Dal sindacato ai comitati rionali dei lavoratori

Come superare i limiti strutturali del sindacato mediante l’organizzazione di consigli e comitati rionali di lavoratori.


Dal sindacato ai comitati rionali dei lavoratori Credits: https://en.wikipedia.org/wiki/K%C3%A4the_Kollwitz

I lavoratori di oggi tendono ad avvertire, come già osservava Gramsci, “che il complesso della ‘loro’ organizzazione è divenuto un enorme apparato” – il sindacato confederale – “che ha finito per ubbidire a leggi proprie, intime alla sua struttura e al suo complicato funzionamento”. In tal modo non può che apparire estraneo a chi “ha acquistato coscienza della sua missione storica di classe rivoluzionaria” [1].

Più in generale, la maggior parte dei lavoratori sindacalizzati tendono ad avvertire che “la loro volontà di potenza non riesce ad esprimersi, in un senso netto e preciso, attraverso le attuali gerarchie istituzionali” (22-23) del parlamentarismo borghese, allo stesso modo “sentono che anche in casa loro”, ovvero nelle organizzazioni sindacali, che le generazioni precedenti o loro stessi “hanno costruito tenacemente, con sforzi pazienti, cementandola col sangue e le lacrime, la macchina schiaccia l’uomo, il funzionarismo isterilisce lo spirito creatore e il dilettantismo banale e verbalistico tenta invano di nascondere l’assenza di concetti precisi sulle necessità della produzione industriale e la nessuna comprensione della psicologia delle masse proletarie” (23). Così ancora oggi la maggioranza dei lavoratori non può che irritarsi “per queste condizioni di fatto”, d’altra parte non possono che constatare che sono individualmente impotenti a modificarle; le parole e le volontà dei singoli uomini sono troppo piccola cosa in confronto delle leggi ferree inerenti alla struttura funzionale dell’apparato sindacale” (ibidem).

Tale situazione va avanti da così tanto tempo che cresce la disaffezione dei lavoratori verso le organizzazioni sindacali, tanto più che, come osservava già Gramsci, “i leaders dell’organizzazione non si accorgono di questa crisi profonda e diffusa” e, quindi, non appaiano in grado di porvi rimedio. Anzi, tanto più chiaramente appare che la classe dei lavoratori salariati “non è composta in forme aderenti alla sua reale struttura storica”, quanto più appare evidente che “non è inquadrata in una configurazione che incessantemente si adatti alle leggi che governano lo intimo processo di sviluppo storico reale della classe stessa; – tanto più questi leaders si ostinano nella cecità. (…) Spiriti eminentemente burocratici, essi credono che una condizione obiettiva, radicata nella psicologia”, che si sviluppa nelle reali esperienze sui luoghi di lavoro, “possa essere superata con un discorso che muova gli affetti, e con un ordine del giorno votata all’unanimità in un’assemblea abbrutita dal frastuono e dalle lungaggini oratorie” (23).

Dinanzi alla crescente crisi di disaffezione dei lavoratori, soprattutto i più giovani e meno tutelati nei confronti dell’organizzazione sindacale in quanto tale, anche quei dirigenti sindacali che “si sforzano di porsi all’‘altezza dei tempi’”, finiscono il più delle volte per richiamarsi alle “vecchie e logore ideologie sindacaliste” (ibidem).

Dinanzi a tali evidenti limiti dell’organizzazione sindacale, tendono a riaffermarsi concezioni spontaneiste, che vedono nell’organizzazione stessa una forma che tende a ingabbiare la crescente rabbia sociale che cova fra i subalterni sottoposti a forme sempre più gravose di sfruttamento. Tali scorciatoie debbono però essere evitate, perché, come la storia insegna, difficilmente portano a conquiste durature. Si tratta, al contrario, come già sottolineava Gramsci, di “dare una forma e una disciplina permanente a queste energie disordinate e caotiche, assorbirle, comporle e potenziarle, fare della classe proletaria e semi proletaria una società organizzata che si educhi, che si faccia un’esperienza, che acquisti una consapevolezza responsabile dei doveri che incombono alle classi arrivate al potere dello Stato” (18). Per quanto la questione del potere posta da Gramsci, considerati gli attuali rapporti di forza fra le classi sociali al livello nazionale e internazionale, possa apparire del tutto anacronistica, essa non deve essere mai dimenticata e abbandonata per chi intende seriamente superare un sistema sempre più irrazionale, condannato a crisi sempre più dirompenti, in quanto lo sfruttamento di un lavoro sempre più socializzato a livello internazionale è funzionale quasi esclusivamente all’accrescimento di privilegi abnormi di un numero sempre più ristretto di proprietari monopolistici dei mezzi di produzione e riproduzione della forza lavoro.

A tale scopo resta centrale la necessità di un partito che si ponga come avanguardia organizzata degli sfruttati e dei subalterni. Il Partito, per Gramsci, ha una funzione essenziale in quanto “organo di educazione comunista” e “potere supremo che armonizza e conduce alla meta le forze organizzate e disciplinate della classe”. Ma proprio per poter svolgere tale indispensabile funzione “appunto per svolgere rigidamente questo suo ufficio, il Partito non può spalancare le porte all’invasione di nuovi aderenti, non abituati all’esercizio della responsabilità e della disciplina” (18). Deve, dunque, sfuggire alla tentazione populista di divenire un partito di massa.

