Globalizzazione e decadenza industriale. Intervista a Domenico Moro

Prima parte dell'intervista a Domenico Moro su: "Globalizzazione e decadenza territoriale".


Globalizzazione e decadenza industriale. Intervista a Domenico Moro Credits: Foto di Victoria www.fotolia.com

Globalizzazione e decadenza industriale è il titolo dell’ultimo libro dell’economista Domenico Moro. In questo libro Domenico analizza alcuni temi fondamentali legati allo sviluppo del capitalismo degli ultimi 50 anni. Il baricentro della sua analisi sta proprio nelle modificazioni strutturali che hanno prodotto questa nuova fase chiamata fase transnazionale della produzione industriale e come tali modificazioni diventano la leva per il formarsi di nuove sovrastrutture politiche e accordi internazionali finalizzati al controllo dei profitti e al dominio sul mercato in questa “nuova” era sociale . Ne parliamo con l’autore. Prima parte.

di Pasquale Vecchiarelli e Andrea Fioretti

 

D. Domenico, il punto di partenza della tua analisi non poteva che essere lo sviluppo delle forze produttive e le caratteristiche della crisi che hanno prodotto la fase attuale detta del capitalismo transnazionale, ci potesti dire, magari usando delle parole chiavi, quali sono le caratteristiche principali di questa fase?

R. Alla metà degli anni ’70 il centro del capitalismo (Usa, Europa occidentale e Giappone) si è trovato in un grave crisi economica e politica per il riemergere della sovrapproduzione di capitale e della conseguente caduta del saggio di profitto, e per il successo delle lotte delle classi subalterne nel centro e nella periferia del sistema capitalistico mondiale. Allo scopo di rispondere a questa crisi, a partire dalla fine degli anni ’80 il modo di produzione capitalistico ha cominciato il passaggio da una fase di “capitalismo monopolistico di stato” a una fase di “capitalismo globalizzato”, che ora si è completata. La caratteristica principale di quest’ultima è l’aumento dell’interconnessione, dell’integrazione e della internazionalizzazione dei capitali. Si afferma un nuovo tipo di grande impresa transnazionale, caratterizzata dall’essere dislocata in più paesi, oltre che sul piano della produzione, anche sul piano della direzione e di altre importanti funzioni e dall’essere partecipata da capitali multinazionali. Per il capitale internazionalizzato la crescita del Pil domestico dei singoli Paesi di origine ricopre ora un interesse molto più limitato che nel passato. Il livello dei suoi profitti dipende dalla capacità di investire capitali liberamente in tutto il mondo, realizzando economie di scala a livello internazionale, anche attraverso fusioni e acquisizioni all’estero. Di conseguenza, agli occhi del capitale globalizzato le tradizionali politiche keynesiane, basate sul debito pubblico, e le forme di mediazione sociale, basate sulla democrazia parlamentare, che gli erano collegate, risultano non solo inutili ma anche dannose. Questa è, in estrema sintesi, la base strutturale delle modificazioni sociali, politiche e istituzionali cui assistiamo da circa un ventennio in Italia e nell’area euro.

D. Giorgio Cremaschi su queste pagine dichiarava: “O C’È LA ROTTURA CON UE ED EURO O CI SARANNO SOLO SCONFITTE” . Domanda secca: Contro l’Euro o contro l’Europa? In altri termini ti chiediamo di spiegarci meglio che differenza sussiste tra queste due entità.

R. Ritengo che il vero problema su cui concentrarci in questo momento sia l’integrazione valutaria, più che la Ue in sé stessa, per quanto questo organismo sia tutt’altro che neutrale dal punto di vista di classe. L’integrazione valutaria europea non è una semplice appendice della Ue. La moneta unica è la leva strategica per ristrutturare i processi d’accumulazione del capitale europeo in modo coerente con la fase di globalizzazione, scaricando la crisi di sovrapproduzione sul lavoro salariato e sui settori non internazionalizzati del capitale. Nello stesso tempo l’integrazione valutaria rappresenta l’anello debole dell’integrazione europea sul quale insistere, a causa delle molte contraddizioni che produce in modo sempre più evidente a larghi settori sociali. Tre sono gli aspetti più deleteri dell’euro: a) l’alienazione del controllo del bilancio pubblico dai parlamenti nazionali ad organismi sovrannazionali; b) l’autonomia della Banca centrale europea, con la conseguente impossibilità a controllare i tassi d’interesse sul debito pubblico e la sua utilizzazione come arma di pressione per imporre le controriforme di struttura; c) l’introduzione di cambi fissi che porta alla deflazione salariale. L’euro è una gabbia che ha ostacolato e ostacola l’organizzazione di una efficace controffensiva del movimento dei lavoratori europeo contro il neoliberismo. Inoltre, l’euro, creando divergenze nelle economie tra i Paesi europei, aumenta le divisioni all’interno della classe lavoratrice europea. Per queste ragioni credo che l’obiettivo del superamento e della disgregazione dell’area euro debba essere posto al centro non solo delle lotte dei lavoratori dei singoli paesi europei ma anche come fondamento della ricostruzione di un nuovo internazionalismo europeo. Questo non vuol dire che l’uscita dall’euro risolverebbe ogni problema o che non comporterebbe delle difficoltà. Vuol dire che la lotta contro questa Europa e contro l’euro è un elemento per noi imprescindibile e che l’uscita dall’euro è una condizione necessaria anche se non sufficiente per la ripresa di una più ampia critica al capitalismo e alle politiche neoliberiste che ne esprimono gli interessi. Per questo è necessario collegare alla critica all’euro e alla proposta di fuoriuscita dall’euro una serie di proposte programmatiche: dalla ripresa degli investimenti pubblici nella produzione diretta di beni e servizi (anche al di fuori del mercato), alla realizzazione di un polo pubblico bancario, alle ripubblicizzazioni e reinternalizzazioni di imprese privatizzate e di servizi pubblici esternalizzati, alla abolizione della indipendenza della banca centrale.

