Boris Johnson chiude il parlamento ma da noi non fa notizia

L’Inghilterra è da sempre considerata un modello di liberal-democrazia. La sua storia, al contrario, dimostra in realtà il prevalere di tendenze antidemocratiche, manifestatesi con la chiusura del parlamento


Boris Johnson chiude il parlamento ma da noi non fa notizia Credits: https://www.doppiozero.com/materiali/boris-johnson-chiude-il-parlamento

Da sempre gli apologeti della società liberaldemocratica, buon ultimi i fautori del pensiero unico neoliberale, guardano all’Inghilterra come modello. Un modello contrapposto non solo alle società socialiste e comuniste, ma alle stesse tradizioni francese e tedesca più volte egemonizzate da posizioni antiliberali.

Secondo questa oggi dominante narrazione ideologia, la britannica sarebbe addirittura la prima democrazia occidentale, affermatasi quasi trecentocinquanta anni fa e rimasta un modello sino ai giorni nostri. Questa sedicente democrazia sarebbe sorta – a differenza delle violente Rivoluzione francese, russa, cinese e cubana (che non a caso avrebbero portato a Stati totalitari) – mediante una rivoluzione pacifica, la cosiddetta Glorious revolution.

Già qui, però, questa narrazione dimostra i suoi limiti. Come è noto le rivoluzioni sono state quasi sempre necessariamente violente in quanto, come osservava già Hegel, la classe dominante non accetterà mai sulla base di un confronto razionale di rinunciare ai propri privilegi. Nel caso della cosiddetta Seconda rivoluzione inglese non c’è stato bisogno di violenza perché la classe dominante, aristocratica, proprio per non perdere i propri privilegi, ha preferito abbandonare il re e il suo progetto distopico e anacronistico di imporre un regime assolutista. L’aristocrazia – che in passato si era sempre battuta contro tale forma di governo, in quanto limitava i suoi antichi privilegi – aveva finito con il difenderla per non dover spartire il potere con l’ascendente classe borghese, allora su posizioni rivoluzionarie, tanto da essere persino capace di mobilitare in suo favore le masse popolari. In questo modo, pochi decenni prima della Glorious revolution l’aristocrazia, sconfitta nel corso della Prima rivoluzione inglese – per altro decisamente violenta – aveva dovuto rinunciare a gran parte dei propri secolari privilegi. Anche perché l’alta e media borghesia, mobilitando anche la piccola borghesia e i lavoratori manuali, avevano finito per suscitare i fantasmi della democrazia e del comunismo.

Proprio per evitare che tali fantasmi tornassero a turbare i sonni dei possidenti, la componente meno retrograda e gattopardesca dell’aristocrazia aveva finito con accordarsi segretamente con la parte più ricca e moderata della borghesia liberale, affinché la temuta rivoluzione si trasformasse in una sostanzialmente pacifica congiura, che avrebbe sostituito il vecchio re con il marito di sua figlia, disponibile – pur di salire al trono – a dividere il proprio potere con l’aristocrazia conservatrice e l’alta borghesia liberale. Si afferma così una forma di governo, che pur con tutta una serie di cambiamenti quantitativi, non ha mai più subito una trasformazione qualitativa. Per cui capo dello Stato è rimasto formalmente il monarca, anche se via via il suo potere è rimasto più formale che reale, dal momento che il potere esecutivo è passato gradualmente nelle mani del del primo ministro, capo del partito vincitore delle elezioni in cui da sempre si confrontano essenzialmente due partiti, i Tory (conservatori e reazionari) e prima i liberali, poi essenzialmente i laburisti su posizioni progressiste o sedicenti tali.

A proposito di prima democrazia occidentale, questo sistema era sorto proprio in funzione antidemocratica, in quanto escludeva dagli stessi diritti politici le donne, i lavoratori e gli stranieri, fra cui il popolo irlandese destinato, almeno in parte, a rimanere sino ai nostri giorni sotto il dominio colonialista e poi imperialista britannico. Per altro l’Inghilterra al tempo aveva il pieno controllo del traffico più fiorente, quello degli schiavi, strappato a spagnoli e olandesi. Inoltre l’Inghilterra sarebbe presto divenuta la prima e più grande potenza colonialista e poi imperialista del mondo. Per altro tutti questi aspetti decisamente antidemocratici della società inglese erano ampiamente giustificati sul piano ideologico e filosofico dai padri nobili del liberalismo, a cominciare da John Locke, come ha ampiamente dimostrato Domenico Losurdo.

