Ma siamo sicuri che andrà tutto bene? I comunisti e la guerra di classe prossima ventura

La gravità della crisi acuisce la lotta tra borghesia e proletariato e tra grandi e piccoli capitali, sottomette ancora di più lo Stato al mercato e accentua la trasformazione bonapartista della politica. Per questo serve un programma minimo che unisca gli sfruttati e dia impulso alla costituzione del partito comunista.


Ma siamo sicuri che andrà tutto bene? I comunisti e la guerra di classe prossima ventura

Crisi economica e sanitaria

Verso la fine del 2019, nelle previsioni di alcuni avvertiti economisti, non solo marxisti, si indicava l’anno 2020 come l’anno in cui la crisi strutturale dell’economia mondiale capitalistico-finanziaria avrebbe avuto l’ennesimo crollo, un nuovo episodio di crisi che si determinava all’interno di quella che sembrava essere, ormai da decenni, la “normale” linea decrescente di recessione e stagnazione dell’economia mondiale capitalistica finanziaria, cioè di una tendenza complessiva che, pur negativa, prevedeva e teneva conto anche degli aspetti di “controtendenza”, come è il caso dell’economia cinese. Nell’anno 2020, nelle avvedute previsioni di questi economisti, sarebbero venuti al pettine anche i nodi delle gigantesche bolle finanziario-speculative che già nell’autunno del 2019 avevano cominciato a creare notevoli problemi.

Purtroppo, verso la fine di quell’anno iniziava silenziosamente a esplodere l’altra bolla, quella pandemica. Proprio come si espande una crisi economica, ma in questo caso a una velocità notevolmente maggiore, la crisi sanitaria dovuta alla Covid-19 ha bloccato l’economia mondiale e si è compenetrata con la crisi economica già operante: la crisi strutturale capitalistica ha preso la forma della crisi sanitaria, colpendo in maniera differenziata sia per nazioni, sia per classi, sia per settori economici produttivi, commerciali e finanziari. Differenziazioni tali per cui pur in questa fase di profonda recessione economica produttiva, abbiamo avuti casi quali quelli del settore del commercio al dettaglio di prodotti di non “prima necessità” e della piccola ristorazione, ma anche del settore del turismo e dello spettacolo, che hanno avuto crolli verticali, come nel contempo abbiamo avuto settori economici che hanno progredito a tal punto nell’accumulazione di capitale e di profitto da determinare l’ulteriore accentuazione di quella “materiale” disuguaglianza di classe che sottostà alla disuguaglianza tra le fasce di reddito, con la polarizzazione del reddito in un numero sempre più esiguo di capitalisti. Per inciso, invece di un “astorico” rapporto tra “ricchi” e “poveri”, è solo connotando ulteriormente tale rapporto in termini di rapporto di classe, rapporto tra lavoro e capitale, tra sfruttati e sfruttatori, che ci permette di capire che il problema è il capitalismo e la sua crisi e non tanto (o solo) una “sbagliata” politica di “redistribuzione dei redditi”.

La crisi economico-sanitaria, proprio per i suoi catastrofici effetti sulle nazioni più “capitalistiche” e sulle fasce di popolazione più povere e subalterne, ha comunque re-imposto la oggettiva necessità di un “cambiamento”, di una ristrutturazione/modificazione del sistema economico e sociale che ha determinato tali immensi problemi sociali, ivi compreso quello ambientale. La necessità di una maggior programmazione/pianificazione economica, sociale e pubblica (e non solo in campo sanitario) si è riproposta, forte della stessa oggettiva necessità di cambiamento che tocca lo stesso capitalismo al fine di superare la sua crisi. Ma, come era facilmente prevedibile, tale cambiamento non si indirizza verso possibili processi di pianificazione socialista, ma al massimo verso cambiamenti “gattopardeschi”: a questo livello l’unico grande “cambiamento” e risultato è stato l’abbandono (almeno temporaneo) della linea di politica economica dell’austerity, ma solo per permettere un maggior intervento delle “sovrastrutture statuali”, interventi necessari ai processi di ristrutturazione anticrisi di un’economia capitalistica alla canna del gas.