D. Sempre Cremaschi, in riferimento alle posizioni espresse da Stefano Fassina su questo giornale, dichiarava: “Trovo incredibile che le forze della sinistra che ancora oggi sostengono Tsipras non intendano trarre alcun insegnamento dalla sua esperienza. Non esiste una dialettica tra piano A e piano B come invece si propone Fassina. Il piano A, la riforma in senso anti liberista delle istituzioni europee è quello sul quale si è infranta la speranza del popolo greco. Le istituzioni europee o sono liberiste o non sono." Beh effettivamente è difficile dargli torto, tu cosa ne pensi?

R. Bisogna tenere conto che la Grecia è un Paese piccolo con una economia debole, basata essenzialmente sul turismo e sui noli. Priva di una vera industria manifatturiera, ha un debito commerciale notevole che si aggiunge a quello pubblico rendendone difficile la gestione e riducendo la capacità del Paese di opporsi ai ricatti dell’Europa. L’Italia è in una condizione diversa, avendo la seconda struttura manifatturiera d’Europa e un surplus commerciale che è andato crescendo negli ultimi anni, senza contare che il nostro debito è detenuto in gran parte all’interno. Non ci possiamo, però, nascondere che ai limiti oggettivi della Grecia si è aggiunto un grave errore soggettivo commesso da Syriza e dal premier Tsipras, consistente nel fatto di ritenere che fosse possibile risolvere la situazione semplicemente portando la trattativa dal livello tecnico delle istituzioni europee (cosiddetta tecnocrazia di Bruxelles e Francoforte) al livello politico dei governi. Così non è stato e il governo greco è stato costretto ad accettare i diktat europei. Il punto è che non è possibile bypassare i meccanismi oggettivi costituiti dall’euro e che l’Europa – intesa come istituzioni sovrannazionali – e gli esecutivi dei Paesi europei esprimono la stessa unità di intenti. Anche per questo credo sia parziale, come fanno alcuni, concentrare la critica sulla Germania e sul suo governo. In sintesi, l’esperienza di Syriza e di Tsipras ci dice che non è possibile uscire dalla crisi da sinistra senza superare l’euro. Ciò oggettivamente fa sì che il Piano B sia diventato oggi il piano A.

D. Le istituzioni del capitalismo internazionale (UE, BCE, FMI) dettano le ricette, i governi cucinano le stesse minestre con ingredienti differenti. E’ proprio così? E qual è il ruolo degli stati nazionali in questa fase allora?

R. Il fatto che ci troviamo in una fase di capitalismo globale non significa che gli stati nazionali perdano la loro funzione e il loro ruolo. Anzi, è proprio la globalizzazione ad acuire i contrasti e la concorrenza fra capitali che si avvalgono dell’appoggio degli apparati statali. Gli stati e i capitali sono uniti quando si tratta di attaccare i lavoratori europei, e divisi quando si tratta di spartirsi le risorse e i mercati. Quindi, mentre gli stati deboli e economicamente dipendenti si disgregano, gli stati più forti e imperialisti si rafforzano e sono più attivi di prima a livello internazionale e militare per la conquista di mercati di sbocco ai capitali e alle merci eccedenti e per la spartizione delle materie prime della periferia. Ciò vale anche per l’Europa, in cui si assiste alla crescita delle divergenze e dei contrasti fra gli stati-nazione che la compongono su molti temi, dall’economia, alla sicurezza, all’immigrazione, ecc. Gli stati europei hanno delegato, e in quanto stati sovrani in modo non definitivo, soltanto alcune funzioni di carattere economico, allo scopo di bypassare i parlamenti nazionali e realizzare quelle controriforme generali che altrimenti, senza l’integrazione europea, non sarebbe stato possibile realizzare. Inoltre, bisogna dire che a prendere le decisioni più importanti sono organismi che riuniscono i premier e i ministri economici europei, i quali, ritornati in patria, si nascondono dietro il classico “ce lo chiede l’Europa”. Il fatto più importante è che l’integrazione europea ha permesso l’attuazione del principio della governabilità, cioè la prevalenza sui legislativi degli esecutivi, che, attraverso le leggi elettorali maggioritarie, sono espressione diretta delle istanze del vertice del capitale, quello più internazionalizzato. Il principio di governabilità è stato negli ultimi quarant’anni il leitmotiv dell’azione del capitale. Significativa a questo proposito l’introduzione di Gianni Agnelli a La crisi della democrazia del 1975, che vedeva nella diffusione della democrazia di massa un serio limite al proprio potere e ai propri profitti.

Prima parte

01/04/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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