L’Occidente e la politica economica del terrorismo

Un’analisi di geopolitica economica mette in risalto le responsabilità e gli interessi dell’Occidente.


L’Occidente e la politica economica del terrorismo

Un’analisi di geopolitica economica mette in risalto le responsabilità e gli interessi dell’Occidente che adesso ha paura.

di Guido Capizzi

KABUL. Lo ha appena scritto l’ONU: qui, in Afghanistan, si conta il record di vittime civili nei primi sei mesi del 2016. Tra esse c’è il numero più alto di bambini uccisi. Dall'inizio dell'anno a giugno sono stati accertati 1.601 morti civili e quasi 3.600 feriti, un aumento del 4% rispetto ai primi sei mesi del 2015. I bambini coinvolti sono 1.509, di cui 388 morti. Una situazione allarmante e vergognosa, che coinvolge anche le donne: 507 morte e quasi 380 ferite. Sono le forze anti-governative responsabili della maggior parte degli attentati con vittime civili, ma anche i civili uccisi e feriti da forze governative sono aumentati.

Se analizziamo il totale delle perdite civili registrate tra il primo gennaio 2009 e il 30 giugno 2016 contiamo 63.934 persone, di cui 22.941 morte, uccise durante la preghiera, il lavoro, lo studio, mentre si recavano a prendere l'acqua, mentre ricevevano cure negli ospedali. “Ogni vittima civile rappresenta un fallimento e dovrebbe spronare le parti in conflitto a compiere significativi passi concreti per ridurre le sofferenze dei civili e aumentarne la protezione" afferma l'Alto Commissario Onu per i diritti umani Zeid Ra'ad Al Hussein.

Negli ultimi mesi sono aumentate le violenze perpetrate dai talebani qui in Afghanistan, in particolare nel sud del Paese. Si è altresì incrementato il problema dello Stato Islamico: il primo gruppo jihadista che sfida i talebani nella loro terra d’origine. Anche l’Afghanistan, infatti, è stato coinvolto dalla propaganda globale lanciata dallo Stato Islamico come è successo in Siria. Ci si può attendere, dunque, che gli attacchi alle aree strategiche da un punto di vista economico non potranno che aumentare. Così i talebani hanno lanciato una offensiva per riconquistare aree cruciali e anche minacciare la fragile stabilità afghana. Come in Helmand, una tra le più ricche regioni del Paese grazie alla coltivazione di papavero da oppio. L’aspetto economico sta spingendo i talebani a potenziare qui i loro interventi per mantenersi con i proventi della droga.

I talebani hanno individuato un’altra fonte di profitto da affiancare al mercato della droga: si tratta delle tasse alle compagnie telefoniche afghane. Tasse ricattatorie che le compagnie telefoniche pagano mensilmente per evitare la distruzione delle loro antenne oppure il rapimento o l’uccisione dei loro dipendenti. Si verificano spesso black out, interruzione delle linee nelle aree sotto controllo talebano. Le compagnie telefoniche rappresentano quasi l’unica vera economia in un Paese quasi del tutto fermo. I Talebani stanno cercando di riaffermarsi e contrastare il governo di Kabul, ma sono stati a loro volta sfidati in casa da un altro gruppo jihadista, lo Stato Islamico con cui è guerra dichiarata nel gennaio 2015, dopo l’annuncio islamista della creazione del Wilayat Khorasan, il territorio che comprende Afghanistan, alcune parti del Pakistan, Iran e Asia Centrale.

Un altro elemento da analizzare è il petrolio che è stato ed è l’obiettivo e il movente principale della strategia economica dell’Isis sul territorio. Il controllo dei grandi giacimenti in Iraq consente al Califfato di vendere il petrolio sul mercato nero e poi pagare i guerriglieri e le armi. I guerriglieri si possono educare in casa oppure via Internet, ma il commercio delle armi e quello del petrolio sul mercato nero necessitano di impunità e complicità: qualche Paese occidentale deve averle garantite. Una flotta di 800mila autocisterne che attraversano il confine turco per trasportare il greggio alle raffinerie turche o direttamente ai porti del Mediterraneo non passa inosservata. Quante di queste petroliere sono attraccate nei nostri porti di Augusta e Trieste? L’Alta Commissaria UE per la politica internazionale lo sa? Si è, almeno, posta la domanda?

L’Isis mira al controllo sunnita delle vie del petrolio e dei giacimenti:e così ha bisogno di allargare le sue alleanze in Medio Oriente. Le dinamiche economiche dell’area mediorientale fanno nascere una domanda, alla quale l’impaurito Occidente dovrebbe dare una chiara risposta: sussiste l’interesse a sconfiggere l’Isis? Stati Uniti e Unione Europea mantengono l’obiettivo di contenerlo nei teatri di guerra tra sunniti e sciiti? Si sono mantenute o sono state bloccate le linee di approvvigionamento dell’Isis attraverso la Turchia? Appare chiaro che per USA e UE l’obiettivo è limitare e contrastare il potere della Russia e dei suoi alleati sciiti iraniani e Assad. È in atto il tentativo di ridurre la dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia che vende un quarto del suo gas ai Paesi europei. Pur in mancanza di una linea di politica internazionale dell’Unione Europea, Merkel-Hollande-Renzi-eccetera insistono su “bilanciamenti” politici con le alleanze con i sunniti, alleati dell’Isis.

Occorre considerare – sempre con occhio di analista economico – che anche la Russia non ha interesse ad eliminare definitivamente l’Isis: la sua presenza impedirebbe all’UE di sbarazzarsi di Assad facendo un favore agli USA. Il presidente siriano è il garante per la Russia del progetto di arrivare nel Mediterraneo e controllare così lo sbocco verso l’Europa. Potremmo affermare, analizzando la rocambolesca situazione da una terra direttamente coinvolta quale è l’Afghanistan, che l’Occidente dipende in modo stretto dai regimi che sostengono il terrorismo e l’UE si è legata a una ragnatela da cui non sa liberarsi. E con il “colpo di stato” incomprensibile gestito dall’amico di Merkel-Hollande-Renzi-eccetera Erdogan in Turchia la rete si è consolidata. D’altra parte la Turchia è l’anello fondamentale per ridurre la dipendenza dell’Europa dal gas russo anche perché qui dovrebbe passare il gasdotto “sunnita”.

30/07/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Guido Capizzi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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