L’occupazione che non c’è

La disoccupazione è una piaga che sta distruggendo il futuro di milioni di giovani.


L’occupazione che non c’è

Viaggio nella crisi. Parte VI. La disoccupazione è una piaga che sta distruggendo il futuro di milioni di giovani e meno giovani costretti ai lavori saltuari più svariati e sottopagati pur di sopravvivere alle difficili condizioni di un’esistenza sempre più precaria.

di Rita Bedon e Pasquale Vecchiarelli

Ce lo chiede l’Europa. Questa narrazione ormai assorbita dal senso comune è risultata una speciale copertura ideologica alle peggiori nefandezze a carico dei lavoratori. Cosa ci chiede l’Europa? Non è difficile,  sfogliando le carte dei dettami che negli ultimi anni sono giunti dalla centrale dell’imperialismo europeo, scoprire che le richieste sono sempre a danno dei lavoratori: si chiede maggiore flessibilità del mercato del lavoro, si chiedono privatizzazioni del settore pubblico, si chiede di allungare l’età pensionabile. Certo non pare essere una preoccupazione degna di nota per l’UE che in quest’area la popolazione lavorativa in eccesso, cioè fuori dal processo produttivo, consta di svariati (circa venti) milioni di persone. Teniamo presente che le cifre in questo campo sono complicatissime da gestire basti pensare che risulta tra gli “occupati” una vasta fetta di popolazione che svolge lavori saltuari di pochi giorni all’anno.  

A tutto questo vanno aggiunti i processi di ristrutturazione organizzativa e tecnologica della produzione industriale forieri di  enormi tagli del personale. Ma per capire come mai  la sovrappopolazione lavorativa non costituisce un problema anzi per certi versi è una “risorsa” per il sistema capitalistico è necessario cogliere alcune specificità di questo sistema. Proviamo a farlo, in maniera molto sintetica e rinviando quindi a letture più approfondite sul tema (1), cercando anche di mostrare con alcuni grafici il movimento della sovrappopolazione lavorativa nel corso degli ultimi anni.

La perdita della possibilità che ha il lavoratore di vendere la-propria forza-lavoro sul mercato Capitalistico è una realtà che si acuisce in modo preoccupante ogni qual volta il Capitale entra in crisi. La crisi del capitale si trasforma in crisi di lavoro.  L’accrescimento dell’esercito  industriale di riserva  è una tra le cause antagoniste alla caduta del saggio di profitto. Un esercito industriale di riserva preme sulla forza lavoro occupata mettendone in difficoltà la capacità di difesa delle posizioni raggiunte in termini di livelli salariali e situazioni lavorative.

“La forza-lavoro è vendibile solo in quanto conserva i mezzi di produzione come capitale, in quanto riproduce il proprio valore come capitale e fornisce nel lavoro non retribuito una fonte di capitale addizionale. Le condizioni della sua vendita, siano esse più favorevoli al lavoratore o meno, implicano quindi la necessità della sua costante rivendita e la sempre ampliata riproduzione della ricchezza come capitale” [1].

Proponendo questo breve passo di Marx, si intende riportare l’attenzione su come la forza-lavoro possa essere occupata nella produzione solo se il Capitalista ritiene che il capitale anticipato, cioè il capitale costante e il capitale variabile, possa uscire dal ciclo produttivo con un valore maggiore rispetto a quello che aveva all’inizio. La vendita della forza-lavoro sul mercato è possibile solo se il capitalista ritiene di poter valorizzare il proprio capitale a un livello adeguato in quel momento storico di sviluppo della produzione (D-M-D’).

Le fasi di crisi del Capitale sono sempre caratterizzate da un calo dell’occupazione e dalla riduzione dei salari o del monte salari, in modo tale che  possano essere ripristinate le condizioni di valorizzazione a un saggio di profitto risultante dal grado di sfruttamento della forza-lavoro raggiunto in quel dato momento storico.

Il calo dell’occupazione è un fenomeno che ha le sue origini dalla fase di ristrutturazione del capitale, che si può collocare dalla fine degli anni ’70. Interessante a questo proposito è stata la pubblicazione da parte dell’ISTAT della serie storica sia del tasso di occupazione sia di disoccupazione dal 1977 al 2012 in Italia. Il tasso di occupazione ha avuto in questo intervallo un andamento oscillante che ha alternato fasi di crescita a quelle di declino. Interessante è vedere come nel 2008 il tasso di occupazione è del 58,7% e come, rispecchiando la fase discendente della situazione economica, raggiunge il 55,7% nel 2014.

Il numero di disoccupati è cresciuto da 1 milione 340 mila del 1977 a 2 milioni 744 mila del 2012. Dal 2008 il tasso di disoccupazione è salito fino a portarsi al 12,7% nel 2014.

Fonte: ISTAT (2)

Di seguito è riportato il grafico del tasso di occupazione nell’UE per un intervallo minore, ma come si può notare l’andamento nel periodo crisi e post crisi è simile all’andamento dell’Italia.

Il grafico qui di seguito riguarda il tasso di disoccupazione che nel 2011 è del 9,6%, in forte aumento rispetto al 2008.

L’analisi del recupero nel tempo del tasso di occupazione pre-crisi in Europa, mostra come all’interno dell’area si possano evidenziare diversi gruppi di paesi; questi si distinguono tra quelli che si trovano ancora in una fase di calo del tasso di occupazione, quelli che non hanno ancora raggiunto il tasso pre crisi, come l’Italia, e quelli che l' hanno superato.

