7 Novembre 2017, Cento volte Grazie

La rivoluzione d’Ottobre oggi, a Mosca e nell’ex Leningrado. Ciò che i media non dicono.


7 Novembre 2017, Cento volte Grazie

Uno schiavo che non ha coscienza di essere schiavo e che non fa nulla per liberarsi, è veramente uno schiavo. Ma uno schiavo che ha coscienza di essere schiavo e che lotta per liberarsi già non è più schiavo, ma uomo libero. […] Noi vogliamo raggiungere un nuovo e migliore ordinamento sociale: in questa nuova e migliore forma di società non devono esserci né poveri né ricchi, tutti dovranno lavorare. Non una manciata di ricchi, bensì tutti i lavoratori dovranno poter godere dei frutti del loro lavoro. Le macchine ed altre forme di progresso, devono essere atte a facilitare il lavoro, non ad aiutare una stretta cerchia di benestanti a spese di milioni e milioni di persone. Questa nuova e migliore forma di società si chiama Società Socialista”.

Quest’anno festeggiamo i 100 anni di quella che fu una delle “esplosioni” più influenti del secolo scorso, la Rivoluzione d’Ottobre. Storicamente parlando, infatti, fuori dai suoi confini la Rivoluzione Bolscevica costrinse tutti i protagonisti delle vicende novecentesche a considerare un nuovo “essere”, un nuovo modo di vedere la vita, le cose, la politica. Un nuovo modo di vedere le persone. Nei suoi confini, al contempo, trasformò una società in cui ancora esistevano classi per lo più superate come quella dei servi della gleba, in una società tranquillamente competitrice in arte, architettura, sport, industria, sviluppo, tanto che in una trentina di anni, grazie alla capillare organizzazione delle risorse e degli obiettivi, iniziò a fare concorrenza a quella che è sempre stata ritenuta la prima potenza mondiale, gli USA.

Proprio in occasione di questo storico anniversario, ho deciso di passare la settimana del 7 novembre per le vie delle città che hanno messo in moto questo ingranaggio, ovvero Mosca e San Pietroburgo, ed ho trovato ovunque le tracce della storia, che evidentemente solo storia non è.

Dai più piccoli ai più macroscopici fatti, la Russia è ancora a contatto con ciò che è stata la fortuna, direi io, del Paese: dall’autista del bus che fa da transfer dall’aeroporto al centro della città che, in un perfetto italiano, mi parla dei luoghi e dei simboli che incontriamo nel tragitto e sottolinea, ad esempio, come i quartieri e palazzi d’epoca staliniana siano esteticamente piacevoli e duraturi nel tempo grazie all’altissima qualità dei materiali utilizzati, e che per di più abbiano delle cucine di piccole dimensioni fatte apposta per spingere le donne a non passarci troppo tempo e anzi ad uscire e crearsi una vita ed una carriera che non fosse unicamente quella domestica, come stereotipicamente viene da pensare figurandosi una donna degli anni ‘30 o 040; alla manutenzione del Museo sul Cosmo e sui Cosmonauti, in cui ancora si percepisce l’emozione dell’aver portato il primo uomo nello Spazio, mentre qui da noi siamo stati soffocati da strumentali critiche riguardo alla sfortunata vicenda della cagnolina Laika (compriamo quotidianamente carne al supermercato senza preoccuparci dello stato in cui vengono mantenuti gli animali prima del macello, acquistiamo uova a basso prezzo per non pagare il costo di un allevamento sostenibile, ma mettere un animale al servizio di una delle più brillanti promozioni della storia è sbagliato.); all’Università Statale, un edificio di 240 metri di altezza costruito tra il 1948 e il 1953 su un promontorio -per assicurare aria meno inquinata ai giovani studenti- e che tutt’ora, grazie alle disposizioni date in quegli anni, rimane gratuita per tutti coloro che la frequentano.

Fino ad arrivare alla giornata del 7 novembre. Le comunicazioni ufficiali erano quelle che sono arrivate anche da noi: no festeggiamenti nazionali né voluti dal Presidente e scarso spirito di festa in generale, soprattutto tra la popolazione.

