Morti sul lavoro: gli eroi senza volto. Parte II

Seconda parte dell’analisi del fenomeno dei morti sul lavoro e delle malattie professionali.


Morti sul lavoro: gli eroi senza volto. Parte II

Seconda parte dell’analisi del fenomeno dei morti sul lavoro e delle malattie professionali. In queste conclusioni le cause e le responsabilità della struttura produttiva, della ricattabilità del lavoro, della cancellazione del diritto, della mancanza di controlli e delle complicità giudiziare.

di Marco Spezia*

continua da: http://www.lacittafutura.it/dibattito/morti-sul-lavoro-gli-eroi-senza-volto.html

Le cause e le responsabilità: la struttura produttiva

Quanto detto sopra vale a livello generale, per qualunque tipologia e dimensione di azienda.

La struttura produttiva dell’economia italiana amplifica però il fenomeno, portandolo alle estreme conseguenze. Infatti storicamente la struttura produttiva italiana è sempre stata caratterizzata da una notevole parcellizzazione delle realtà aziendali con la maggior parte del tessuto lavorativo costituito da piccole aziende o da lavoratori autonomi.

Ultimamente poi la tendenza delle grandi aziende è quella di esternalizzare tutte quelle attività che non costituiscono “core business” e che (in ottica di flessibilità) conviene (anche economicamente) affidare in appalto. Ormai gli appalti sono caratterizzati da una catena di subappalti, per cui poi alla fine chi esegue effettivamente il lavoro sono piccole aziende con un imprenditore e pochi lavoratori o lavoratori “autonomi”.

Questa parcellizzazione del lavoro rende ancora meno conveniente al piccolo imprenditore o al lavoratore autonomo rispettare gli obblighi sanciti dalla normativa vigente.

Mentre infatti le grandi aziende hanno strutture finanziarie e di personale tali da poter ammortizzare in maniera più semplice i costi per la sicurezza, per le piccole imprese (strette tra l’altro da contratti capestro imposte dai committenti) rispettare o non rispettare la normativa può fare la differenza tra sopravvivere o fallire.

Inoltre le piccole aziende, proprio perché numericamente elevatissime e disperse sul territorio, sono molto più difficili da controllare da parte degli organismi pubblici preposti al controllo dell’applicazione della normativa.

E’ facile in questi casi che le aziende risultino del tutto inadeguate a rispettare la normativa e quindi di fatto del tutto fuori legge, inadempienti alle norme di diritto del lavoro in generale e sulla sicurezza in particolare.

Queste piccole aziende, sempre per motivi prettamente economici, ricorrono poi spesso al lavoro nero e si appoggiano ai caporali per trovare mano d’opera a basso prezzo e ricattabile.

Le grandi aziende poi sono quasi sempre pesantemente sindacalizzate e, quando il sindacato ha cuore la salute e la sicurezza dei lavoratori (il che purtroppo spesso non avviene), sa creare una massa critica di lavoratori organizzati disposti a battersi per difendere i propri diritti.

Nelle piccole aziende e tra i lavoratori autonomi il sindacato non esiste e i lavoratori sono lasciati da soli, sottoposti, loro malgrado, alla legge del più forte.

Inoltre, l’evoluzione del diritto del lavoro che ha sostanzialmente ufficializzato il caporalato tramite la creazione del lavoro somministrato (quello interinale), ha creato un esercito di lavoratori che vengono venduti da un’azienda all’altra, senza possibilità di svolgere un’accurata formazione, spesso senza avere diritto alla sorveglianza sanitaria per i tempi brevi passati all’interno di un’azienda, senza poter acquisire quel minimo di esperienza e di sensibilità ai rischi che contraddistinguono invece i lavoratori dipendenti.

Infine sia i dipendenti di piccole aziende, sia i lavoratori autonomi, sia i lavoratori somministrati sono più suscettibili dei dipendenti di aziende più grandi e strutturate al ricatto tra lavoro e sicurezza di cui parleremo a seguire.

Le cause e le responsabilità: il ricatto lavoro o sicurezza

Mai come in questi ultimi anni, di fronte a una crisi profonda del settore produttivo, dei servizi e del lavoro in generale, si è assistito in maniera così imponente al ricatto fatto dagli imprenditori tra lavoro e sicurezza.