Un’altra leggenda degli apologeti della liberal-democrazia, che dura fino ai giorni nostri, è che la britannica sarebbe la prima e più illustre monarchia costituzionale. Al contrario nel Regno unito, proprio perché l’ultima rivoluzione vi è stata nel seicento, a differenza di praticamente tutti gli stati europei e della maggioranza degli stati mondiali non c’è ancora oggi una costituzione. Anche da questo punto di vista domina ancora la forma più antica e conservatrice, per non dire reazionaria, di giurisprudenza: il diritto consuetudinario.

Per altro, proprio un celebre e celebrato intellettuale inglese sarà il più importante critico in senso reazionario della Rivoluzione francese, sin dalla sua prima fase più moderata e liberale. Fra gli elementi più criticati da E. Burke, e da tutti i successivi critici reazionari che a lui in un modo o nell’altro si richiamano, è proprio l’aver introdotto una costituzione. Del resto l’avversione anche dei liberali inglesi per la costituzione era particolarmente radicale in quanto la prima costituzione moderna era nata proprio con la Rivoluzione americana, che era stata anche la prima grande lotta di indipendenza nazionale contro il colonialismo, nel caso specifico – naturalmente – britannico.

Si potrebbe obiettare che tutto ciò riguarda un lontano passato che non ha più nulla a che fare con l’attuale liberal-democrazia britannica. In realtà, gli stessi padri nobili del neoliberalismo, ideologia oggi a tal punto dominante da essere definita pensiero unico, si richiamano proprio a questa originaria forma di società liberale, sostenuta ideologicamente dai padri del pensiero liberale. In effetti, a ragione, i più significativi pensatori neoliberali a partire da von Hayek giudicano criticamente le contemporanee liberaldemocrazie proprio perché avrebbero finito per scendere a patti, dopo secolari lotte, con le concezioni democratiche e marxiste.

Si potrebbe obiettare che una cosa è la teoria altra la prassi. Anche su questo, però, ci sarebbe da ridire. Certo, il Regno unito ha dovuto – dopo un secolo di lotte anticoloniali (appoggiate proprio dalla costantemente demonizzata visione del mondo marxista) – rinunciare a buona parte del suo impero. Ma ancora pochi anni fa, quando i fino a poco tempo prima sostenuti generali golpisti argentini, per mantenere il potere lanciarono demagogicamente il progetto della liberazione delle isole Maldive – ancora sotto il dominio coloniale inglese – la Gran Bretagna non solo non ha esitato a dichiarare guerra all’Argentina, ma ha minacciato, per bocca dell’allora premier, l’utilizzo della bomba atomica per costringere gli argentini alla resa. Per non parlare dell’occupazione che continua da cinque secoli dell’Irlanda del nord.

Per altro, a livello politico l’affermazione del modello neoliberale, oggi divenuto dominante sul piano internazionale, non a caso prima ancora che negli Stati Uniti si è affermato proprio in Gran Bretagna. Paese che, per altro, caso più unico che raro, è ancora dominata politicamente dai Tory, vecchio partito aristocratico ultra conservatore e, sotto diversi aspetti, decisamente reazionario. Nonostante che i Tory siano da sempre accesi antidemocratici, tanto da essere stati grandi estimatori del modello fascista, impostosi in Italia e a lungo collaborazionisti persino con la Germania hitleriana.

Per altro ancora oggi i britannici sono governati da un premier degno erede di questa tradizione aristocratica e antidemocratica. Un primo ministro, non a caso strettissimo alleato di Trump, capace di mettere i piedi sul tavolo durante un incontro ufficiale con il presidente francese che lo aveva invitato. Al di là di questi atteggiamenti decisamente incivili, l’attuale premier ha portato a termine un vero colpo di Stato istituzionale, ovvero senza violare formalmente le leggi (del resto anche i regimi totalitari di Mussolini e Hitler avevano seguito questo iter). In un momento decisivo nel dibattito politico inglese, sebbene alla guida di un governo decisamente minoritario nel paese – con una decisa opposizione all’interno del suo stesso partito per le sue posizioni reazionarie oltranziste – Johnson è arrivato a far chiudere il parlamento fino a metà ottobre, per impedirgli di poter dibattere una questione essenziale come l’uscita e le modalità di uscita del paese dall’Unione europea.