Le controtendenze alla crisi da parte del capitale

Come è comprensibile, all’accentuazione della crisi economica e sanitaria corrisponde l’intensificazione, da parte del capitale in generale, delle controtendenze alla crisi. Tali processi anticrisi sembrano muoversi su un duplice binario, parallelo e complementare. Da un lato le accentuazioni delle politiche antipopolari di sfruttamento della forza-lavoro: intensificazione dei ritmi lavorativi, prolungamento reale dell’orario di lavoro e gestione forzata degli straordinari, flessibilità nell’erogazione della forza-lavoro e precarietà nel rapporto di lavoro, rimodulazione dell’erogazione della capacità lavorativa del lavoratore subordinato in funzione di una retribuzione a cottimo, a progetto, a risultato ecc. Appare evidente che tale processo di aumento dello sfruttamento dei lavoratori, proceda dialetticamente alla tendenza alla diminuzione del salario reale, sia esso sotto la forma di salario diretto che sotto la forma del salario sociale di classe. È proprio per questo che, in riferimento a questi articolati processi messi in pratica dal capitale e dalla borghesia in generale, in un complessivo Programma minimo, andrebbero ripensati, rielaborati e precisati quegli obiettivi di difesa delle condizioni di lavoro, di riunificazione di una classe profondamente frazionata e disgregata e riconquistati di migliori rapporti di forza, partendo da quelli “storici” dell’aumento generalizzato del salario a parità di ritmi e orario di lavoro, del salario minimo di base uguale per tutti i lavoratori e lavoratrici dei vari settori produttivi e dei servizi, della riconquista, nella lotta alla precarietà, di forme di rapporti di lavoro stabili ecc.

L’altro binario su cui i processi anticrisi si muovono è quello per cui l’obiettivo di ottenere migliori saggi di profitto e maggiori masse di profitto viene perseguito non solo, come indicavamo prima, tramite l’aumento del saggio del plusvalore, cioè l’aumento del tasso di sfruttamento del lavoro vivo, ma con un aumento della produttività del lavoro sociale, tramite lo sviluppo e l’innovazione tecnico-scientifica applicata al processo produttivo, accentuando con ciò sia la tendenza del controllo e autonomizzazione automatica del processo produttivo in generale, con la conseguente riduzione del lavoro vivo, “base oggettiva” dell’obiettivo della riduzione dell’orario lavorativo, sia la sostituzione dei settori e prodotti “maturi” della produzione con altri più avanzati e “profittevoli”. La tendenza allo sviluppo di un’economia “green” per i paesi capitalisticamente più avanzati, lungi dall’essere una auspicata sensibilità ambientale dei nostri capitalisti, è tutta interna a questa necessità e ben si accompagna contraddittoriamente con la distruzione ambientale prodotta dall’economia capitalistica nel “suo” ricambio organico con la natura.

È bene ricordare che queste “basilari” tendenze si muovono all’interno di un contesto economico complessivo che vede l’aspetto della speculazione finanziaria aumentare sempre più, anche in questa fase di crisi sanitaria, appunto come risposta alla crisi di sovrapproduzione di merci e soprattutto di capitali (e lo “strano” andamento “positivo” delle borse sta lì a dimostrarlo) e nel contempo intrecciarsi con gli accentuati processi di concentrazione e centralizzazione del capitale che manco a dirlo vede il “grande capitale”, quello che sottostà strutturalmente alla “grande borghesia sovranazionale”, fare strame di quello medio piccolo (vedi le Pmi) e della loro espressione sociale, cioè della media e piccola borghesia.

