Gramsci, le strutture consiliari e il partito organizzato per cellule nei luoghi di lavoro

Il processo rivoluzionario affiora alla luce nel momento in cui il proletariato sviluppa nel suo senso istituti rappresentativi di tipo nuovo.


Gramsci, le strutture consiliari e il partito organizzato per cellule nei luoghi di lavoro

segue da Gramsci e il processo rivoluzionario

Per comprendere l’importanza decisiva che ha per Gramsci il consiglio di fabbrica e un partito organizzato per cellule sui luoghi di lavoro – luogo per eccellenza in cui si mostra il vero volto classista della democrazia borghese che è una forma di dittatura nei confronti dei subalterni – e per comprendere i danni che l’oblio di questi aspetti ha prodotto nell’odierna sinistra di classe in Italia, occorre intendere l’apparentemente paradossale contraddizione fra organizzazioni rivoluzionarie e processo rivoluzionario. Come osserva a questo proposito Gramsci: “le organizzazioni rivoluzionarie (il Partito politico e il Sindacato professionale) sono nate nel campo della libertà politica, nel campo della democrazia borghese, come affermazione e sviluppo della democrazia in generale, in un campo in cui sussistono i rapporti di cittadino a cittadino” [1].

Dunque il sindacato, che esprime le rivendicazioni dei lavoratori salariati sul piano economico e il Partito, che ne difende gli interessi sul piano politico, sono delle importanti conquiste del conflitto sociale, che ha consentito di ampliare gli angusti limiti della liberal-democrazia borghese, consentendo anche alle classi subalterne di avere una propria rappresentanza politica ed economica all’interno dello Stato capitalista. Dunque, i proletari sono riusciti a emanciparsi, sul piano delle sovrastrutture, conquistando dopo sanguinose lotte il godimento dei diritti di cittadinanza, anche per chi era considerato, dai liberali, “una macchina bipede” o “una bestia da soma parlante”. Su questo piano, che è il piano del mercato, del libero scambio fra eguali, le classi subalterne sono riuscite a conquistarsi, dal punto di vista formale, l’eguaglianza con le classi dominanti al livello delle sovrastrutture.

D’altra parte, come sappiamo dall’analisi marxiana, questo è anche il piano della parvenza, dell’immediatezza, in cui appare realizzata l’utopia di uno Stato democratico. Perciò tale piano finisce, inevitabilmente, per favorire le istanze revisioniste dei riformisti, che ritengono una vestigia del passato il processo rivoluzionario, credendo possibile ottenere un ulteriore sviluppo in senso democratico della società – la cui natura di classe appare ormai ineffettuale – con la progressiva occupazione, per via elettorale, delle istituzioni dello Stato. La natura di quest’ultimo tende, su questo piano, ad apparire idealisticamente capovolta, ovvero come un arbitro imparziale, in grado di governare e risolvere le contraddizioni e le differenze sociali che, inevitabilmente, si producono sul piano sociale ed economico della moderna società civile.

Proprio perciò, non è su questo piano idealisticamente trasfigurato che può svilupparsi, secondo Gramsci, il processo rivoluzionario. Quest’ultimo, in effetti, “si attua nel campo della produzione, nella fabbrica, dove i rapporti sono di oppressore e oppresso, di sfruttatore a sfruttato, dove non esiste libertà per l’operaio, dove non esiste democrazia” (ivi: p. 72). Dunque è solo scendendo nell’antro oscuro della produzione, dove a dominare è la proprietà privata, ai cui cancelli – su cui è scritto vietato l’ingresso ai non addetti ai lavori – si arrestano i diritti astratti del cittadino e hanno piena validità esclusivamente i diritti materiali del “borghese”, ovvero i rapporti di produzione e di proprietà. Solo calandosi in quest’ambito, mediante i consigli di fabbrica e le cellule del partito organizzato sui luoghi di lavoro, è possibile andare oltre il piano delle apparenze liberal-democratiche, e cogliere la sostanza reale di classe, dello Stato e della società borghese, la loro natura di dominio classista. Solo su questo piano il proletario può prendere coscienza di classe della sua condizione di sfruttato, di subalterno, sino a divenire consapevole – elevandosi così a soggetto rivoluzionario – di non aver altro da perdere che le proprie catene. Proprio per questo, osserva acutamente Gramsci, “il processo rivoluzionario si attua dove l’operaio è nulla e vuol diventare tutto, dove il potere del proprietario è illimitato, è potere di vita e di morte sull’operaio, sulla donna dell’operaio, sui figli dell’operaio” (Ibidem). Dunque, proprio al contrario dei sostenitori dell’autonomia del politico, che non a caso hanno finito per seguire una via riformista, secondo Gramsci solo fondandosi e radicandosi nel piano delle strutture economiche, le strutture organizzative del proletariato possono assumere un’attitudine rivoluzionaria.

Dunque il processo rivoluzionario è qualcosa di oggettivo, di necessario, in quanto ha il suo fondamento non sul confronto-scontro fra opinioni diverse, sul piano astratto del dibattito politico, ma perché si fonda sullo stesso sviluppo del modo di produzione capitalistico, in cui i rapporti di produzione e proprietà divengono sempre di più un ostacolo allo sviluppo delle forze produttive. Perciò il processo rivoluzionario ha un fondamento storico, immanentistico e non ideologico e trascendente, si fonda su una contraddizione reale, che tende ad acutizzarsi con lo sviluppo stesso del sistema, fra capitale e forza-lavoro. A questo proposito, osserva con il consueto acume Gramsci: “noi diciamo che il processo storico della Rivoluzione operaia, che è immanente nella convivenza umana in regime capitalista, […] ha le sue leggi in se stesso e si svolge necessariamente per il confluire di una molteplicità di azioni incontrollabili perché create da una situazione che non è voluta dall’operaio e non è prevedibile dall’operaio” (ibidem). Tale processo, in effetti, si svolge essenzialmente sotto traccia, in una oscura guerra di posizione fra le classi, il cui sviluppo quantitativo finisce con il produrre – senza che gli stessi attori principali ne siano realmente coscienti – un salto qualitativo divenendo una guerra di movimento in campo aperto.

