può tornare a ridare a Telecom stabilità e visione strategica che in vent’anni, dalla privatizzazione, non ha più avuto”. Dalla fusione verrà, secondo Gamberale, più potere decisionale allo stato e finiranno i giochi su Telecom “la più profanata delle grandi aziende italiane”.

Uno strumento importante di questo percorso può essere la Cassa Depositi e Prestiti. Si tratta di una holding sostanzialmente pubblica che detiene importanti partecipazioni (25,78% di Eni, 35% di Poste, 30% circa di Terna, 31,4% di Snam, 26,4% di Italgas, 71,64% di Fincantieri, etc.), oltre la già citata SACE (100%) e Fintecna (100%). Il suo scopo sociale è amplissimo: va dalla concessione di finanziamenti a favore di stato, regioni, enti locali, al sostegno alle imprese pubbliche e private, alla sottoscrizione di quote di fondi comuni di investimento, all’assunzione di partecipazioni in ‘società di rilevante interesse nazionale’, etc.

La redazione del suo statuto, ha scritto nei giorni scorsi l’ex ministro Tremonti (“il Sole-24 Ore” del 7 aprile) all’inizio dello scorso decennio fu “un esercizio copiativo […]. Gli interlocutori europei […] per principio ostili furono neutralizzati quando si dimostrò come lo Statuto della nostra nuova società per azioni fosse identico a quello della KFW (Kreditanstalt fur Wiederaufbau) […] e tanto identico da essere la traduzione letterale autenticata dall’ambasciata tedesca! […] Posta nel trattato di Maastricht nella forma di un assoluto privilegio fuori dalle regole contabili e bancarie europee, Kfw è stata nel corso degli anni strumento essenziale della politica industriale tedesca, sostenendone tra l’altro le esportazioni, ma ha dato il meglio di sé nel corso della crisi del 2008 quando la Germania, ottenute decine di deroghe rispetto al divieto di aiuti di stato, ha canalizzato verso una vastissima platea di soggetti in crisi un enorme flusso di mezzi finanziari provvisti dal bilancio pubblico e da KFW”.

Perché non anche CDP come KFW? Non è forse questo un obiettivo importante? Certo che lo è.

Qualche parola sul ‘golden power’ il cui ambito è stato ampliato nel recentissimo decreto per la liquidità alle imprese. Si passa dalla difesa di imprese a tutela del principio della sicurezza nazionale, alla tutela di aziende, qualunque sia la loro dimensione, considerate riconducibili all’interesse nazionale. Il campo d’azione dello scudo si amplia a dismisura. Entrano il settore finanziario, bancario e assicurativo, quello agroalimentare, quello sanitario e le piccole e medie imprese considerate strategiche. Il rafforzamento del ‘golden power’ è uno sbarramento alle scorribande del venture capital internazionale. Siamo all’interno di quel processo materiale verso il pubblico di cui abbiamo parlato sopra.

Il Debito

Draghi scriveva sul “Financial Time” del 25 marzo che la necessità per i bilanci pubblici di assorbire, con un aumento significativo del debito, le perdite del settore privato non ha alternative, in quanto la distruzione “permanente delle attività produttive e quindi della base fiscale sarebbe molto più dannosa per l’economia”. Quindi, anche se non in termini cronologici, è necessario “in primis” un gigantesco trasferimento delle risorse dal pubblico al privato e poi “un immediato sostegno di liquidità alle imprese”. Ricorso al debito pertanto.

Ma la montagna del debito pubblico rende problematico l’accesso paritetico dell’Italia ai mercati. Allora come è possibile garantire, come vorrebbe l’Alto rappresentante per la politica estera UE Josep Borrel, che tutti possano “andare sui mercati allo stesso modo per affrontare la crisi”? Il rimedio per tanti e anche per il ministro Gualtieri (“la Repubblica” del 9 aprile) è “un nuovo Fondo per la Ripresa finanziato attraverso l’emissione di titoli comuni e basato sulla proposta della Francia e dell’Italia [….]. Il Fondo per la Ripresa si finanzierebbe a lungo termine sui mercati sulla base di una garanzia comune degli Stati membri e consentirebbe di sostenere in modo solidale i costi della crisi”.