Le tendenze verso un autoritarismo democratico

Come a livello della struttura economico sociale, la crisi economico-pandemica sta provocando, e non da ora, profondi mutamenti anche nella sovrastruttura ideologica e politico-statuale. Si accentuano i processi che tendono, in un quadro neocorporativo in cui sono inglobate anche le classi subalterne, a forme politico statuali di autoritarismo democratico, dove l’autoritarismo, a volte al limite del fascismo, è la sostanza, e la democrazia, nelle sue forme parlamentari e pubbliche, è l’apparenza ideologica. Sempre più, rispetto al modello partitico parlamentare che si era affermato nei grandi paesi capitalistici dal secondo dopoguerra del secolo scorso, si assiste a una modificazione e ristrutturazione delle forme e delle strutture di elaborazione, formazione e veicolazione del pensiero ideologico politico della classe dominante. Più che agli organismi di elaborazione teorico-politica inerenti o interni ai partiti e agli apparati statuali, ora il compito è affidato sempre più a “istituzioni”, “fondazioni”, “associazioni”, “organismi di studi e ricerca”, nazionali, internazionali e sovranazionali, ognuno patrocinati da diversi sponsor, sia privati che formalmente pubblici, universitari e statali, ma patrocinati anche dalle organizzazioni dei settori finanziari, industriali e commerciali, del clero e dell’apparato militare/industriale, dei “servizi” più o meno segreti, lobby massoniche ecc. È a questo livello, in questi veri e propri “pensatoi”, che l’intelletto collettivo della borghesia, in particolare della grande borghesia sovranazionale e mondiale, elabora l’ideologia dominante, quello che in maniera adialettica ci ostiniamo a chiamare “pensiero unico”.

È proprio sulla base di questa ideologia (che è variegata e differenziata a seconda dei settori della borghesia a cui deve “rispondere”) e della appartenenza a questi “circuiti” che si seleziona quel personale politico che viene “deputato” poi a mettere in pratica ai vari livelli, da quello nazionale parlamentare a quello degli organi regionali e territoriali, ciò che è stato “pensato” e “deciso” altrove. Si è di fronte all’atrofizzazione e degenerazione delle forme e utilizzo della democrazia partitico-parlamentare, con un innegabile accentramento decisionale in circuiti “elitari” della classe dominante e la concomitante esclusione di quella stragrande maggioranza che sono i settori sociali e popolari in genere. In questo modo, senza i limiti e le mediazioni imposte politicamente e parlamentarmente dalle classi popolari, i governi ritornano a essere maggiormente “comitati d’affari della borghesia”, con una “garanzia” di sostanziale continuità delle politiche economiche-sociali, anche al di là dei cambi di maggioranza e di governo, e di un accentuato fenomeno di “bonapartismo”, (con annesso anche i suoi aspetti “malavitosi”, “banditeschi” e “squadristici”). E qualora si verificasse che, nella complessiva ideologia neocorporativa imposta dalla classe dominante, l’aspetto del “consenso” sociale ai vari livelli, sindacali e politico-sociale, venisse meno e i latenti antagonismi di classe si manifestassero, allora sarebbe più facile e più semplice accelerare sull’aspetto reazionario della “repressione” politico sociale di classe, senza particolari “intoppi” politico-parlamentari. Proprio anche per questo livello dello scontro di classe, per questo aspetto politico-istituzionale sovrastrutturale, è indispensabile pensare a un Programma minimo in cui si individuino e si articolino obiettivi di difesa e agibilità democratica, antifascista e antimperialista, obiettivi che quantomeno trovano una sponda in quella Costituzione Italiana, che fu l’espressione di un importante livello di compromesso raggiunto dalla lotta di classe nell’immediato secondo dopoguerra del secolo scorso. 

