L’essenza della crisi

“La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati” (Gramsci)


L’essenza della crisi Credits: https://www.okforex.it/economia/incubo-stagflazione-2022-come-investire/10586/

L’attuale fase è sempre più caratterizzata dal vecchio che muore, il capitalismo che a livello sia nazionale che internazionale è sempre più in crisi, e al contempo dal dato di fatto che il nuovo, cioè il socialismo, non riesce a nascere. Sul piano internazionale oggi il socialismo non solo non è più quasi mai all’ordine del giorno, ma sembra non essere nemmeno particolarmente attrattivo dello spirito dell’utopia e persino del principio speranza. Del resto è proprio questa, come aveva già molto chiaro Gramsci, la natura profonda della crisi che stiamo vivendo sia sul piano nazionale che internazionale.

Gli Stati Uniti vivono una crisi sempre più profonda, dal momento che stanno perdendo sempre di più la capacità di egemonia sul piano internazionale. Anche il credito che aveva il sionismo sul piano internazionale, dopo il genocidio degli ebrei e la lunga storia di persecuzione vissuta in particolare in Europa da questa minoranza religiosa e culturale, si sta rapidamente assottigliando viste le politiche genocidarie dello Stato di Israele nei confronti dei palestinesi, quanto meno della striscia di Gaza. Anche la capacità di egemonia del governo italiano, dovuta in particolare al fatto che Fratelli di Italia era agli occhi delle masse l’unico partito a essere realmente estraneo alle politiche antipopolari del governo Draghi e più in generale a tutti i governi che hanno fatto politiche impopolari dopo l’ultimo governo Berlusconi, sta venendo meno.

D’altra parte, ciò non comporta automaticamente che la putrefazione del vecchio significhi l’affermazione del nuovo. L’alternativa dinanzi alla crisi sempre più conclamata a livello internazionale dell’imperialismo statunitense e dell’Unione Europea non produce necessariamente il rafforzarsi di una reale alternativa. Tanto l’Iran, che la Russia, lo stesso Venezuela e l’attuale Cuba non riescono più ad apparire generalmente alle masse popolari una reale alternativa vincente dinanzi alla crisi sempre più evidente dell’imperialismo dell’occidente collettivo. L’unico paese che sembra accrescere la propria credibilità sul piano internazionale è la Repubblica popolare cinese, ma anche quest’ultima sembra voler mantenere il più possibile un profilo basso, non solo non volendo incarnare agli occhi dell’opinione pubblica internazionale una reale alternativa socialista, ma anche non intendendo assumere nemmeno il ruolo di forza effettivamente antimperialista.

Anche in Italia la crisi di egemonia del governo della destra radicale, divenuta evidente a livello di massa dopo l’inaspettata netta sconfitta al referendum confermativo del tentativo di forze politiche da sempre estranee allo spirito di compromesso alla base della nostra Costituzione di iniziare a sovvertirla, non ha comportato una sensibile crescita né della opposizione della sinistra parlamentare né della sinistra, di fatto o per vocazione, extraparlamentare.

Il dramma, come aveva ben chiaro Gramsci quasi cento anni fa, è che nell’odierno interregno tendono a emergere dei rigurgiti di irrazionalismo decisamente allarmanti. L’aggressione imperialista invece di rafforzare le opposizioni progressiste ha finito con il fortificare i regimi al potere in Russia, Iran e Gaza. Anche in Italia le politiche antipopolari sempre più evidenti del governo della destra radicale tendono a far apparire il campo largo, tendenzialmente larghissimo, come l’unica alternativa politica reale, nel breve periodo che ci separa dalle prossime elezioni politiche. Il problema è che tutte queste forze non rappresentato affatto una alternativa, non sono il nuovo, ma fanno piuttosto parte dei fenomeni morbosi che intendono a prevalere in questi tempi di crisi.

Ciò è ancora più evidente se analizziamo le ultimissime tornate elettorali sul piano internazionale. Nelle elezioni locali in India si è imposta ancora di più l’opposizione reazionaria alla crisi del modo di produzione capitalista, cioè i fondamentalisti indù, mentre la reale alternativa, i comunisti, stentano sempre più ad apparire alle masse come il nuovo che nascendo potrebbe realmente porre termine all’attuale crisi epocale.

Discorso analogo vale per le più recenti elezioni nel Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del nord. Le forze politiche che hanno rappresentato storicamente le diverse anime della più antica società borghese, i conservatori, i laburisti e i liberali vivono una crisi sempre più lunga e profonda, ma al posto del nuovo tendono a emergere fenomeni decisamente irrazionali come l’affermazione delle forze xenofobe e scioviniste.

Allo stesso modo in Italia la destra radicale al governo è stata per la prima volta scavalcata, anche se di pochissimo, nei sondaggi da un campo largo, sempre più tendenzialmente larghissimo, esclusivamente grazie alla scissione da destra della componente più reazionaria della compagine governativa.