Effettivamente, i festeggiamenti organizzati dal governo non hanno riguardato la Rivoluzione di Ottobre, bensì la marcia dell’Armata Rossa che nel 1941 si dirigeva verso il fronte della Seconda guerra Mondiale. Per quanto riguarda il resto, posso dire con serena lucidità che, anche questa volta, i nostri media hanno lavorato molto bene per essere coerentemente parziali.

La giornata del 7 Novembre ha avuto per tutta la sua durata una luce diversa rispetto agli altri sei giorni di mia permanenza lì. Innanzitutto, il corteo organizzato dal Partito Comunista Russo di Zuganov: un centinaio di delegazioni straniere e molti russi, veterani o giovanissimi, vi hanno partecipato.

Ho sfilato e cantato in italiano mentre i miei vicini lo facevano nella propria lingua, dallo spagnolo, al russo, all’inglese, allo svedese. Ho stretto la mano a vecchi generali ormai attempati che ricordavano la loro fedeltà ad un ideale ancora vivo in loro, ho visto donne cilene prendere sotto braccio sconosciute donne russe, consapevoli del filo rosso che le lega a prescindere dalla quotidiana distanza fisica, ho visto compagni italiani che non incontravo da tempo. Ma ho visto tantissimi giovani di tutte le nazionalità che sembravano ancora più convinti di essere dalla parte giusta della barricata, perché i veterani hanno già visto cosa può succedere, mentre loro/noi lo sognano/sogniamo. Ho visto un nutrito gruppo di giovani studenti in divisa di Marina che sfilavano con striscioni e stringeva la mano ai più anziani, e ho visto che gli innumerevoli poliziotti messi a fare da servizio d’ordine sorridevano complici al passaggio del corteo.

Il 7 Novembre ha avuto una luce diversa rispetto agli altri giorni anche per fatti che esulano dal corteo. Il Conservatorio della Città, ad esempio, ha promosso un ciclo di esibizioni a tema dedicandole alla ricorrenza; nella casa museo del celeberrimo Bulgakov, sono stata invitata a brindare per “la nostra importante festa!”; nella via degli artisti, via Arbat, sono stati organizzati spettacoli che oscillavano tra il ludico circense e la seria lettura di scritti politici; e così via. Non ho visto commemorazioni, ho visto partecipazione attualizzata a qualcosa che è stato ma che è ancora.

Perchè la Rivoluzione d’Ottobre non rappresenta solo la rivoluzione degli sfruttati della Russia del 1917, bensì la rivolta contro tutte le ingiustizie del Mondo. E non appartiene ad un tempo cristallizzato nel passato, ma anzi concerne con quella quotidianità che anche noi, occidentali caratterizzati dalla sensazione di essere fortunati e privilegiati, viviamo: concerne con la possibilità di concepire, oggi, un pensiero indipendente, che non sia unico o calato dall’alto; concerne con le proteste dei nostri studenti per lo sfruttamento che sono costretti a subire con l’istituzione dell’alternanza scuola-lavoro; con chi oggi si sente fortunato ad avere un lavoro e quindi accetta di non avere un contratto che gli assicuri contributi e pensione; concerne con chi la pensione sa che non la vedrà; con chi sta in cassa integrazione e con chi partecipa ai concorsi pubblici pur sapendo di avere poche possibilità di superarli; concerne con le donne, che valutano le quote rosa come salvezza senza pretendere di più; con il concetto delle dimissioni in bianco; con chi vorrebbe studiare ma non può per motivi economici; concerne con chi pensa di lavorare per vivere e invece vive per lavorare.

Concerne con tutti noi perché finché ci sarà un solo sfruttato, di qualsiasi classe e qualsiasi latitudine, nessuno può dirsi libero.

Oggi come ieri, noi come Vladimir Majakovskij, che quando parlava dell’Ottobre diceva:

Aderire o non aderire?
La questione non si pone per me.
È la mia rivoluzione.

18/11/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Elena Loche

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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