Più Stato per il mercato, più Stato per il capitale

La gravità della crisi, nel suo intreccio economico sociale e sanitario, è tale che, al di là delle controtendenze attuate dal capitale e dalla classe dominante, si richiede ancor più, come dicevamo, un maggiore intervento sovrastrutturale non solo dello Stato nazionale, come si sarebbe fatto comunque e in ogni caso, ma anche di tutte quelle istituzioni pseudostatuali sovranazionali e di quelle finanziarie transnazionali. In tal senso nel contraddittorio “polo imperialistico europeo” si sta varando una serie di provvedimenti (Next Generation Eu, Mes, e altri) a favore dei singoli Stati dell’Unione. Per l’Italia siamo oltre i 200 mld per il primo e oltre i 30 mld per il secondo, ai quali vanno aggiunti una manovra finanziaria da 40 mld.

Come era prevedibile la lotta per l’accaparramento di tale ingente massa di danaro sta scatenando contraddizioni interne al fronte borghese. Se da un lato abbiamo la grande borghesia finanziaria e “confindustriale” che li richiede tutti per sé (o quasi) per ristrutturarsi e rafforzarsi, dall’altra abbiamo la media e piccola borghesia che, pur sempre in un quadro neocorporativo, tenta di ritagliarsi con decisione i suoi spazi e “ristori”, tanto che a livello politico ci sono precise interlocuzioni, pubbliche e ufficiali, di Salvini e Meloni con le organizzazioni confederali della media e piccola industria, del commercio, con le “partite Iva”, artigiani, professionisti ecc., nel pieno intento di “ufficializzarli” come loro “base sociale” di riferimento (diverso è il discorso della loro “base di massa”). In tutto questo putiferio mediatico parlamentare c’è solo un unico grande assente: il mondo del lavoro salariato e subalterno. Non tanto perché non vi siano problemi (i dati Istat dimostrano che il blocco dei licenziamenti ha funzionato solo parzialmente) o che non vi siano lotte (perché, per parafrasare il titolo di un libro, “nel loro piccolo anche gli operai si incazzano”), ma perché non esiste a livello politico sociale una sua rappresentanza, una forma di rappresentanza degli strati popolari, dei loro interessi di classe, dei loro obiettivi di cambiamento.

Proprio analizzando cosa significhi e cosa comporti per i lavoratori e le classi popolari questo ingente stanziamento di fondi nell’economia capitalistica, alcuni aspetti prospettano per il futuro una situazione di gravità eccezionale. Il primo dato politico che in apparenza sembra essere quello principale, è quello relativo alle condizionalità con cui i prestiti vengono elargiti agli Stati nazionali. Il fatto che tali condizionalità siano più o meno stringenti o abbiano più valore di indicazione o di prescrizione e che al loro interno vi siano indicate quelle “famigerate” riforme strutturali ha giustamente preoccupato non solo i “sovranisti”, ma soprattutto tutti coloro che, memori dell’esperienza “lacrime e sangue” della Grecia, paventavano, a ragione, per l’Italia una situazione simile. In realtà tutto ciò coglieva solo un aspetto del problema, ma non il nocciolo di classe della questione perché, al di là di come saranno spesi, tali stanziamenti, siano essi sotto forma di prestito o a “fondo perduto”, e più o meno mediati dall’Ue e dalla Bce, sono sempre esborso di denaro che, per dirla semplicemente, da qualche parte deve essere preso e recuperato (e in effetti sono perlopiù, in ultima istanza, prestiti attinti sui mercati finanziari), a meno che non si spacci per buona la “favola” che basterebbe la semplice stampa di cartamoneta da parte della Bce per risolvere i problemi.