 

Fonte: Rapporto dell’ILO sul mondo del lavoro 2013 - scenario UE-pag.1

http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/---europe/---ro-geneva/---ilo- rome/documents/publication/wcms_211086.pdf

Nel 2013 il tasso d’occupazione delle persone di età compresa tra 15 e 64 anni nell'UE era del 64,1 %. Nel 2008 aveva raggiunto il 65,7 %, per poi contrarsi negli anni successivi fino ad attestarsi al 64,0 % nel 2010. Tale diminuzione — di 1,7 punti percentuali in totale — in coincidenza con la crisi economica e finanziaria si è arrestata nel 2011, quando il tasso di occupazione dell'UE è lievemente risalito fino al 64,2 %, per poi perdere 0,1 punti percentuali e rimanere stabile al 64,1 % dal 2012 in poi.

Nelle crisi la formazione di un esercito industriale di riserva esercita una pressione altissima sulla parte di lavoro ancora occupata, e determina anche le condizioni di rientro al lavoro di quei lavoratori che saranno riassorbiti nella fase di accumulazione dopo crisi.

Riguardo alla situazione Europea, si è verificata la dislocazione di alcune produzioni in paesi meno sviluppati e dove il costo del lavoro era più basso, esercitando una potente forza calmieratrice sui salari dei paesi a economia più avanzata. Inoltre nel mercato del lavoro si è assistito a una destrutturazione dei contratti di lavoro, indirizzando la nuova manodopera verso contratti a termine, part-time, atipici. Nel 2014, tra i 44,1 milioni di lavoratori part-time dell’Ue, ben 9,8 milioni (22,2%) erano sottoccupati; si tratta di persone che avrebbero voluto lavorare più ore ed erano disponibili a farlo. Il più alto tasso di lavoratori sottoccupati è stato registrato tra le donne (67%). Tra gli stati membri, le percentuali più alte di lavoratori sottoccupati sono state registrate in Grecia (72,1%), Cipro (65,9%) e Spagna (57,3%), al contrario di Paesi Bassi (4%), Lussemburgo (10,5%), Danimarca (10,7%), Estonia (11,2%) e Repubblica Ceca (11,4%). L’Italia si colloca a metà, con il 18,3% dei lavoratori part-time che vorrebbe lavorare di più, sotto la media europea (22,2%), in Italia si è avuta un’espansione del lavoro a partita IVA, che nasconde spesse volte un lavoro di tipo subordinato a tempo. In questi ultimi anni si è assistito anche a due fenomeni allarmanti a livello sociale: quello della crescita della disoccupazione di lunga durata, che interessa cioè i lavoratori disoccupati da oltre un anno, aumentata dal 2008 al 2012 di 5,2 milioni. Questi lavoratori, in alcuni casi, usufruiscono degli ammortizzatori sociali, ma evidentemente entrano nella spartizione di una massa salariale complessiva già in contrazione per la crisi e per l’attacco al salario sociale da parte dei governi neo-liberisti. Secondo fenomeno è l’aumento degli scoraggiati, cioè di coloro che hanno smesso di cercare lavoro (inattivi ma vorrebbero lavorare),  che dal 2008 al 2011 sono cresciuti del 29%: nel 2014 erano 11,6 milioni i cittadini europei che erano fuori del mercato del lavoro ma disponibili a lavorare, pari al 4,8% della forza lavoro totale. Tra disoccupati e scoraggiati l’esercito industriale di riserva si allarga, e agisce da controtendenza ai fattori che hanno scatenato la crisi, in primis la scarsa valorizzazione del capitale complessivo, abbassando la capacità contrattuale dei lavoratori e agendo come moderatore salariale, ripristinando condizioni favorevoli al Capitale per ricominciare l’accumulazione. 

Durante una crisi di così ampia portata il Capitale mette in  atto tutte quelle misure che gli permettono di espandersi nuovamente, portando sempre notevoli cambiamenti nel mondo del lavoro. Tali misure hanno spinto verso una maggiore produttività e competitività che non hanno inciso su una tendenza a un esteso e crescente divario occupazionale, le condizioni del mercato del lavoro non sono migliorate e, nonostante una lieve ripresa dell’attività produttiva, l’occupazione ha segnato il passo.

Nel 2014, a livello mondiale, la disoccupazione interessa 201 milioni d’individui, oltre 30 milioni in più rispetto al 2008. Inoltre le attese di riassorbirla nei prossimi anni sono negative. Il mondo del lavoro sta cambiando profondamente. Nelle economie avanzate si assiste a uno spostamento dei lavoratori salariati da lavori a tempo pieno e di carattere subordinato verso contratti a tempo parziale e spesso di tipo informale (da noi le partite IVA, che spesso nascondono lavoro salariato a cottimo). Questo tipo di andamento si rispecchia anche nelle economie emergenti o in via di sviluppo. Nonostante l’esistenza di realtà dove la legislazione sul lavoro ha introdotto più stabilità nei contratti, il lavoro informale continua ad avere la meglio. All’interno delle filiere produttive che si estendono globalmente, stanno diventando più diffusi contratti di breve termine e ore di lavoro irregolari. Nonostante il lavoro dipendente stia crescendo sia in valore assoluto sia percentuale, a livello mondiale esso rappresenta circa il 50% dei rapporti di lavoro. Meno del 45% dei lavoratori dipendenti sono occupati a tempo pieno e indeterminato e anche questa quota appare in declino. Questo significa che, nel mondo, circa 6 lavoratori dipendenti su 10 sono occupati a part-time o in forme di lavoro a termine. 

La precarizzazione del mercato del lavoro è una realtà globale.

 

Note:

(1)   Karl Marx, Il Capitale, libro I – cap. 23 - pag. 677 – ed. Editori Riuniti-1974.

(2)   http://www.istat.it/it/archivio/88827

 

04/12/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Rita Bedon

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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