In Cile la partita è ancora aperta

Nonostante il blocco dovuto alla pandemia cresce in Cile la protesta contro il governo. E viene incassato qualche risultato. Ma la partita decisiva sarà il referendum sulla costituzione. Ne parliamo con Mauro Santoro.


In Cile la partita è ancora aperta Credits: https://live.staticflickr.com/7310/11840566743_77735209a9_b.jpg

Mauro Santoro, di origine italiana, è nostro collaboratore dal Cile e ha scritto per il nostro giornale, con lo pseudonimo di Peso Cileno, diversi servizi sulle lotte in corso nel suo paese per ottenere una nuova Costituzione che soppianti quella attuale di impronta pinochista.

D. La prima domanda d’obbligo è a che punto sono queste lotte. Hanno dovuto segnare il passo per la pandemia? E, in tal caso, in che misura questo rallentamento può comprometterne il successo?

R. Inevitabilmente lo stop di ogni attività sociale ha inciso anche nelle lotte in corso. Basti pensare che il referendum sulla Costituzione, ottenuto dopo grandi mobilitazioni, che era stato indetto per aprile scorso, è slittato a ottobre e vi sono ancora incertezze sulla possibilità di tenerlo. Il tracollo economico che è seguito alla chiusura di molte attività ha accentuato le difficoltà delle classi popolari. La repressione della polizia alle poche manifestazioni spontanee è stata, come al solito, brutale. Tuttavia la determinazione del fronte di lotta e la voglia di cambiamento restano notevoli e non pare abbiano intaccato le possibilità di successo.

D. Venendo all’attualità, pochi giorni fa il Parlamento cileno ha approvato la possibilità di ritirare il 10% dei fondi risparmiati dai lavoratori e dalle famiglie nei fondi pensione, le famigerate Amministratori Fondi Pensione (Afp). Questa forma di risparmio forzoso consente ai grandi gruppi privati di raccogliere e canalizzare il risparmio dei lavoratori, con esclusione ovviamente degli appartenenti alle forze armate e della polizia, senza farli partecipare agli utili. Uno degli abusi più sfacciati della dittatura di Pinochet che, ricordiamolo, è stata l’apripista nel mondo delle politiche liberiste. Qual’è stato il livello di attenzione e di mobilitazione sul tema?

R. I fondi sono a capitalizzazione individuale, quindi siamo di fronte a un sistema ingiusto e non solidale, come invece era il sistema pensionistico dalle vostre parti prima che una serie di riforme anche da voi abbiano smantellato il metodo retributivo.

La rivendicazione di poter ritirare in parte quelle somme è servita a rilanciare le lotte in contemporanea con l’avvio della fase 2 dell’emergenza. La spinta popolare si è manifestata anche dai balconi.

D. Questo parziale successo può costituire un passo avanti per conquistare una sistema previdenziale pubblico e solidale e dare una spallata al governo o siamo di fronte a una concessione volta a spegnere la rabbia popolare e a ridurre e assorbire il conflitto sociale?

R. Entrambe le possibilità sono reali e concrete. Molto dipende dalle capacità del movimento. È importante che non si adagi su questo successo parziale, lo consideri invece come un piccolo passo avanti e sfrutti la vittoria per dare più slancio alle lotte.

L’economia cilena è basata ampiamente sul debito privato e alle imprese fa comodo che il cileno possa ritirare del soldi – a prestito o accantonati – per spendere. Quindi l’interesse per questa concessione è stato non solo dei lavoratori. Ha goduto di una certo appoggio anche in settori della destra, però ha generato divisioni nel governo e nei consigli d’amministrazione.

Va bene incassare questa vittoria se c’è un cambiamento ideologico, se riusciamo ad affermare politiche economiche alternative al liberismo.

D. A proposito dei consigli d’amministrazione dei fondi pensione, molti esponenti del centrosinistra vi siedono e ne sono stati a lungo strenui difensori. Oggi hanno votato a favore del provvedimento. Pensi che questa contraddizione possa aprire spazi per una nuova collocazione del centrosinistra o si tratta solo di una manovra trasformistica per galleggiare di fronte alla rabbia popolare?

R. Che ci sia del trasformismo è innegabile, ma anche settori di estrema destra hanno votato a favore, altrimenti non ci sarebbe stata la maggioranza necessaria per varare il provvedimento. Il centrosinistra, durante il suo governo non ha cambiato niente delle politiche economiche e istituzionali. Questo è vero. Aggiungo che se oggi ha fatto una scelta diversa è perché la pressione popolare ha dato i suoi frutti e socialisti e democristiani non avevano altra scelta. Però il mutato atteggiamento è un buon segnale perché abbiamo bisogno di loro. Se non si forma una maggioranza alternativa alle destre non si può sperare in nessun cambiamento. È ovvio che sono in campo molte incognite, che vanno affrontate con il lavoro politico e culturale.