Gli Stati nazionali sono in ultima istanza coloro che dovranno “ripianare il debito”, restituire tutti i prestiti, e qui si pone il problema e la domanda: “da dove si andranno a prendere i soldi”? Certo, alcuni pensano che questa gigantesca operazione “keynesiana” sia sufficiente a far ripartire l’economia e si sprecano a tal proposito improbabili paragoni con il New Deal e il Piano Marshall, anche se basterebbe ricordare a costoro che, per ottenere allora i “primi risultati”, si è dovuto ricorrere al gigantesco sviluppo del “sistema industriale-militare” degli Usa e a una Seconda Guerra Mondiale! Una cosa è certa: non sarà un semplice “rimbalzo” dell’economia capitalistica a risolvere i problemi strutturali alla base di questa crisi economico-pandemica né tanto meno a creare uno sviluppo economico che risolva l’aggravato problema del “debito pubblico” nei confronti dei “creditori privati”. Quello che si profila è una più accanita “guerra di classe”, non solo per le controtendenze alla crisi di cui parlavamo all’inizio, ma per la necessità della classe dominante e del suo Stato di procedere a una gigantesca redistribuzione del reddito: a pagare dovranno essere i lavoratori e le classi popolari con i tagli al loro “salario sociale” di classe. Ecco perché non è un problema di “sovranità nazionale” contro le “imposizioni europee”, ma un problema (guerra) di classe, tra le classi lavoratrici e popolari “nazionali ed europee” e il grande capitale transnazionale e finanziario della grande borghesia sovranazionale europea. Ecco perché un “capitolo” di un possibile programma minimo, oltre alla difesa dei settori in cui si concretizza il salario sociale e del loro carattere pubblico, dovrà essere quello relativo alla progressività della tassazione fiscale, della “patrimoniale” e del controllo e limitazioni del capitale speculativo.

I comunisti e la classe

E qui arrivano le note dolenti, perché, come dicevamo prima non esiste a livello politico sociale una “forza politica”, un “movimento politico popolare” che concretizzi il possibile e praticabile “fronte unitario delle classi lavoratrici” su un “programma minimo” di obiettivi e riforme politico-sociali che, andando oltre agli aspetti di resistenza e difesa dell’esistente, prefiguri un avanzamento nei rapporti di forza con il blocco borghese e, in alternativa netta al modello sociale che questo blocco sociale sta delineando per uscire dalla crisi, si ponga nella direzione di una società più democratica ed economicamente più pianificata dove siano gli interessi delle classi popolari a indirizzare lo sviluppo sociale.

Più volte abbiamo parlato della difficoltà che si frappongono a questo progetto politico, difficoltà di ordine sociale per la debolezza strutturale di una classe lavoratrice disgregata e sconfitta, difficoltà di ordine ideologico-politico per la piena vittoria di un liberismo neocorporativo che ha prevalso e infettato anche i partiti e sindacati di riferimento della classe, difficoltà di ordine teorico per l’incapacità di elaborare un Programma minimo che, in questa fase non rivoluzionaria, sia la puntuale risposta alle esigenze sociali e politiche della classe. Proprio l’elaborazione di un Programma minimo che sia il “patrimonio politico”, discriminante e fondativo, di un “movimento politico di classe e popolare” per una futura alternativa nel nostro paese, è, in questa fase, un compito ancor più importante per noi: tale “progetto politico” rappresenta la concretizzazione tattica dell’azione e dei compiti dei comunisti e, in una situazione di “diaspora” dei comunisti, di un loro possibile e praticabile livello unitario. È innegabile che per elaborare un Programma minimo, così come lo abbiamo sinteticamente delineato, sia necessario, oltre ai riferimenti strategici di un futuro processo di transizione, ivi compreso le fasi e tappe di un suo avvicinamento, un ampio confronto e un grande lavoro di analisi e inchiesta della concreta situazione sociale, nei suoi aspetti generali e particolari e nelle peculiarità e modalità dello scontro ideologico-politico di questa fase della lotta di classe. Ecco perché a tal fine sarà necessario anche riattivare quel patrimonio di conoscenze teorico-politiche che spesso abbiamo dimenticato, riattivazione che ci permetterà di superare quei limiti e ostacoli di natura teorico-politica che, unitamente al problema della presenza e minoritarismo nella classe, si frappongono a un livello di unità maggiore, quella di un partito comunista.

22/01/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Enzo Gamba

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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