Cosa succederà in Cile? È veramente finito il pinochetismo?

La vittoria dei cosiddetti indipendenti in Cile pone delle questioni: chi sono e come si muoveranno?


Cosa succederà in Cile? È veramente finito il pinochetismo?

Il 15 e 16 maggio passato si è svolta in Cile una votazione cruciale: si trattava di eleggere sindaci, consiglieri, governatori regionali – per la prima volta scelti dalla cittadinanza – e soprattutto i delegati destinati a comporre la Convenzione costituzionale incaricata di scrivere la Costituzione democratica cilena. 

Una richiesta fatta a gran voce sin dai primi giorni nelle proteste esplose a partire dal 18 ottobre 2019, poiché negli articoli della Costituzione tuttora vigente, emanata dal regime militare di Pinochet nel 1980, stanno i fondamenti del modello neoliberista sperimentato e applicato in Cile da oltre trent’anni, che ha provocato tanti disastri, come la privatizzazione dell’acqua. Come vedremo più avanti la richiesta della base era l’Assemblea costituente e non la Convenzione costituzionale; una differenza di non poco conto.

Purtroppo si è registrata un’alta astensione (circa il 43% degli aventi diritto ha votato) a causa del ripudio da parte della popolazione dei partiti del regime, e non sono stati superati i 7 milioni e mezzo di votanti che hanno partecipato invece al plebiscito del 2020, altra sonora sconfitta di Piñera e dei suoi sodali. Ricordo che il 25 ottobre 2020 si è celebrato in Cile un referendum, con il quale si invitava la popolazione a esprimersi sulla possibilità di avviare un processo costituente, di cui venivano fissate le regole. Questa decisione è scaturita dall’accordo tra i più importanti partiti cileni, con l’esclusione del Pcch, menzionato come l’Accuerdo per la Paz y la Nueva Constitucion, ed è stato interpretato come un modo di salvare Piñera; fatto cui avrebbe contribuito lo stesso Pcch che non avrebbe intensificato le proteste bloccando sostanzialmente le manifestazioni della Cut (Central Unitaria de los Trabajadores), principale sindacato. 

L’Accordo, una sorta di tradimento definito in Cile il frutto della cocina parlamentaria in cui oficialismo e opposizione si sono amalgamati, è stato duramente criticato dalle organizzazioni di base, dai lavoratori e dai giovani che in quel momento occupavano ogni giorno le piazze.

Dopo mesi di proteste, che continuano per ottenere la libertà dei 600 prigionieri politici, è assai probabile che molti di quelli che hanno partecipato al plebiscito, successivamente non abbiano votato perché hanno capito che non avrebbero mai eletto una vera Assemblea costituente a causa delle trampas poste dalla casta politica: per esempio, l’obbligo di mettere insieme due terzi di consensi per approvare qualsiasi mozione, o il divieto di mettere in discussione i trattati internazionali e i requisiti che hanno reso difficile la presentazione delle candidature indipendenti.

Aspetti rilevantissimi perché se non si toccano i rapporti di potere, i controlli delle multinazionali (per esempio la gestione delle risorse minerarie come il rame), i poteri dell’apparato repressivo, che ha provocato molte vittime, la struttura istituzionale etc., la nuova Costituzione non cambierebbe nulla e il Cile resterebbe un paese a sovranità limitata, povero e disuguale.

Fatta questa premessa, a mio parere indispensabile, mi propongo di esaminare chi sono i vincitori di queste ultime lezioni, evitando quei toni trionfalistici che nelle analisi politiche sono sempre distorcenti. 

Dati i risultati elettorali, la Nuova Costituzione non sarà scritta da quelli che hanno governato per 30 anni, applicando il testo costituzionale lasciato in eredità dal generale Augusto Pinochet. La destra (Chile Vamos) è stata finalmente sconfitta: non ottiene un terzo della Convenzione e quindi non sarà in grado di opporre veti alle misure prese contro il potere economico e politico. Anche nelle elezioni della carica di governatore, che si votava per la prima volta in Cile, la destra è andata male, vincendo solo in due regioni.

