TIM. Da dipendenti a proprietà aziendale: il nuovo digital life

Una grande mobilitazione auto-convocata ed auto-organizzata dei lavoratori della TIM per contrastare la disdetta del contratto aziendale e restituire ai lavoratori la coscienza delle proprie possibilità


TIM. Da dipendenti a proprietà aziendale: il nuovo digital life Credits: autoconvocati TIM

Succede di tutto in questi tempi bui che non ci dovrebbe sorprendere più nulla. Ma non volendo arrenderci allo stato di cose presenti, rabbrividiamo di fronte al pensiero arrogante di un padrone in difficoltà.

Questa storia inizia con una mobilitazione forte, determinata e perlopiù auto-convocata e auto-organizzata dai dipendenti di TIM contro le proposte di rinnovo contrattuale di cui La Città Futura si è già occupata. Il fattore di auto-convocazione delle mobilitazioni ha spiazzato non poco l’azienda, sia per la capacità di sorprendere sia per le palesate incapacità delle OO.SS. a gestire il malcontento in funzione neo-corporativa. In particolare per quelle storicamente fedeli all’azienda, mentre per quanto riguarda COBAS e SNATER intelligentemente hanno preferito essere interne e supportare il movimento auto-convocato. Questo dice già tanto.

Un movimento che si è propagato a livello nazionale e di massa soprattutto tra i tecnici (circa 15.000 persone) grazie all’utilizzo dei social e dei software di comunicazione come Whatsapp e Telegram. Grazie ai quali le riunioni digitali, la circolazione della informazioni, l’ampia possibilità di partecipazione alla discussione hanno permesso di far crescere la consapevolezza della lotta e che la rabbia non si tramutasse in rassegnazione individuale ma in determinazione collettiva. Oltretutto consentendo una rapida e duttile capacità di ideare, costruire e realizzare iniziative di comunicazione, mobilitazione e sciopero raramente viste prima.

Chiaramente, dopo i primi scossoni dati grazie agli scioperi improvvisi, l’azienda ha cercato di limitare i danni con degli accorgimenti organizzativi che a breve termine sembravano ottime soluzioni, se non fossero impietosamente naufragate sotto i colpi ripetuti e incontrollabili degli scioperi a sorpresa e a macchia di leopardo. Si sa, le vittorie di piccole battaglie, ripetute e successive, sono portatrici di un grave virus che è tra le maggiori paure dei topo manager aziendali: la fiducia nelle proprie forze. E così sta succedendo, la contaminazione si è diffusa e la rassegnazione ha lasciato spazio alla convinzione che se non la vittoria totale, almeno la lotta è possibile!

A questo punto il terrore comincia a serpeggiare e ai piani alti iniziano a programmare le grandi manovre strategiche. I caporioni aziendali si rendono conto che questa volta i palliativi non servono e c’è bisogno di innalzare il livello dello scontro per arrestare la marea rossa che sta prendendo possesso di strade e ingressi aziendali, nonché dei social in cui stanno impazzando video, contestazioni, comunicati e prese di posizioni contro l’attuale AD e il tuo Top Management per l’ennesimo tentativo di pagarsi bonus da milioni di Euro con il deprezzamento e compressione dei salari.

Così il 15 novembre viene emesso un regolamento aziendale in cui si intima, con il titolo “le buone regole del digital life”, di non danneggiare in alcun modo l’azienda con espressioni o la condivisioni di pensieri e opinioni contrari alla Direzione. Perché, come dipendenti, siamo tutti impegnati a difendere la buona immagine aziendale in funzione del Business. La questione più grave è che si è investiti da questa “responsabilità” anche solo per la mera comunicazione sul proprio profilo social di essere dipendenti TIM o semplicemente per i contenuti pubblicati che possono ricondurre a questo stato di dipendente.

Ma nel frattempo la mobilitazione cresce. E succede che, complici fragilità personali e vessazioni, un dipendente non regge alle pressioni e si suicida. E un quadro, nel corso di un blocco all’ingresso di una sede, investe una delegata sindacale e scappa via senza prestare soccorso di fronte ai Carabinieri in questo caso (guarda caso!!) pronti a sminuire il fatto. Del resto, se si è sminuito l’omicidio di Piacenza, che sarà mai un ricovero ospedaliero per una banale contusione lombosacrale! E parte il monitoraggio dei profili dei dipendenti e il 23 novembre scatta il primo licenziamento per 2 post su Facebook. Un profilo in cui, a ben guardare, è più spesso presente l’osanna aziendale che non la critica, ma tant’è. Una rappresaglia che va ben al di là del fatto in sé e che i più navigati si aspettavano proprio perché hanno colto la differenza tra la solita “manfrina” sindacale in occasione del rinnovo contrattuale e una ribellione per la dignità che cresce anche fuori dagli argini imposti.

L’amarezza ci impedisce anche di richiamare, come sarebbe facile, i più basilari diritti costituzionali di fronte alla barbarie con la quale si crede di poter risolvere i conflitti sindacali. Siamo coscienti che lo scontro in questa azienda è pesante non solo per la posta in gioco ma anche per le modalità (finalmente) diverse con cui si sta giocando, e non saranno astratti richiami alla legalità che faranno pendere la bilancia a favore dei lavoratori. Siamo consapevoli che anni di spaccio di idee malsane sulla superiorità del profitto per il benessere collettivo ci ha fatto arrivare ad essere non più persone che firmano un contratto con diritti e doveri con la controparte ma sempre più proprietà uso e getta come qualsiasi altro hardware o software.

A oggi non possiamo dire quali saranno gli esiti di questa vertenza, sappiamo però che lo spirito di auto-convocazione ha svelato i veri volti dei soggetti nel teatro del conflitto. La ferocia del nemico, l’ambiguità di chi è rimasto a cavallo della barricata, la doppiezza di quelle OO.SS. che firmano accordi di principio per accaparrarsi la benevolenza padronale, ma anche la gioia e l’allegria di uomini e donne liberi una volta che scelgono la lotta a rappresentarli.

03/12/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: autoconvocati TIM

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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