L’Italia chiede risorse a basso costo per finanziare investimenti in sanità, ricerca, ambiente, trasporti, digitalizzazione, scuola e, visto il suo scarso merito creditizio, sa che può ottenerle in misura adeguata solo con la garanzia di altri Stati. Ai tassi attuali la differenza fra la media dei paesi europei e l’Italia, ipotizzando un eurobond di 500 miliardi a 30 anni, è di un punto e mezzo con un maggior esborso per Germania e Olanda di circa 40 miliardi a beneficio di Italia, Spagna e Portogallo (cfr. Alessandro Penati ne “la Repubblica” del 9 aprile). Ed è quello che Germania e company vorrebbero evitare.

Vediamo ora la cosa dal punto di vista dei mercati. Il debito pubblico italiano prima della pandemia era già troppo alto e alla lunga insostenibile, secondo le oligarchie europee. Ancora più elevato è adesso. Gli acquisti di BCE deliberati massicciamente fino al termine del 2020 (salvo proroghe per pandemia e i suoi effetti) servono come sempre a guadagnare tempo, a evitare una crisi colossale del debito, a preservare il valore degli asset bancari, assicurativi, dei fondi di investimento, dei fondi pensione o degli hedges, etc.. Ma anche per dotare le istituzioni finanziarie di abbondante liquidità che permetta loro di operare vantaggiosamente nel circo della finanza. Il debito finanziarizzato opera sullo stretto crinale che, pericolosamente e contraddittoriamente, può fargli assumere la qualità di fattore di deflagrazione del castello della finanza (e poi dell’economia), oppure trasformarlo, per la grande quantità di nuovi titoli immessi sul mercato, in una poderosa ulteriore occasione di guadagno finanziario. L’insistenza per il Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) da parte di Germania e alleati, consiste proprio nel tentativo di gestire il debito italiano (e spagnolo) e stabilizzare l’euro. Tale istituzione, a giudizio delle oligarchie europee, con i suoi strumenti (in primis la ristrutturazione del debito) può evitare l’uscita dell’Italia dall’euro. Un pò come accadde anni fa per la Grecia.

Questa visione è miope: una crisi del debito italiano, vista la sua dimensione e quella dell’economia italiana, non sarebbe gestibile e determinerebbe l’uscita disordinata dell’Italia dall’euro e un’implosione sociale ed economica che si aggiungerebbe a quella ormai in vista a causa della pandemia. La stessa convivenza verrebbe messa in discussione con rischi di disgregazione sociale e civile e guerra per gruppi e bande. Ma anche se l’intervento del Mes evitasse una crisi dell’euro “causerebbe pur sempre una depressione economica in Italia che metterebbe in crisi il terzo mercato europeo per l’export tedesco” (Alessandro Penati su “la Repubblica” del 9 aprile).

È proprio questo il danno che molteplici esponenti della politica italiana si sono affannati a denunciare in tutte le sedi nel loro pressing per gli eurobond. E da qui il corollario dell’inevitabile incapacità, per l’Europa, di competere con le economie americana e cinese. C’è stata e forse c’è ancora in parte dell’oligarchia finanziaria tedesca, l’ulteriore opzione, anche questa piena di incognite, di liquidare ed inglobare due economie manifatturiere concorrenti (quella italiana e quella spagnola), con la conseguente scelta di attestarsi su un’area economico-finanziario-politica più ristretta ma più coesa monetariamente e fiscalmente: un pò quello che stava accadendo nel 2011-12, prima della scelta della BCE di Draghi del “whatever it takes”.

Giovedì 9 aprile l’Eurogruppo ha varato un testo di compromesso da sottoporre il prossimo 23 aprile al Consiglio dei capi di stato e di governo: si prevede che l’accesso al Mes sarà slegato da qualsiasi misura restrittiva anche se i suoi fondi (prestiti fino a 200 miliardi di euro, fino a 50 per l’Italia) potranno essere usati solo per spese sanitarie dirette o indirette. Si tratta di un escamotage che permette da un lato di rinunciare alle condizionali poste a suo tempo alla Grecia e dall’altro di consentire, con grande ambiguità, di far rientrare nelle ‘spese sanitarie indirette’ risorse destinate ad altri scopi. Anche se per questioni politiche interne (querelle Pd/ M5S) le autorità politiche italiane hanno dichiarato a pieni polmoni che non intendono usarlo (almeno per il momento).

