Perché il sindacato non può essere uno strumento rivoluzionario

I limiti strutturali del sindacato rendono indispensabile, per chi non ha rinunciato al processo rivoluzionario, lo sviluppo di strutture consiliari.


Perché il sindacato non può essere uno strumento rivoluzionario Credits: https://contromaelstrom.com/2015/10/08/8-ottobre-1969/

Per quanto concerne i rapporti che devono intercorrere fra le strutture consiliari, il sindacato e il Partito, Gramsci – polemizzando da una parte con i bordighisti, che intendevano assoggettare il consiglio al partito, e dall’altra con i riformisti che miravano ad assoggettarlo al sindacato – insiste sulla necessità che tanto il partito, quanto il sindacato “non devono porsi come tutori o come superstrutture già costituite di questa nuova istituzione” [1]. Anche perché è proprio nelle strutture consiliari che “prende forma storica controllabile il processo storico della Rivoluzione” (p. 75). Il che la dice lunga su quanto siamo oggi, dal punto di vista soggettivo, indietro, dal momento che persino la maggioranza di quelli che si definiscono comunisti nel nostro paese non solo non operano, ma neanche si pongono teoricamente il problema di lavorare per un rilancio delle strutture consiliari. A dimostrazione del fatto che la maggior parte di quanti si autodefiniscono comunisti non si pongono proprio in termini concreti la questione del modo “in cui prende forma storica controllabile il processo storico della Rivoluzione”, in parte perché la considerano, in modo mistico, un evento assolutamente imprevedibile, in parte perché, in modo più o meno consapevolmente revisionista, non si pongono proprio il problema del processo storico della rivoluzione, quasi si trattasse di qualcosa che non li riguardi.

Tornando al rapporto corretto che dovrebbe intercorrere, sulla base della riflessione di Gramsci, fra sindacato, partito e strutture consiliari, i primi due “devono porsi come agenti consapevoli” della liberazione delle strutture consiliari “dalle forze di compressione che si riassumono nello Stato borghese” (p. 75). Al contrario, oggi, nel nostro paese le dirigenze di praticamente tutti i sindacati prendono in considerazione gli embrioni di strutture consiliari esistenti come una potenziale minaccia al monopolio che dovrebbero avere, nelle loro intenzioni, i sindacati nella rappresentanza delle istanze dei lavoratori. Mentre i partiti, avendo abbandonato la stessa riflessione su tali questioni, mirano o a rappresentare dal punto di vista politico-elettorale le componenti di sinistra delle organizzazioni sindacali, rinunciando a questo scopo a dotarsi di una linea sindacale, o mirano a dotarsi di un sindacato, a prescindere dalla sua reale rappresentatività, quale cinghia di trasmissione della propria micro organizzazione politica.

In tal modo, oggi, i partiti e sindacati della sinistra generalmente non si pongono nemmeno il problema, essenziale a parere di Gramsci, “di organizzare le condizioni esterne generali (politiche) in cui il processo della rivoluzione abbia la sua massima celerità, in cui le forze produttive liberate”, che trovano espressione in primo luogo proprio nelle strutture consiliari, “trovino la massima espansione” (p. 75), una volta tolti di mezzo gli attuali rapporti di produzione e di proprietà che tendono al contrario a incatenarle e soffocarle.

Perciò Gramsci mira a separare nel modo più netto l’esperienza dei consigli, sviluppatasi in particolare nel biennio rosso 1919-1920, dal sindacalismo e in particolare dalla tradizione sindacale italiana. Per quanto riguarda quest’ultima, nettissimo è il giudizio negativo di Gramsci, anche nei riguardi della tradizione anarcoide del sindacalismo rivoluzionario. Gramsci denuncia, quindi, “quel conglomerato di demagogia, di enfatico verbalismo pseudorivoluzionario, di spirito indisciplinato e irresponsabile, di maniaco esagitarsi di pochi individui dall’intelligenza limitata (poco cervello e molta gola) che sono finora riusciti, qualche volta, a saccheggiare la volontà delle masse, il quale rimarrà negli annali del movimento operaio italiano contrassegnato dalla etichetta: sindacalismo italiano” (p. 42). Purtroppo, non si può che mestamente constatare che questo tagliante giudizio appare quanto mai attuale.