Come si fa, dunque, a comprendere, interrogandoci con Gramsci, il momento in cui “il processo storico della Rivoluzione operaia è affiorato alla luce, è divenuto controllabile e documentabile?” (Ibidem). Tale rovesciamento qualitativo dello sviluppo molecolare quantitativo non è da ricercare sul piano astratto dell’ideologia politica, come immaginavano sia i socialisti massimalisti che i comunisti bordighisti. Il proletariato moderno diventa in atto classe rivoluzionaria non nel significato che esso “rifiuta genericamente di collaborare agli istituti di governo della classe borghese”, come sostenevano gli astensionisti anarchici e bordighisti, non nel senso che esso “rappresenta una opposizione nel campo della democrazia”, come si illudevano massimalisti e kautskiani, “ma nel senso che tutta la classe operaia, quale si trova in una fabbrica, inizia un’azione che deve necessariamente sboccare nella fondazione di uno Stato operaio, che deve necessariamente condurre a configurare la Società umana in una forma che è assolutamente originale, in una forma universale, che abbraccia tutta l’Internazionale operaia e quindi tutta l’umanità” (ibidem), nel senso, quindi, di un internazionalismo proletario rettamente inteso.

Dunque, Gramsci comprende la natura rivoluzionaria del periodo storico che sta vivendo, nel primo dopoguerra – che non a caso non è drammaticamente colto dalla direzione, per quanto massimalista, del Partito socialista, per non parlare del sindacato che coglie solo gli aspetti negativi del processo in atto – in quanto constata “che la classe operaia, in tutte le nazioni, tende a creare, tende con tutte le sue energie – pur tra gli errori, i tentennamenti, gli impacci propri di una classe oppressa, che non ha esperienza storica, che deve tutto fare originalmente – a esprimere dal suo seno istituti di tipo nuovo, nel campo operaio, istituti a base rappresentativa, costruiti entro uno schema industriale” (ibidem). Proprio per questo Gramsci aveva parlato, per il processo rivoluzionario allora in atto – che si era iniziato ad affermare in Russia nel 1917 – di “Rivoluzione contro il Capitale”, che non a caso i seguaci dottrinari del marxismo come Kautsky, non avevano affatto colto. Proprio perché si era dinanzi a una profonda cesura nel corso storico, di un vero e proprio salto qualitativo. Come si avvede Gramsci – proprio in quanto si avvale del marxismo non come si trattasse di una dottrina astratta, ma nel senso di una filosofia della prassi necessariamente storica – “la nascita dei Consigli operai di fabbrica rappresenta un grandioso evento storico, rappresenta l’inizio di una nuova era nella storia del genere umano: per essa il processo rivoluzionario è affiorato alla luce, entra nella luce in cui può essere controllato e documentato” (Ivi: p. 73).

Nella prima fase, in cui si è affermato il modo capitalistico di produzione, “nella fase liberale […] della società dominata dalla classe borghese”, osserva Gramsci, “la cellula elementare dello Stato era il proprietario che nella fabbrica soggioga al suo profitto la classe operaia” (ibidem). In tale fase non si era ancora sviluppata la coscienza di classe in quanto il proletario “non riusciva a liberare la sua coscienza dalla persuasione della necessità del proprietario, la cui persona si identificava con la persona dell’industriale, con la persona del gestore responsabile della produzione e quindi anche del suo salario, del suo pane, del suo abito, del suo tetto”. Si tratta, quindi, di un processo di sviluppo oggettivo, storico, del modo di produzione capitalistico, che nella sua fase superiore di sviluppo, imperialista, “il potere industriale di ogni fabbrica si stacca dalla fabbrica e si accentra in un trust, in un monopolio, in una banca, nella burocrazia statale”. Tale sviluppo necessario del modo capitalistico di produzione tende ad accentuare le sue intime contraddizioni, ostacolando in misura crescente lo sviluppo delle forze produttive. Nella fase imperialista, monopolistica e ancora di più nella forma attuale di sviluppo transnazionale “il potere industriale diventa irresponsabile e quindi più autocratico, più spietato, più arbitrario”. A fronte dell’affermarsi di forme di dominio ispirate a un cesarismo regressivo, forme di dominio sempre più autoritario, si indebolisce la capacità di egemonia del blocco sociale dominante. In quanto il proletario ha la possibilità di liberarsi “dalla suggestione del ‘capo’ […] dallo spirito servile di gerarchia”. È, quindi, lo stesso sviluppo storico che acuendo le contraddizioni oggettive interne all’attuale modo di produzione, a offrire la possibilità al proletario di attuare essenziali “conquiste di autonomia e di iniziativa” (ibidem).


Note

[1] Le citazioni dell’articolo sono tratte da: Antonio Gramsci, Il Consiglio di fabbrica, in “l’Ordine Nuovo” del 5 giugno 1920, ora anche in Bordiga-Gramsci, Dibattito sui consigli di fabbrica, Samonà e Savelli, Roma 1971, cfr. in particolare le pp. 71-75.

23/06/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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