L’Eurogruppo ha poi deciso di attivare finanziamenti per 200 miliardi della Bei a disposizione di imprese ed enti locali (fino a 40 per l’Italia) e di 100 miliardi per il ‘Sure’, di cui potenzialmente 20 all’Italia. Per quanto riguarda gli eurobond, ora ribattezzati ‘Recovery bond’, la linea è quella di un ‘Recovery Fund’, gestito dalla Commissione, che vada sui mercati a raccogliere 500-1.000 miliardi per evitare il default e avviare la ricostruzione nei paesi più indebitati (Italia e Spagna). I tempi di realizzazione sono diversi: ai due/tre mesi richiesti dal ‘fronte della solidarietà’ si oppongono i tempi più lunghi della Germania, accettati sembrerebbe dalla Francia: non prima dell’autunno. Secondo molti troppo tardi. Ma la trattativa continua.

La falla

Penati, nell’articolo sopra citato, ad un certo punto asserisce: “Ma la BCE non potrà mai essere una fonte di finanziamento a lungo termine del debito italiano [e, a fortiori, ritengo, a breve termine del deficit italiano] come accade in Giappone, perché le è legalmente precluso, e[d è] politicamente implausibile” (“la Repubblica” del 9 aprile). L’ex ministro Tremonti (su “il Sole-24 Ore” del 7 aprile), parlando della questione particolare del sistema delle aste del debito pubblico tedesco, che sarebbe, a suo giudizio, da imitare anche in Italia per l’intervento ‘anomalo’ ed efficace della Bundesbank (attraverso l’agenzia ‘Finanzagentur’), scrive: “[…] in Italia ancora si danza intorno al totem del ‘divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia’. Un totem che è stato eretto nel 1981 e intorno al quale ancora oggi si sviluppa una danza rituale, nell’insieme un palinsesto di politica, dottrina e prassi scritto in un mondo totalmente diverso da quello che c’è ora. Oggi è forse il caso di notare che da allora - dal 1981 - ci sono stati tanto la globalizzazione quanto il suo collasso […]”. Due posizioni contrapposte.

Nella prima, quella tradizionale della globalizzazione liberista, osserviamo, nella gestione dei deficit e dei debiti degli stati, la supremazia dei mercati finanziari. Cioè il riconoscimento e l’accettazione che sono i mercati a influenzare (talora a determinare) le politiche economiche e monetarie di stati e banche centrali, con manovre sui tassi, di riflesso sui cambi, manovre fiscali, legislazioni del lavoro ed altro. L’ottica è quella del ‘totem’ dell’indipendenza delle banche centrali e del ‘divorzio’ permanente tra Tesoro e Banche centrali. Indipendenza da chi? In realtà dipendenza, storicamente comprovata e riproducibile, dal capitale finanziario, termine che ora uso nell’accezione tradizionale di megaholding internazionalizzata di aziende, di venture capital, di hedges, di banche e conglomerati economico-finanziari di ogni tipo.

Nella seconda, con tutte le furbizie e i particolarismi di cui è solita avvalersi una intelligente demagogia, notiamo una osservazione più realistica, meno dogmatica, meno ideologica della realtà. Ritengo che la finanza sia una sovrastruttura dei rapporti reali di produzione capitalistici, che ‘Wall Street’ sia una sovrastruttura di ‘Main Street’. Ritengo anche che il rapporto tra i due movimenti (strutturale e sovrastrutturale) sia a un tempo simbiotico e dialettico. Che sia il capitale in processo. I momenti di equilibrio all’interno di questa struttura proteiforme, tentacolare, mondiale, delle megaholding sono di breve, brevissima durata. Il prevalere tendenziale, in questa lunga fase, della ‘guancia’ finanziaria del volto delle holding produce come non mai distruzione sociale, disuguaglianze, sfruttamento senza misura dei subalterni, sfruttamento senza misura della terra, saccheggio senza limiti dell’ambiente naturale. E oggi (e purtroppo assai probabilmente domani) pandemie e pandemie.

