Il Cile non molla

Nonostante la repressione ed il muro di gomma delle istituzioni e dei media mainstream, in Cile la lotta continua. Tutti i giorni, senza sosta, e con rinnovata determinazione.


Il Cile non molla

In Cile siamo ormai all’ottava settimana di lotta, dall’inizio del cosiddetto “scoppio sociale” del 18 di ottobre. Tra i manifestanti, a volte, si percepisce un certo grado di frustrazione. Infatti, nonostante una rivolta popolare senza precedenti, che ha resistito per un tempo record alla repressione fatta di lacrimogeni, morti, feriti agli occhi, torture, violenze sessuali – ma anche di ricatti mediatici ed economici – poco o nulla (bonus ed elemosine varie a parte) è stato ottenuto dai manifestanti o concesso dal potere costituito.

Il livello di approvazione di Piñera è precipitato al di sotto del 9%. Sulla sua testa pendono tra l’altro il processo di “accusa costituzionale” (simile ad un impeachment), e le denunce molto esplicite di autorevoli organizzazioni indipendenti come l’Istituto Nazionale per i Diritti Umani cileno (INDH), Amnesty International o Human Rights Watch. Con tali precedenti stupisce non poco che il presidente cileno, sottoposto ad una pressione così elevata, continui in carica.

In realtà, è evidente come Piñera non rappresenti solo sé stesso o i suoi personali interessi economici. Una tale ostinazione, ed un simile appoggio da parte dei media, mostrano chiaramente come ci siano in ballo interessi di classe nazionali ed internazionali da parte di grandi imprese che non possono permettersi di perdere investimenti e profitti in Cile. Innanzitutto, i sistemi di sanità, istruzione e pensionistico privati, oltre al vero e proprio saccheggio di materie prime di cui il paese è ricco, generano dei guadagni tali che sarebbe impossibile accedere alle legittime richieste della popolazione di un cambio di modello senza rinunciare ad una grossa fetta del potere e dei privilegi acquisiti nel tempo. Ma non bisogna neanche dimenticare come questo sperduto angolo di mondo sia un simbolo – un vero e proprio “laboratorio” del liberismo moderno – e che ammettere un fallimento qui implicherebbe riconoscere anche, come immediata conseguenza, la debacle di un intero sistema economico, vetusto, insostenibile, irrazionale ed antiscientifico che ha generato e continua ad essere responsabile di povertà diffusa e di milioni di morti, tanto ad ovest delle Ande quanto in tutto il resto del mondo.

Per cui è più che lecito pensare che, tra le forze che remano contro, ci siano anche quelle che non vogliono rinunciare ad una enorme fetta di mercato potenziale, quella relativa ad altri paesi – soprattutto europei – dove lo stato sociale viene gradualmente smantellato a colpi di leggi, trattati e di “emergenze” vere o presunte.

Gli interessi in ballo, insomma, sono elevatissimi. Ciò spiega sia il “muro di gomma” dei media mainstream fatto di silenzi, omissioni e distrazioni di massa, sia il laissez faire o addirittura l’appoggio esplicito di alcuni governi ed istituzioni internazionali alla politica repressiva del governo, costellata dalle gravi violazioni ai diritti umani di cui il Cile è stato purtroppo un triste palcoscenico durante tutto questo periodo.

È allora lecito sentirsi frustrati o depressi di fronte ad un sistema apparentemente così potente, capace di vanificare gli sforzi di due mesi di proteste, caratterizzate da un tale costo umano ma anche economico? Senz’altro sì, ed in questa sede non mentirò al lettore: anche chi vi scrive ha dei momenti di scoraggiamento o di rabbia, e vi sono istanti in cui si fa strada il pensiero che in fondo sia tutto inutile perché il nemico è troppo forte. Ma per quanto siano legittimi e comprensibili sporadici attimi di stanchezza o di riflessione pessimistica, è d’uopo uscirne facendo appello alla razionalità.

Il sistema capitalistico è in realtà un gigante dai piedi d’argilla che ha bisogno di noi non solo per produrre ma anche per consumare, comprare e realizzare profitti. Noi comunisti sappiamo che questo modello mente quando parla di sé stesso, dato che non si basa solo sull’offerta come postulano i suoi ideologi, ma anche sulla domanda. Per cui esso ha bisogno di noi lavoratori ed è stato messo in crisi dal processo cileno, l’enorme e variegato spiegamento di forze in campo, del resto, è lì a dimostrarlo.

Questo pensiero, insieme al ricordo di tutti coloro i quali si sono sacrificati nelle lotte di oggi e di ieri, mi spinge ad andare avanti con ferma determinazione e rinnovato impulso. Insieme a moltissimi altri cileni, spinti dalle stesse o da altre motivazioni.

Non è affatto vero che non abbiamo ottenuto nulla. La coscienza di classe del popolo cileno è cresciuta a dismisura, ed ormai è diventata un’abitudine quella di partecipare in massa, occupando senza chiedere permesso spazi politici ma anche territoriali che un tempo ci venivano preclusi.

Perfino coloro i quali non hanno partecipato alle proteste ed hanno potuto (dis)informarsi solo grazie alle T.V., hanno subodorato come la democrazia rappresentativa sia in fondo un inganno, dato che le decisioni vengono prese sempre in base alla logica del profitto ed indipendentemente dalla volontà popolare; ma hanno anche intuito, visto o percepito gli inganni, i montaggi e le menzogne dei principali mezzi di comunicazione; ed hanno finalmente capito quali siano le vere condizioni della grande maggioranza del popolo cileno, schiavizzato da condizioni di vita disumane, dalla disuguaglianza e da un crescente debito privato. Tutto questo, lo sottolineo, non è poco. Ma non basta.

Oggi, come tutti i giorni, ricorderemo i nostri caduti ed accenderemo una candela di fianco alle loro foto, in Plaza de Ñuñoa così come nel resto del paese. Ma questa volta, ho preparato anche un cartello per ricordare i cosiddetti “omicidi economici”, le cui vittime in modo più silenzioso hanno perso la vita perché lasciati senza cure, con uno stipendio o una pensione da fame, o abbandonati dallo Stato in una población senza strutture né istruzione ed in balia delle mafie del narcotraffico.
Uno Stato che in Cile e sempre più in tutto il mondo brilla per la sua assenza, sacrificato in nome di un impietoso e vendicativo dio liberista.

08/12/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Peso Cileno

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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