Allo stesso modo, sempre allo scopo di non confondere con essa l’esperienza dei consigli, Gramsci denuncia la deriva sempre più riformista e revisionista delle principali organizzazioni sindacali, mostrando il completo fallimento delle concezioni improntate al sindacalismo rivoluzionario, che individuano appunto nel sindacato il principale strumento del processo rivoluzionario: “la teoria sindacalista ha completamente fallito nella esperienza concreta delle rivoluzioni proletarie. I sindacati hanno dimostrato la loro inorganica incapacità a incarnare la dittatura proletaria. Lo sviluppo normale del Sindacato è segnata da una linea di decadenza dello spirito rivoluzionario delle masse: aumenta la forza materiale, illanguidisce o svanisce del tutto lo spirito di conquista, si fiacca lo slancio vitale, all’intransigenza eroica succede la pratica dell’opportunismo, la pratica del ‘pane e del burro’” (pp. 42-43).

A noi non resta che constatare che tale “linea di decadenza” – che non costituisce secondo Gramsci l’eccezione, ma la regola, ovvero quello che definisce “lo sviluppo normale del Sindacato” – è proseguita sino ai giorni nostri arrivando alla deriva neocorporativa che si è imposta, almeno nei sindacati maggiormente rappresentativi, nell’ultimo quarantennio, ma che già prima della Seconda guerra mondiale aveva portato il principale sindacato italiano a cercare, vanamente, di scendere a patti con il corporativismo imposto dallo squadrismo fascista.

Quindi, nello “sviluppo normale del Sindacato” la crescita dal punto di vista quantitativo “determina”, in modo apparentemente paradossale, ma in realtà necessario, “un impoverimento qualitativo e un facile accomodarsi nelle forme sociali capitalistiche, determina” – a sottolineare ancora una volta che più dell’eccezione si tratta della regola – “il sorgere di una psicologia operaia pidocchiosa, angusta, da piccola e media borghesia” (p. 43). Dunque, la deriva sempre più concertativa cui assistiamo in modo ancora più evidente oggi quando un sindacato tende a crescere quantitativamente, anche in un settore particolare, è considerata da Gramsci nel quadro dello “sviluppo normale del Sindacato”. Anzi, oggi, la situazione è divenuta ancora più drammatica dal momento che la maggioranza dei sindacati hanno smesso di crescere quantitativamente, e anzi si sono il più delle volte contratti, senza che il processo di “impoverimento qualitativo” si arrestasse.

Per altro, “il compito elementare del sindacato” – al contrario di chi oggi sostiene la tesi opposta, di un sindacato che organizzi solo la componente minoritaria, dotata di coscienza di classe, del proletariato – consiste, come sottolinea Gramsci, nel “reclutare ‘tutta’ la massa, di assorbire nei suoi quadri tutti i lavoratori dell’industria e dell’agricoltura” (p. 43). Dunque, al di là del fatto che oggi i sindacati non riescono più a portare avanti nemmeno il loro “compito elementare” – al punto che alcuni attivisti facendo di necessità virtù ripudiano questo stesso principio basilare – è il mezzo stesso, ovvero il sindacato, che “non è dunque idoneo al fine”, ovvero al processo rivoluzionario.

Quindi, a differenza di quanto spesso oggi si crede, la colpa di ciò non è tanto, o soltanto, dei vertici dei sindacati sempre più guidati da burocrati, o dei lavoratori sempre più privi di coscienza di classe, che tendono a delegare, secondo lo spirito liberale, la tutela dei propri interessi a sindacati così ridotti a fornitori di servizi. È il sindacato in quanto tale, ontologicamente, a non essere uno strumento rivoluzionario, poiché, come chiarisce Gramsci, “il mezzo non è che un momento del fine che si realizza, che si fa, – e si deve concludere che il sindacalismo non è mezzo alla rivoluzione, non è un momento della rivoluzione proletaria, non è la rivoluzione che si realizza, che si fa”. Cosa del resto mai così evidente come oggi, anche se si continua spesso a credere che ciò sia principalmente, essenzialmente colpa del quadro dirigente che avrebbe tradito il vero scopo del sindacato. Tanto che Gramsci, di fronte alle illusioni dei sindacalisti rivoluzionari, sottolinea che “il sindacalismo non è rivoluzionario, che per la possibilità grammaticale di accoppiare le due espressioni” (p. 43).