Ma produce anche una stupefacente fragilità. Fragilità che, nelle sue cadute, può generare, da apparentemente piccoli episodi, valanghe che possono condizionare o sconvolgere l’insieme dei nessi del modo sociale di produzione vigente. La rottura della globalizzazione liberista ha accelerato gli sconvolgimenti dei cicli economici, ha aumentato la ferocia degli scontri commerciali, la diffusione degli scontri militari e le mire di riappropriazione coloniale di aree economiche e territoriali.

E la falla? È proprio questa fragilità. Anche il debito degli Stati, soprattutto se contratto per creare o ampliare i servizi pubblici e sociali, infrastrutture pubbliche, reti pubbliche di proprietà e gestione pubblica, di filiere manifatturiere, se è contratto per tutelare i ceti subalterni, può e deve essere sottratto al circuito della finanza che lo ingloba, lo trita e lo destina ai suoi scopi di sostegno dell’accumulazione. Deve rimanere all’interno di una Banca centrale ‘non indipendente’, ma dipendente dalle esigenze di uno sviluppo equilibrato e compatibile, della lotta alla povertà e alla disuguaglianza, della tutela ambientale, della salute dell’umanità. Ma il finanziamento degli Stati da parte delle Banche centrali, osservano molti, non deve forse essere rimborsato? Gli interessi non devono forse essere restituiti? L’inflazione non può forse riemergere?

Si dimenticano alcune cose:

a) lo sviluppo sostenibile con la sua base fiscale può ripagare il debito;

b) il tasso d’interesse e gli altri aspetti della politica monetaria non sarebbero più determinati dalle esigenze dei ‘mercati’, cioè dalle logiche finanziarie dei ‘piani di aggiustamento strutturale’ già applicati dal FMI fin dagli anni Ottanta (riduzione dei servizi pubblici sociali, delle pensioni, dei salari, contrazione dei mercati interni, ampliamento dell’export, tassazione indiretta, etc.), e, oggi, dei ‘compiti a casa’ assegnati a sicofanti come il premier Monti o alla Grecia da BCE e Organismi UE. Ma sarebbero autonomamente stabiliti dai vari Paesi in base ai propri progetti di sviluppo, il più possibile democraticamente elaborati e il più possibile democraticamente deliberati;

c) l’inflazione, soprattutto in fase di turbolenza, può certamente riemergere. Ma una riconquistata potestà di cambio (da non vedere necessariamente in un’ottica nazionale) ne può attenuare gli effetti sui mercati esteri, anzi con la svalutazione competitiva, ne può accrescere la capacità di penetrazione. E poi, per l’inflazione ‘importata’ e per le altre forme di inflazione, la storia del movimento operaio e popolare italiano ci ha insegnato che ci sono state efficaci protezioni in passato, divelte negli anni Ottanta dal Craxismo e dalla globalizzazione liberista. Parlo della ‘scala mobile’ e del ‘punto unico di contingenza’ del 1975, forse il punto più avanzato raggiunto nel ciclo delle lotte operaie, popolari e studentesche degli anni 1968-1975.

Mi rendo conto di aver toccato una quantità di cose degne, ognuna, di un approfondimento. La pandemia e la crisi epocale che stiamo vivendo, l’inettitudine di un ceto ‘dirigente’ politico-scientifico squalificato, smascherato dalla pandemia, gli sconvolgimenti e i varchi al cambiamento che si stanno aprendo, impongono anche a persone anziane come me di rimettersi in gioco.

Prima di concludere voglio rivolgere un pensiero riverente agli infermieri, al personale sanitario e medici di base caduti a ‘mani nude’ sul campo dell’onore che per essi è stato il sacrificio della vita per gli altri, come gli alpini della Julia in Russia e i fanti della ‘Acqui’ a Cefalonia, come i partigiani in Appennino, sulle Langhe, sulla Maiella.

19/04/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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