I trionfatori sono stati gli Indipendenti, un conglomerato eterogeneo, nel quale spiccano giudici critici, scrittori, giornalisti, attivisti sociali, giovani, la tía Pikachu (Giovanna Grandon che per 15 anni ha lavorato come educatrice di bambini e che ha avuto un ruolo centrale nelle manifestazioni di Plaza de la Dignidad). Gli Indipendenti hanno ottenuto il 64% degli scranni (88), sommando gli eletti nelle liste cittadine a quelli eletti invece nelle quote spettanti ai partiti. Ci sono poi 17 seggi spettanti ai rappresentanti dei popoli indigeni, tra i quali si distinguono i combattivi mapuche.

La lista Apruebo Dignidad, formata dal Frente Amplio, altro insieme eterogeneo [1], e dal Pcch, costituisce oggi la seconda forza politica del Cile, superando la Concertación ora Nueva Mayoria, coalizione di centro-sinistra, che ha formato i governi “democratici” in carica dopo la fine della dittatura. Questi due gruppi hanno più forza della destra, ma non potranno non tenere conto delle strategie ancora non del tutto chiare degli Indipendenti, sulle quali mi soffermerò. Infine, il Partido de lo Trabajadores revolucionarios, di ispirazione trotskista, ha raccolto per la Convenzione circa 52.000 voti considerati un successo, realizzatosi soprattutto nella regione mineraria di Antofagasta.

Come valutare in particolare la vittoria degli Indipendenti, che preoccupa molto l’oficialismo e le élite a esso associate? Come si ricava dal giornale conservatore El pais, le classi popolari in Chile hanno una scarsissima fiducia nelle istituzioni tradizionali: solo il 2% della popolazione crede nei partiti, il 6% nel Congresso, il 9% nel governo, il 12% nei tribunali, bassa è poi la fiducia nella Chiesa cattolica, nei Carabinieri e nelle Forze Armate.

Non si tratta certo di un fenomeno esclusivamente cileno, giacché da decenni la democrazia borghese, nonostante le sue lusinghe ideologiche, è ovunque impantanata in una gravissima crisi, che la pandemia ha solo disvelato nella sua crudezza, mostrando che essa accresce la povertà, le disuguaglianze e non garantisce un’autentica libertà. D’altra parte, le parole dell’ipocrita Piñera, che riconosceva la mancanza di sintonia tra il governo e il popolo, hanno messo in evidenza questo fatto di per sé lampante date le brutali azioni repressive condotte dalla polizia e dai Carabinieri contro i manifestanti, dei quali – come si è detto, circa 600 sono stati imprigionati.

Dicevo che gli Indipendenti costituiscono un conglomerato eterogeneo, nel quale spicca la Lista por el pueblo (27 seggi), che ha nel suo seno molti personaggi sconosciuti i quali si definiscono lottatori per la dignità e la giustizia e sembrano essere i più radicali. Il loro programma può essere riassunto in poche parole: vogliamo un Cile che rispetti l’uguaglianza di genere, che sia plurinazionale e degno, padrone delle sue risorse da impiegare per il suo popolo. Accanto ai radicali vi sono, tuttavia, i moderati (Independientes no neutrales, 11 seggi), i quali potrebbero patteggiare con le forze di centro-sinistra. In ogni caso, la figura dell’indipendente, sganciato da un partito, viene ritenuta preoccupante perché fuori controllo in tutte le direzioni (ossia a destra e a sinistra). Se questo fosse il malaugurato caso ci ritroveremo con movimenti indefiniti politicamente e mutevoli, assai simili a Podemos e ai M5Stelle, che si sono limitati a esprimere il malcontento verso la “casta” per poi ingoiare tutto e il contrario di tutto. 

Concludendo, in particolare il programma della Lista por el pueblo non sembra poi così radicale dato che, partendo da un vigoroso attacco ai partiti, si propone di riconquistare i diritti sociali nel contesto di una corretta convivenza tra Stato e mercato, senza tenere conto che i reali poteri economici, l’apparato repressivo, le principali istituzioni stanno tutte nelle mani degli eredi di Pinochet. Se la mobilitazione continua, la speranza di una vera svolta può essere coltivata.

 

Note:

[1] Dopo la firma dell’Acuerdo por la paz, il Frente Amplio ha subito significative secessioni, perdendo l’appoggio dei verdi, del Partido Humanista etc.

04/06/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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