Si tratta di una decisione politica di una gravità estrema, non solo perché introduce un rischiosissimo precedente – al punto che persino i giornali conservatori inglesi la hanno duramente denunciata (come il “Financial Times”, il principale giornale economico-finanziario del Regno Unito, che ha titolato “Johnson bombarda la costituzione”) – ma in quanto è in linea con le posizioni neoliberiste, oggi sempre più egemoni. Non a caso i padri fondatori del neoliberismo come von Mises e von Hayek (non a caso entrambi provenienti da famiglie aristocratiche) non hanno mai nascosto la loro avversione per la democrazia e lo stesso suffragio universale, ma sono arrivati a sostenere come preferibile la dittatura militare del generale Pinochet al governo democraticamente eletto di Salvador Allende. Posizioni sostanzialmente avvallate dall’allora premier inglese M. Thatcher e, nei fatti, dal governo statunitense, che ha avuto un ruolo decisivo nel golpe e poi ha sostenuto e utilizzato in funzione anticomunista i regimi dittatoriali militari di destra dell’America Latina.

Particolarmente gravi e preoccupanti sono state le reazioni in Italia a questo gravissimo precedente volto a impedire al parlamento di avere voce in capitolo su un passaggio decisivo, in questo momento storico, per il paese. I mezzi di comunicazione e i politicanti di professione italiani hanno fatto di tutto per non dare rilievo, minimizzare la notizia e nei fatti normalizzare l’evento, attaccandosi, da veri azzeccagarbugli, al fatto che formalmente Johnson non avrebbe infranto le leggi (e ci mancherebbe che lo avesse fatto, in quel caso saremo a tutti gli effetti dinanzi a un colpo di Stato).

Così ad esempio il Tg3, il primo telegiornale a poter dare la notizia, ha dedicato a questo gravissimo fatto un breve servizio a metà telegiornale, dopo essersi infinitamente dilungata sugli ultimissimi eventi particolari della crisi di governo italiano. Per altro sfruttando, paradossalmente, la situazione per rilanciare la narrazione apologetica del regime politico inglese, come culla del parlamentarismo europeo.

Silenzio completo da parte dei politicanti italiani, tutti impegnati a dire la propria sul surreale dibattito parlamentare italiano, unicamente centrato sulle diverse esigenze di difendere la propria poltrona e la propria porzione di potere, più apparente che reale, visto che in modo sempre più sfacciato le decisioni di fondo sono prese dai poteri forti nazionali e internazionali. L’unico a non poter fare a meno di pronunciarsi è stato David Sassoli, costretto a intervenire in quanto neoeletto presidente del Parlamento europeo. Il parlamentare democratico, che avrebbe avuto mille e più motivi per denunciare la gravissima posizione assunta dal premier inglese e finalizzata alla rottura più drastica con l’Unione europea, ha assunto una posizione di bassissimo profilo, limitandosi a sostenere che sarebbe preferibile non chiudere i parlamenti, in quanto importanti luoghi di confronto.

Altrettanto grave la minimizzazione della notizia da parte dell’unico quotidiano che si definisce comunista in Italia e che di fatto è rimasto l’unico giornale di sinistra. La notizia, incredibilmente, non trova spazio in prima pagina e viene liquidata sbrigativamente a metà giornale, dopo aver sprecato tutte le pagine precedenti nella cronaca delle chiacchiere dei politicanti riguardanti questa farsesca crisi di governo o a sostenere la linea, ormai tradizionale del giornale, di baciare qualsiasi rospo pur di avere un “governo amico” (del lupo). Particolarmente paradossale l’articolo di commento affidato al più significativo costituzionalista intitolato: “Da Londra un oltraggio alla Costituzione senza precedenti”. Titolo quanto mai mistificante, perché definisce un attacco alla costituzione, una gravissima violazione delle prerogative del parlamento resa possibile dal fatto che il sistema politico ultra conservatore liberale inglese non solo non si è mai dotato di una costituzione, ma non vi è stata neanche un minimo di mobilitazione, politica, sociale o culturale che sfrutti questa gravissima situazione per chiedere, finalmente, di superare questa assurda e anacronistica posizione antidemocratica e gravemente limitativa, come si è visto nei fatti, della stessa sovranità popolare, per quanto formale nei regimi borghesi. Ancora più assurdo è la difesa a spada tratta della discutibilissima posizione della regina che – con un’attitudine pilatesca, per non dire da “Sciaboletta” [soprannome di Vittorio Emanuele III] – ha offerto la possibilità al premier di condurre in porto questo colpo di Stato istituzionale. L’articolista de “Il manifesto” giudica addirittura assurda la richiesta del leader laburista di non firmare la pericolosissima proposta del premier. Anche in questo caso, nessuno o quasi, sia in Italia che in Inghilterra, ha sfruttato questa favorevole occasione per mettere in discussione questo assurdo e costosissimo anacronismo di un istituto monarchico, per altro neppure limitato da una costituzione.

07/09/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: https://www.doppiozero.com/materiali/boris-johnson-chiude-il-parlamento

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L'Autore

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