Ma proprio per questo, però, i Circoli del partito, osserva Gramsci, “d’accordo con le Sezioni urbane, dovrebbero fare un censimento delle forze operaie della zona, e diventare la sede del Consiglio rionale dei delegati d’officina, il ganglio che annoda a accentra tutte le energie proletarie del rione” (19). Per quanto centrale e prioritario dovrebbe essere questo lavoro volto a fare del circolo un centro di riaggregazione e riorganizzazione nei posti di lavoro della classe operaia, “nel comitato rionale”, sottolinea Gramsci, “dovrebbe tendersi a incorporare delegati anche delle altre categorie di lavoratori abitanti nel rione: camerieri, vetturini, tramvieri, ferrovieri, spazzini, impiegati privati, commessi, ecc., ecc.”. In tal modo: “il comitato rionale dovrebbe essere emanazione di tutta la classe lavoratrice abitante nel rione, emanazione legittima ed autorevole, capace di far rispettare una disciplina, investita del potere, spontaneamente delegato, di ordinare la cessazione immediata e integrale di ogni lavoro in tutto il rione” (19). Queste prime forme di organizzazione di base nei quartieri popolari, dovrebbero essere inquadrati dal partito in strutture più ampie, per sviluppare su un piano più elevato e politico il conflitto sociale, ovvero in quelli che Gramsci definiva i “Commissariati urbani”.

Un tale embrione di democrazia proletaria costituirebbe un’eccezionale palestra per rendere di nuovo attuale la questione del potere, in quanto darebbe “una forma e una disciplina permanente alle masse, sarebbe una magnifica scuola di esperienza politica e amministrativa, inquadrerebbe le masse fino all’ultimo uomo, abituandole alla tenacia e alla perseveranza, abituandole a considerarsi come un esercito in campo che ha bisogno di una ferma coesione se non vuole essere distrutto e ridotto in schiavitù” (20). Per praticare un obiettivo così avanzato è però necessario organizzare innanzitutto i lavoratori a partire dai luoghi in cui avviene lo sfruttamento.

Proprio per questo i lavoratori dotati di coscienza di classe debbono mirare a organizzare – parallelamente alla lotta che conducono nei sindacati confederali contro le burocrazie sindacali, battaglia che rischia altrimenti di apparire una vana fatica di Sisifo – alla costruzione di strutture consiliari. Solo così ogni fabbrica e, più in generale, ogni luogo di sfruttamento del lavoro salariato “costituirebbe uno o più reggimenti di questo esercito, coi suoi caporali, coi suoi servizi di collegamento, con la sua ufficialità, col suo stato maggiore, poteri delegati per libera elezione, non imposti autoritariamente”. In tal modo, attraverso le assemblee organizzate nei luoghi di lavoro, a partire dalle officine, “con l’opera di propaganda e di persuasione sviluppata dagli elementi più consapevoli, si otterrebbe una trasformazione radicale della psicologia degli operai” e più in generale dei lavoratori salariati “si renderebbe la massa meglio preparata e capace all’esercizio del potere, si diffonderebbe una coscienza dei doveri e dei diritti del compagno e del lavoratore, concreta ed efficiente perché generata spontaneamente dall’esperienza viva e storica” (ibidem).

Gramsci conclude doverosamente, questo suo ancora così stimolante ragionamento, ribadendo che questi suoi “rapidi appunti si propongono solo di stimolare al pensiero e all’azione” (20). Non solo perché evidentemente “ogni aspetto del problema meriterebbe una vasta e profonda trattazione, delucidazioni” etc., ma soprattutto perché, è necessario sempre ricordare, che “la soluzione concreta e integrale dei problemi di vita socialista può essere data solo dalla pratica comunista: la discussione in comune, che modifica simpateticamente le coscienze unificandole e colmandole di entusiasmo operoso” (idem). Perciò, sottolinea ancora Gramsci, “arrivare insieme alla verità, è compiere azione comunista e rivoluzionaria” (20).

La stessa parola d’ordine del superamento in senso socialista del capitalismo per non rimanere una mera aspirazione deve divenire consapevole che uno Stato socialista “non si improvvisa: i comunisti bolscevichi russi per otto mesi lavorarono a diffondere e a far divenire concreta la parola d’ordine: tutto il potere ai Soviet, ed i Soviet erano noti agli operai russi fin dal 1905” (21). Proprio per questo chi vuole il superamento in senso socialista del capitalismo non può pensare di raggiungere questo alto fine senza adoperarsi a sviluppare i mezzi necessari. Si tratta, dunque, di “far tesoro dell’esperienza russa ed economizzare tempo e lavoro” (idem). Quindi, non si potrà che ripartire da un’organizzazione del conflitto sociale nei luoghi di lavoro mediante la formazione di consigli, portando la lotta di classe al livello politico mediante la ricostruzione di un partito in grado di riporre, dall’organizzazione di comitati rionali di lavoratori, la questione del potere.


Nota

[1] Le citazioni di questo scritto sono tratte dagli articoli di Gramsci “Democrazia operaia” e “Sindacato e Consigli” pubblicati su “l’Ordine Nuovo” il 21 Giugno e l’11 ottobre del 1919, più tardi ripubblicati in Bordiga-Gramsci, Dibattito sui consigli di fabbrica, Samonà e Savelli, Roma 1971. Nel testo, fra parentesi tonde, abbiamo indicato la pagina di quest’ultima edizione corrispondente ai brani degli articoli sopra citati.

24/11/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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