Il bieco ricatto dei datori di lavoro è ormai diventato uno slogan: “se vuoi lavorare, queste sono le condizioni; se questo lavoro non ti va bene perché è pericoloso o insalubre, vattene pure a cercarne un altro”. A questa logica rispondono tutte le aziende senza distinzioni, dalla più grandi (basti pensare alla Thyssen-Krupp o alla ILVA di Taranto per fare due esempi di rilevanza mediatica) alle più piccole. Ovviamente però i lavoratori maggiormente a rischio (per i motivi che vedevamo prima) sono i lavoratori precari a vario livello (gli assunti a tempo determinato, i somministrati, i dipendenti di piccole aziende, i lavoratori autonomi).

Le cause e le responsabilità: la cancellazione del diritto del lavoro

Nelle dinamiche lavorative fin qui descritte, ha svolto e svolge un azione fondamentale e distruttiva, l’attacco incessante degli ultimi decenni, da parte dell’imprenditoria e dei vari schieramenti politici che ne seguono le direttive, al diritto del lavoro.

Buona parte dei diritti (lo Statuto del Lavoratori) e delle forme di lotta che i lavoratori avevano per farli valere stanno venendo annullate da atti legislativi ispirati agli interesse dei settori produttivi, economici e finanziari che dettano le regole.

Rimanendo nell’ambito della legislazione relativa alla salute e sicurezza sul lavoro, come sopra accennato, da quando è stato licenziato, il Testo Unico ha subito continue modifiche, in senso sempre di minore tutela per i lavoratori e a solo vantaggio delle aziende.

Con il paravento delle semplificazioni sono state cancellate precise disposizioni organizzative nate con lo scopo di difendere i lavoratori, sono stati ridotte le categorie di lavoratori tutelati dal Testo Unico, sono state ridotte le sanzioni in caso di inadempienza, unico vero deterrente per gli imprenditori inadempienti.

Con ultimo Jobs Act, oltre a ridurre in generale tutti i diritti (costituzionali) dei lavoratori, si è messo mano ancora al Testo Unico, limitando ulteriormente le garanzie.

Le cause e le responsabilità: la mancanza di controlli

A seguito di quanto sopra esposto e ritornando alla frase citata di Karl Marx è evidente che l’unico modo per garantire la vita e la salute dei lavoratori è il controllo dell’adempimento della normativa vigente e l’applicazioni di sanzioni penali di natura monetaria o detentiva agli inadempienti.

Secondo il Testo Unico il compito di vigilare sull’effettivo adempimento da parte delle aziende degli obblighi imposti dal Testo Unico stesso e nel contempo il compito di comminare le sanzioni penali previste in caso di inadempienza spetta alle Aziende Sanitarie Locali e, solo per quanto riguarda la sicurezza antincendio, al Corpo dei Vigili del Fuoco.

Queste strutture, i cui ispettori sono Ufficiali di Polizia Giudiziaria, con tutti i poteri che le fonti del diritto danno loro, sono però in numero irrilevante rispetto alle dimensioni del territorio e al numero di aziende da controllare, anche in funzione dell’assetto produttivo italiano di cui si scriveva prima.

Secondo dati forniti dalle ASL stesse, mediamente i loro ispettori sono in grado di controllare, nell’ambito di attività routinarie e programmate (quindi al di là di infortuni gravi), non più del 5% delle aziende del territorio di competenza. In altri termini una azienda ha la probabilità di essere sottoposta a controllo di routine da parte delle ASL una volta ogni 20 anni.

E’ evidente, nell’ambito della logica del profitto che governa tutto il fenomeno, che i datori di lavoro hanno maggiore interesse a non applicare la normativa, conseguendo quindi una riduzione di costi e un aumento di ricavo, sapendo che così facendo la probabilità di subire un accertamento da parte dell’organo di vigilanza è molto basso e che, in ogni caso in caso di accertamento, l’inadempienza provocherebbe il pagamento di una sanzione amministrativa ben inferiore al risparmio ottenuto in anni di attività fuori legge.

Ultimamente poi, nell’ambito delle misure contro il diritto del lavoro varate dal governo Renzi nell’ambito del Jobs Act, è stato introdotto anche l’accorpamento delle Direzioni Territoriali del Lavoro (che anche se non controllano direttamente gli aspetti legati alla salute e alla sicurezza sul lavoro, controllano gli altri aspetti del diritto del lavoro, spesso legati direttamente ai primi) e nel prossimo futuro delle Aziende Sanitarie Locali preposte al controllo dell’adempimento del Testo Unico.

