Crisi militare in Brasile

Dietro alle recenti dimissioni dei tre più alti vertici delle forze armate brasiliane, si sta consumando una spaccatura profonda tra chi sostiene il presidente Bolsonaro e chi vorrebbe svincolarsene, con risvolti tutt’altro che prevedibili.


Crisi militare in Brasile

Mentre il Brasile si trova immerso in una quotidiana conta dei morti per Covid-19 (già superata la soglia dei i 4mila decessi giornalieri e ci si appresta secondo le previsioni a raggiungere in breve tempo quota 5mila), la settimana scorsa un evento molto importante ha scosso il più grande paese sudamericano: le dimissioni in contemporanea di ben tre membri dell’alto comando delle forze armate. A scatenare la crisi pare abbia avuto un ruolo fondamentale l’annullamento da parte di un giudice della Corte suprema brasiliana, Edson Fachin, di tutte le condanne inflitte all’ex presidente Luiz Inacio Lula da Silva dal pool di magistrati di Curitiba, titolari dell’inchiesta Lava Jato, la Tangentopoli brasiliana. Secondo un sondaggio condotto questa settimana, proprio l’ex presidente, in corsa per le presidenziali del 2022, si è attestato per la prima volta sopra a Bolsonaro nelle intenzioni di voto. 

La sentenza della Corte suprema ha esacerbato le tensioni politiche presenti dentro e fuori il governo, ma è stato soprattutto Bolsonaro a volere le dimissioni dei vertici dell’esercito, incluso il comandante in capo, Edson Leal Pujol, e riuscendovi solo dopo aver costretto alle dimissioni l’ormai ex ministro della Difesa Azevedo, sostituendolo con Walter Braga Netto e mettendo come nuovo capo di Stato maggiore dell’esercito il generale Paulo Sergio Nogueira de Oliveira per evitare l’aggravarsi della crisi. Insieme a Puyol si sono dimessi anche Ilques Barbosa, capo della marina e Antonio Carlos Bermudez, capo dell’aeronautica. L’obiettivo di Bolsonaro di riguadagnare posizioni dopo esser stato obbligato a scaricare l’ormai ex ministro degli Esteri Araujo è però naufragato. La sua volontà era infatti che gli (ormai) ex generali si esprimessero contro Lula, sulla scia di quanto fatto nel 2018 da Villas Boas. Al contrario, le tre alte cariche militari hanno rivendicato le loro dimissioni come atto a difesa dell’esercito da interferenze politiche. Contrariamente a quanto sostenuto da molti commentatori, sembra poco plausibile che i tre nuovi vertici siano allineati al presidente Bolsonaro, essendo stati scelti proprio da un militare così come era l’ex ministro della Difesa Azevedo.

In questa situazione, Bolsonaro ha cercato di aumentare la sua influenza sugli ufficiali di basso rango e tra i poliziotti militari per ottenere un cambio di strategia da parte dell’alto comando. Ma l’insuccesso di questa manovra ha condotto a un consolidamento delle posizioni dei militari ostili a Bolsonaro all’interno del governo, che ora tentano di svincolarsi dalla disastrosa politica sanitaria messa in atto dall’esecutivo [1] di cui fino a pochi giorni fa, sono stati complici, tentando disperatamente di ottenere sul mercato più vaccini per aumentare il ritmo del piano vaccinale e scongiurare l’aumento di tensioni sociali visto il collasso del sistema sanitario e quello probabile delle agenzie funebri. L’esplosione di rivolte sociali permetterebbero l’intervento “emergenziale” delle forze armate, una volta esonerato Bolsonaro dal suo incarico tramite un processo di impeachment. Ma questa è l’ipotesi che parte delle forze armate è intenzionata a tutti i costi a evitare per non arrivare a una rottura definitiva tra i pro e i contro Bolsonaro ai vertici dell’esercito.

È un elemento ricorrente nella storia del paese che le forze armate agiscano per evitare una frattura interna, dato che la loro unità è precondizione per poter mantenere l’attuale ordine sociale. L’alto comando sta dunque lavorando nella direzione che emerga la necessità di un suo intervento nel caso la situazione esploda e al tempo stesso cerca di mostrare come un appoggio dell’alto comando a un’avventura golpista di Bolsonaro risulterebbe in un bagno di sangue.

Nonostante ciò, si sono registrate varie dichiarazioni da parte di generali allineati con il bolsonarismo, volte a condannare l’annullamento della condanna di Lula e a richiedere un intervento militare contro il supremo tribunale federale in difesa del paese. Viceversa, il generale di divisione Carlos Alberto dos Santos Cruz, militare che ha fatto parte del governo prima di esserne allontanato, ha invitato le forze armate a non far precipitare le cose, visto che il processo contro Lula non è ancora concluso, ad aspettarne l’esito per prendere una decisione. Come si vede, la differenza non è se intervenire o meno, ma semplicemente quando e come farlo, evitando di bruciare delle tappe. Tale crisi nella cupola militare sembra dimostrare il ruolo preventivo di repressione dei conflitti dei militari nel paese, e smaschera chi, tra i democratici, ritiene i militari come un’organizzazione subordinata al governo di turno.

In tutto ciò, l’opposizione di sinistra sembra avere come unico obiettivo quello di lavorare in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno, scommettendo unicamente nel “tanto peggio, tanto meglio”, che gli permetterebbe, secondo i loro calcoli elettoralistici, di vincere facilmente al secondo turno contro un indebolito Bolsonaro e ignorando totalmente il ruolo dell’esercito nella situazione politica del paese.

 

Note:

[1] Viceversa l’esercito ha adottato un rigido protocollo sanitario, fatto di distanziamento, mascherine e nessun evento che possa creare assembramenti.

09/04/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Matteo Bifone

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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