Il sindacato, in effetti, in quanto tale non solo non è una struttura portante della società socialista – in quanto in essa lo sfruttamento dovrebbe essere bandito per legge – e tanto meno della società comunista – nella quale anzi perderebbe qualsiasi senso, trattandosi di una società senza classi – ma non è “nient’altro che una forma della società capitalista” e, di conseguenza, non è neppure “un potenziale superamento della società capitalistica”. Il sindacato, infatti, non può che organizzare i lavoratori salariati e la stessa classe operaia non “come produttori, ma come salariati, cioè come creature del regime capitalistico di proprietà privata, come venditori della merce lavoro” (p. 43).

Nel modo di produzione capitalistico, del resto, la forza lavoro è ridotta a merce ed è anzi l’unico strumento di cui dispone il proletario per potersi riprodurre come tale. In tal modo il sindacalista, privo di coscienza di classe – cosa piuttosto comune ai nostri giorni, in cui diversi individui scelgono di divenire sindacalisti per mestiere, senza aver mai realmente lavorato sotto padrone – tendono a naturalizzare questo stato di cose, ovvero non si preoccupano, dal momento che non rientra fra i loro compiti, di questo stato di cose che si fonda sullo sfruttamento dei lavoratori per salvaguardare i privilegi sempre più enormi di un numero sempre più ristretto di individui.

Del resto il sindacato non può che unire i lavoratori “secondo lo strumento di lavoro o secondo la materia da trasformare, cioè il sindacalismo unisce gli operai a seconda della forma che imprime loro il regime capitalista, il regime dell’individualismo economico” (p. 43). Ciò, naturalmente, non aiuta affatto il lavoratore sindacalizzato a prendere coscienza della forma di lavoro alienata e alienante che è ridotto a svolgere nella società capitalistica per salvaguardare dei rapporti di proprietà sempre più polarizzati e sempre più costituenti un ostacolo allo sviluppo delle forze produttive. In effetti, come osserva Gramsci, “il servirsi di uno strumento di lavoro piuttosto che di un altro, il modificare una determinata materia piuttosto che un’altra, rivela capacità e attitudini disparate alla fatica e al guadagno; l’operaio si fissa in questa sua capacità e in questa sua attitudine e la concepisce non come un momento della produzione, ma come un puro mezzo di guadagno” (p. 43).

In tal modo si favorisce una concezione del mondo individualista, favorevole al mantenimento dell’attuale modo di produzione, per quanto irrazionale possa essere divenuto, piuttosto che favorire la cooperazione e lo spirito collettivo, quella coscienza di classe indispensabile all’emancipazione del proletariato dalla condizione di plebe moderna cui lo riduce il capitalismo. Ecco che allora, conclude Gramsci, “il Sindacato di mestiere o di industria, unendolo con i suoi compagni di quel mestiere o di quell’industria, con quelli che nel lavoro usano lo stesso strumento o che trasformano la stessa materia che egli trasforma – contribuisce a rinsaldare questa psicologia, contribuisce ad allontanarlo sempre più da un suo possibile concepirsi come produttore, e lo porta a considerarsi ‘merce’ di un mercato nazionale e internazionale, che stabilisce, col gioco della concorrenza, il proprio prezzo, il proprio valore” (pp. 43-44).

Quindi, in modo del tutto involontario, l’organizzazione sindacale in quanto tale non solo non favorisce lo sviluppo di una coscienza di classe nel lavoratore, ma contribuisce, pur senza volerlo, a favorire quel processo di reificazione che è alla base del feticismo che impedisce la reale comprensione del meccanismo di funzionamento di un modo di produzione fondato sulla mercificazione, lo sfruttamento, l’alienazione del lavoro e del lavoratore.


Nota

[1] Le citazioni in questo scritto sono tratte da articoli di Antonio Gramsci apparsi in “l’Ordine Nuovo” fra il 1919 e 1920, in seguito raccolti in Bordiga-Gramsci, Dibattito sui consigli di fabbrica, Samonà e Savelli, Roma 1971. Nel testo, fra parentesi tonde, indicheremo la pagina di quest’ultima pubblicazione, da cui abbiamo tratto i passi citati.

21/07/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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