Dietro quello che potrebbe essere una razionalizzazione del settore ispettivo e una uniformazione dei criteri dei controlli (oggi spesso diversi da regione a regione) si nasconde in realtà la volontà di tenere sotto controllo le attività ispettive, facendo dipendere la futura agenzia ispettiva nazionale direttamente dal governo, con una continua e negativa ingerenza sulle attività che invece gli ispettori dovrebbero compiere in piena libertà senza alcuna influenza di tipo politico.

Le cause e le responsabilità: le complicità giudiziarie

Come detto precedentemente le sanzioni a carico degli imprenditori inadempienti agli obblighi del Testo Unico sono di entità irrisoria, facendo venire meno ogni reale deterrenza all’apparato sanzionatorio.

Va osservato però che, nel caso che tali inadempienze si risolvano in un infortunio o una malattia professionale, a carico del datore di lavoro inadempiente vengono formulate le accuse, a seconda dei casi, di lesioni colpose o di omicidio colposo, come previsto dal Codice Penale, il quale Codice prevede come aggravante il mancato rispetto della normativa di salute e sicurezza sul lavoro, con pene non più solo amministrative, ma anche detentive.

Ma anche in questo caso (salvo casi di eccellenza, come per la Procura di Torino) l’effetto deterrente viene spesso e volentieri a mancare a causa delle lungaggini dei processi che comportano in molti casi la prescrizione dei reati o di condanne a pene detentive irrisorie (sospese per effetto condizionale) o addirittura a semplici sanzioni amministrative.

In parole povere chi uccide o ferisce un lavoratore a causa della sua condotta criminale in galera non ci va mai.

In questo ambito ha avuto un effetto rivoluzionario la condanna dei responsabili della Thyssen Krupp per la morte dei sette operai nell’incendio del 6 dicembre 2007 non per il semplice omicidio colposo, ma per il reato ben più grave di omicidio volontario, con la conseguenza dell’aggravio della pena, dell’annullamento della possibilità della prescrizione e della sospensione condizionale della pena.

Tale sentenza (che deve ancora passare in giudicato con l’avvallo della Corte di Cassazione) è però un caso isolato, unico rispetto alle migliaia di processi per infortunio o per malattia professionale.

La sospensione del diritto alla salute e alla sicurezza: che fare?

A fronte della esposizione finora svolta la conclusione è ovvia: relativamente alla salute e alla sicurezza dei lavoratori è stato di fatto sospeso il diritto di tutela dei lavoratori sancito dalla Costituzione e dai Codici.

Questo sospensione di diritto alla salute e alla vita si sta via via inasprendo, anche a causa della mancanza di una opposizione di classe numericamente significativa.

Le azioni di lotta contro la guerra dei morti sul lavoro ci sono, ma sono condotte da pochi (sindacati di base, associazioni, singoli lavoratori, professionisti), spesso scoordinati tra di loro e spesso senza l’appoggio delle vittime della guerra stessa: i lavoratori che subiscono il ricatto tra salute e sicurezza e lavoro.

In quest’ambito, oltre a continuare senza tregua la lotta da parte dei pochi che già oggi la portano avanti, è indispensabile creare di nuovo consapevolezza (che non può che essere di classe) tra i lavoratori, perché è vero che questi sono ricattati, ma se reagiranno al ricatto in pochi e senza coordinamento non potranno che perdere, mentre se lo faranno in tanti, se lo faranno tutti, il ricatto si ritorcerà contro imprenditori e datori di lavoro.

Per questo occorre diffondere e spiegare il più possibile quelli che sono i diritti sanciti dalla legislazione vigente e come fare per pretendere che i padroni li applichino, tramite manifestazioni e scioperi, ma anche tramite la denuncia agli organismi di vigilanza (ASL) e alla Procura della Repubblica.

Soltanto se i lavoratori sapranno quali sono i loro diritti per tutelare salute e sicurezza e si compatteranno con l’obiettivo di pretendere che tali diritti vengano garantiti, si potrà sperare in una inversione di tendenza nella strage quotidiana degli “eroi senza volto”.


Scarica qui il dossier completo in PDF.

* ingegnere e tecnico della salute e della sicurezza sul lavoro. Progetto Sicurezza sul lavoro - Know Your Rights!

23/10/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Marco Spezia

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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