D. Nonostante la crisi sanitaria, sociale ed economica, i licenziamenti e un pesante bilancio delle vittime, le uniche misure prese dal governo sono state scatole di cibo, prestiti bancari e buoni da 550 euro. Però solo per lavoratori con contratto e reddito formale da lavoro, almeno così mi pare. Di fronte alla realtà sempre più rilevante di lavoro al nero quali dovrebbero essere, secondo te, le rivendicazioni da sostenere?

R. La situazione è molto più grave di come l’hai descritta. Per esempio i vari bonus sono del tutto insufficienti in quanto “una tantum” e i criteri di assegnazione sono così stringenti che una grandissima fetta di coloro che ne avrebbero bisogno ne rimane esclusa. Le imprese hanno il diritto di non retribuire per mesi i propri dipendenti senza licenziarli (si chiama ipocritamente Ley de protección al empleo, legge sulla tutela dell’occupazione), e nessun provvedimento aiuta le vittime di queste decisioni. I pacchi di cibo arrivano a pochi. I diritti umani non vengono assicurati.

La Banca centrale ha abbassato i tassi di interesse e, come avviene un po’ dappertutto, favorisce la disponibilità di liquidità. Ma ma anche da noi questi soldi faticano a scivolare nell’economia reale e in larga misura vengono rastrellati dalla speculazione finanziaria.

Il nostro partito, il Pcch, chiede una politica economica che generi posti di lavoro in maniera diretta anziché dare soldi alle aziende. E parallelamente chiede che lo Stato si faccia carico del sistema sanitario. Le due cose vanno a braccetto, perché le spese sanitarie sono proibitive e riducono la capacità di spesa dei lavoratori.

Altra rivendicazione del partito è la difesa dall’aggressione del capitale straniero. Esiste infatti una bolla di questo capitale che potrebbe scoppiare. In sostanza è necessario riconvertire il modello; non limitarsi al sostegno al reddito ma investire per un’economia più stabile.

D. Qual è il livello attuale dei consensi al governo Piñera e può il provvedimento modificare sostanzialmente questo consenso? In quale direzione?

R. Faccio una premessa. L’istituto che effettua i sondaggi è commissariato dal governo e quindi i dati ufficiali potrebbero non essere attendibili. Comunque da ottobre 2019 i consensi verso il governo sono scesi al 10 per cento. La sua estrema impopolarità, quindi è fuori discussione. Il governo è anche molto diviso al suo interno e ha dovuto effettuare dei rimpasti. Sussistono in settori governativi anche alcune pericolose spinte verso una sterzata autoritaria.

La questione centrale rimane la costituzione. Ma per ottenere cambiamenti significativi ci vuole una maggioranza mentre la disillusione popolare è notevole. Il popolo ha percepito i tradimenti della classe politica ed è molto forte il sentimento di antipolitica. Per questo gli eletti dovrebbero essere più vicini ai problemi della popolazione.

D. I consensi verso il tuo partito, il Pcch, stanno crescendo? È in grado questo partito di esercitare una certa egemonia sul movimento?

R. Purtroppo il partito non è egemone. I suoi consensi erano intorno al 5% ed è difficile dire se sono in crescita o meno. La sensazione è che l’egemonia la eserciti l’antipolitica fatta di sospetto verso i parlamentari.

Però siamo molto presenti dal punto di vista culturale, delle idee, e ciò costituisce un vantaggio. Noi proviamo a inserirci in un movimento eterogeneo senza tentare di impadronircene. Cerchiamo di guadagnare terreno a poco a poco. Il fronte parlamentare non è il più importante. Contano molto le idee che mettiamo in campo.

D. Quali spazi si aprono per consolidare e unificare fronte di lotta e quale ruolo stanno svolgendo i comunisti al suo interno?

R. Certo, gli spazi ci sono già da ottobre e noi lavoriamo con molta convinzione in questa direzione. Le masse non vogliono bandiere di partiti politici ma noi siamo presenti come associazioni culturali, sociali ecc. E avere ottenuto il referendum è esso stesso un successo per il quale ci siamo battuti tenacemente. L’unità la stiamo raggiungendo negli obiettivi e per questi obiettivi noi diamo un supporto senza pretendere di impadronirci del movimento. Ci sono speranze di successo, ma occorre tenere presente che le destre hanno in mano i principali mezzi di comunicazione e possono lavorare sul qualunquismo.

Il nostro è un lavoro di lunga lena perché ci sono stati 15 anni di dittatura feroce e poi altri 20 anni in cui è cambiato pochissimo. È un lavoro ideologico, da compiere giorno per giorno, anche attraverso gli strumenti telematici, le organizzazioni di quartiere ecc. L’antipolitica al momento prevale, ma si sta cercando di uscirne.

09/08/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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