Il dramma è che in modo emblematico in Italia, ma anche in diversi altri paesi, anche nell’opposizione, in primo luogo sul piano politico, in secondo luogo sul piano sindacale, i fenomeni irrazionali tendono decisamente a prevalere sulle forze che rappresentano effettivamente il nuovo in grado di porre fine alla crisi sistemica della società capitalista. In effetti, come appare esemplarmente in Italia le forze internazionaliste e rivoluzionarie, sostenitrici del socialismo scientifico ed espressione del proletariato moderno stentano a divenire stabilmente egemoni all’interno di una opposizione, potenzialmente sempre più ampia e di massa. Al contrario tendono a prevalere i due fenomeni morbosi più caratteristici all’interno dell’opposizione progressista al capitalismo in crisi, cioè il riformismo di destra e l’opportunismo di sinistra. Si tratta di due aspetti entrambi irrazionali che perciò, pur essendo opposti, sono di fatto speculari, al punto che ognuno proprio perché non riconosce in nessun modo le ragioni dell’altro, che risiedono del resto proprio nella morbosa unilateralità di ambedue, finisce per fare del tutto involontariamente il gioco dell’altro. Tanto che gli evidenti limiti delle riformismo di destra finiscono in modo del tutto inconsapevole per favorire l’opportunismo di sinistra e viceversa. Del resto si tratta di due deviazioni morbose di ascendenza in sé piccolo borghese che tendono a prevalere quando all’interno dell’opposizione l’egemonia non è del proletariato moderno, che solo potrebbe rappresentare il nuovo in grado di superare la crisi epocale, ma di tendenze irrazionaliste proprie della posizione socialconfusa tipica espressione anche inconsapevole di questi ceti sociali intermedi, che incarnano proprio quello interregno in cui l’irrazionalismo tende a prevalere.

Abbiamo così il riformismo che rafforza senza volerlo il proprio opposto speculare massimalista e viceversa. Tali opposti tendono involontariamente a convergere in quanto di fatto entrambi mirano a impedire che all’interno dell’opposizione prevalga la reale alternativa del nuovo, cioè del socialismo quale transizione necessaria alla realizzazione del comunismo.

Non a caso tanto nel riformismo quanto nell’estremismo settario tende a prevalere la concezione tipica del socialismo inconsapevolmente utopista che considera l’unica reale alternativa, l’autentico nuovo in grado si superare la crisi, cioè il comunismo come una prospettiva utopista, nell’accezione negativa del termine.

Così tanto il campo largo tendenzialmente larghissimo, quanto l’anima bella estremista, che in nome della sua presunta purezza non incarna una credibile alternativa alla destra radicale, sono di fatto delle tendenze che del tutto inconsapevolmente continuano a tenere a galla una compagine governativa che per le sue politiche decisamente antipopolari nella maggioranza degli altri paesi non avrebbe più alcuna chance non solo di restare al governo, ma di poter ambire a un sostanziale pareggio elettorale o una sconfitta di misura che renderebbe l’ala destra dell’opposizione arbitra della sua sopravvivenza al governo. Per cui il possibile futuro governo di centrosinistra per non cadere rischierebbe, come di consueto, di portare avanti politiche trasformiste, che fanno inevitabilmente crescere l’astensionismo non certo rivoluzionario all’interno delle classi sociali subalterne e, in primis, proprio nel proletariato, che solo mantiene in vita le tendenze oligarchiche tipiche della società capitalista.

Tali opposti ma speculari deviazionismi irrazionalisti, tendono costantemente, come appare quanto mai evidente proprio nel caso italiano, a confondere la funzione del partito con quella del sindacato. Per quanto riguarda il partito politico non hanno la concezione ispirata al socialismo scientifico dell’intellettuale collettivo, cioè di una organizzazione di quadri che siano realmente delle avanguardie riconosciute e seguite dalle classi subalterne. Sul piano del sindacato ne ignorano la natura riformista cioè rivolta a vendere al prezzo meno basso la forza lavoro ai proprietari dei mezzi di produzione e, tutta al più a porre dei limiti al suo sfruttamento e demansionamento.

Da una parte abbiamo così i sindacati di massa che, sotto l’egemonia di burocrati espressione del riformismo di destra, tendono a snaturare la natura conflittuale dell’organizzazione degli sfruttati in una associazione che offre servizi, in un’ottica per quanto inconsapevolmente neocorporativa. Dall’altra parte abbiamo la tendenza tipica dell’opportunismo di sinistra anarcoide di considerare il sindacato come una organizzazione politica rivoluzionaria, che dovrebbe organizzare esclusivamente le avanguardie dotate di coscienza di classe della masse popolari sfruttate, lasciando di conseguenza la maggioranza dei lavoratori sindacalizzati sotto l’egemonia di burocrati per quanto inconsapevolmente neocorporativi.

Tali opposti speculari si incontrano nel rendere sempre meno efficace, senza volerlo, tanto l’arma principale dei lavoratori in una fase non prerivoluzionaria: gli scioperi, quanto lo strumento fondamentale in una situazione prerivoluzionaria: i consigli.

14/05/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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