L’unica certezza è che siamo più precari

La lettura dei dati Istat mostra che l’unica certezza è l’aumento della precarietà, che si conferma un dato strutturale del lavoro in Italia.


L’unica certezza è che siamo più precari Credits: http://corsierincorsi.blogspot.it

Sarebbe interessante stimare il numero di occupati in Italia partendo dalle ore effettivamente e complessivamente lavorate. Sì, perché, come sappiamo, i dati Istat sull’occupazione si riferiscono a “persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento (a cui sono riferite le informazioni)” hanno “svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività”, anche non retribuita nel caso di lavoro nella ditta di un familiare. Così, quando si afferma che il numero di occupati è aumentato, nel calderone dell’Istat è conteggiato anche un precario chiamato a sostituire un lavoratore in malattia per una settimana e che poi torna a sbatterti per cercare lavoro, o un lavoratore chiamato a fare per un paio d’ore il giardiniere del proprio Comune.

È su queste basi, ma nascondendole, che il governo Gentiloni può rallegrarsi di una crescita statistica dell’occupazione congiunturale (+78 mila, un misero +0,3%). Senza contare che lo stesso governo omette di sottolineare (ancora di più oggi, con la campagna elettorale praticamente iniziata) che l’aumento dei lavoratori dipendenti (verificatosi anche per una drastica riduzione degli indipendenti: -71 mila) avviene in otto casi su dieci per la stipulazione di contratti a termine. E non va meglio osservando i dati su base annua, dal momento che rispetto al secondo trimestre 2016, quello di quest’anno segna - è vero - l’aumento (+153 mila, +0,7%) del numero di persone che hanno lavorato almeno un’ora nella settimana di riferimento (è bene sottolineare ulteriormente questo aspetto statistico degli occupati Istat). Ma questo dato emerge a fronte di una riduzione degli indipendenti del 3,6%, e soprattutto a fronte di oltre il 75% di contratti a termine sul totale dei nuovi contratti.

Insomma, il dato davvero certo è l’aumento della precarietà, che si conferma un dato strutturale del lavoro in Italia. Alcuni dati potranno meglio rendere l’idea: la Seconda nota trimestrale sulle comunicazioni obbligatorie del Ministero del Lavoro mostra come, nel secondo trimestre 2017, la durata effettiva dei contratti a termine non supera i 30 giorni nel 38% dei casi; oltre 340.000 contratti hanno avuto durata di un solo giorno! Per questi lavoratori, anche la speranza di poter firmare un contratto a tempo indeterminato risulta difficile. La percentuale dei lavoratori che da contratto a termine sono riusciti ad ottenere un lavoro a tempo indeterminato è infatti calata: se tra il secondo trimestre 2015 e lo stesso periodo 2016, il 24,3% di chi aveva un contratto a termine è “transitato” verso uno a tempo indeterminato, tra il secondo trimestre 2016 e stesso periodo 2017 questa percentuale è diminuita fino al 16,5%. E nel fratempo diminuisce (del 3,1%, arrivando al 22,4%) anche la quota di coloro che riescono ad uscire dalla condizione di disoccupazione. Dati che mostrano una crescente difficoltà a trovare lavoro, soprattutto che non sia precario e sottopagato. Una condizione che viene anche dal confronto su base tendenziale delle ore lavorate, per cui a fronte di un aumento del 3,1% del monte ore lavorate nelle imprese, quelle pro capite sono diminuite dello 0,7%. Tra i numeri, quindi, si legge che quella piccola fetta di torta in più è stata suddivisa tra i lavoratori in pezzi ancora più piccoli. Nel frattempo, le imprese si sono viste ridurre il costo del lavoro (-0,1%) anche a scapito delle retribuzioni che diminuiscono dello 0,3%.

Si spiega anche così la riduzione del tasso di inattività. Se in una famiglia chi lavora è più precario ed il reddito disponibile sempre meno sufficiente a garantire una vita dignitosa, altri suoi componenti sono costretti a mettersi alla ricerca di qualsiasi lavoro, anche precario e sottopagato. In questo senso, più che in un ritrovato clima di fiducia rispetto al futuro e quindi ad un maggiore ottimismo di trovare lavoro tra quanti in precedenza un lavoro nemmeno lo cercavano più, la riduzione del numero di inattivi è dato da un crescente stato di necessità.

Uno studio della Fondazione Di Vittorio pare confermare questa situazione, sottolineando “il permanere di un sentimento di prevalente sfiducia”, dovuto in modo particolare ad “un lavoro che si impoverisce e si precarizza contribuendo, sulla base di questa condizione reale, a creare un generale effetto di scarsa fiducia fortemente basato anche sul crescere delle diseguaglianze”. E così, seppure “fra i lavoratori dipendenti scende al 20% la quota di chi si ritiene con difficoltà economiche, sale invece al 58% la percentuale di coloro che dichiarano di sentirsi poco tranquilli, in equilibrio instabile”. D’altronde, come può essere diversamente se, come si legge nel rapporto Istat, continuano a ridursi le transizioni da dipendente a termine a dipendente a tempo indeterminato (dal 24,3% al 16,5%)? Come può esserci un clima di fiducia, come ci si può sentire in equilibrio stabile se “a fronte della riduzione complessiva delle transizioni dalla disoccupazione all’occupazione (-3,1 punti)”, gli unici flussi positivi (+0,9%) dalla disoccupazione verso l’occupazione riguardano i lavori precari? Come si può essere tranquilli se intanto ci si guarda attorno e si osserva che coloro che escono dall’inattività sempre più spesso transitano verso la disoccupazione (dal 18,5% al 21,3% nei dodici mesi)?

La sintesi di questo quadro, quindi, non è, come affermato dal presidente del Consiglio Gentiloni, di “una tendenza incoraggiante” frutto dei “buoni risultati di Jobs act e ripresa”, ma semmai la drammaticità di una precarietà che si consolida come condizione sempre più diffusa e generale. Quello che emerge, allora, non è un aumento degli occupati ma la necessità sempre più estesa di avere un’occupazione, un lavoro per tenere la testa fuori dalla melma e perciò un lavoro purché sia, anche precario e sottopagato.

Il dato politico è la necessità di abbandonare il protagonismo del ceto politico che senza più credibilità pensa di poter continuare a mettere insieme, a tavolino, pezzi di soggetti politici come tessere di un mosaico sperando di raccogliere voti, per tornare, invece, a frequentare i luoghi dello sfruttamento capitalistico così da mettere in campo un lavoro politico che restituisca nuovo protagonismo ai lavoratori e che ne ricomponga la frammentazione.

Fonti:

  • Istat, Il mercato del lavoro, 12 settembre 2017
  • Tecné, Cgil, Fondazione Di Vittorio, Fiducia economica, disuguaglianze, vulnerabilità sociale 2° trimestre 2017, luglio 2017
  • Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, Seconda nota trimestrale 2017 sulle comunicazioni obbligatorie, settembre 2017

16/09/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Carmine Tomeo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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