È forse il green pass il vero problema?

Mentre i pasdaran confindustriali tornano a licenziare imperversa il dibattito sul green pass. Norme confuse e contraddittorie con il diritto sempre più lontano dall’obiettivo di salvaguardare la salute pubblica e invece assai attento alle ragioni del profitto.


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“Non vaccinarsi e rifiutare il green pass è un danno per la collettività” in quanto “quella contro il virus è una battaglia di tutti”, questa la dichiarazione rilasciata a Ferragosto da Bonomi al quotidiano amico La Stampa. Siamo in presenza di un grande equivoco perché il fatidico foglio verde dovrebbe essere richiesto, a logica, per l'accesso a tutti i posti di lavoro ma non prima di avere messo in sicurezza ogni azienda. Fin qui osservazioni dettate dal presunto buon senso, ammesso (ma non concesso) che il green pass sia uno strumento utile a salvaguardare la salute e la sicurezza dei lavoratori e tacendo sul fatto che una percentuale pur minima di vaccinati finisce con il contagiarsi contraendo la malattia. Dopo un anno e mezzo di pandemia i morti da Covid sono circa 130 mila, migliaia gli uomini e donne con danni permanenti e invalidanti, non esistono statistiche per appurare i numeri effettivi dei contagi sul lavoro, le cause intentate dai cittadini per disastro colposo e pandemico finiranno forse nel dimenticatoio senza appurare le vere responsabilità. Chi pensava sufficiente a contrastare il virus l'adozione di semplici protocolli ha finito con il piegare gli stessi Rls (rappresentanti dei lavoratori alla sicurezza) a logiche aziendali. Il sindacato, complice nelle politiche salariali al ribasso e perfino nel ripristino dei licenziamenti collettivi dal 1 Luglio scorso, anche in materia di salute e sicurezza ha optato per soluzioni alquanto arrendevoli e subalterne ai voleri padronali. Va detto con estrema chiarezza: i protocolli sono serviti a riaprire i luoghi della produzione e arrestare gli scioperi. Poi successivamente hanno funto da contrasto al diffondersi del virus scaricando tuttavia l’onere della sicurezza sui singoli lavoratori. Molti dei protocolli adottati tuttavia non sono stati rispettati o sono stati adottati solo parzialmente. È mancato sovente il controllo da parte degli Rls e delle Rsu. Ci siamo limitati insomma a fornire gel e mascherine senza mai rimettere in discussione le modalità del lavoro, i tempi e i ritmi, per contrastare l'assembramento nei luoghi della produzione e non sempre sono state distribuite mascherine ffp2. In nome della ripresa e del rilancio dell'economia è avvenuto il solito compromesso a perdere. I contagi, così come le morti, hanno rappresentato una sorta di inevitabile pedaggio da pagare in nome della ripartenza e il sindacato ha optato per le solite politiche di riduzione del danno. Eloquenti sono i numeri degli infortuni e delle morti sul lavoro che continuano a crescere nonostante il crollo delle ore lavorate e lo smart working. Analoga considerazione vale per le malattie professionali. Alla luce di questi dati le dichiarazioni confindustriali meriterebbero maggiore attenzione se vogliamo contrastarne le finalità che nulla hanno a che spartire con la salute e la sicurezza. Sono ormai lontani i tempi olivettiani: negli anni neoliberisti la classe imprenditoriale ha assunto atteggiamenti assai meno illuminati tra delocalizzazioni produttive e ricorso permanente al precariato. Di conseguenza anche la tutela della salute e della sicurezza è stata sacrificata sull'altare del profitto potendo beneficiare i padroni di norme e decreti che hanno fortemente depotenziato i sistemi di controllo e ridotto le sanzioni a carico dei padroni inadempienti. Negli ultimi 30 anni le tematiche legate alla salute e alla sicurezza non hanno più la centralità di un tempo; basti pensare allo stato in cui versa la sanità pubblica. Siamo certi che se i Governi succedutisi avessero investito per potenziare la sanità pubblica oggi avremmo meno resistenze davanti alle vaccinazioni. Non basta assumere ispettori per la sicurezza senza dotarli di un potere effettivo di controllo e sanzionatorio. Per anni il Testo Unico sulla sicurezza è stato stravolto per attenuare le responsabilità dei datori di lavoro e sostituire i processi penali con le sanzioni amministrative. Esiste quindi una autentica irresponsabilità di classe. I padroni investono in sicurezza solo quando ne traggono indubbi vantaggi economici o di immagine e solo se i costi risultano sostenibili. Per queste ragioni la veemenza con la quale Confindustria si schiera a favore del green pass deve indurre a riflessioni così come il mancato potenziamento della sanità pubblica, l'assenza di finanziamenti reali per la ricerca e la medicina del lavoro e preventiva; per non parlare poi del mancato incremento di sanificazioni ed igienizzazioni nei luoghi di lavoro o pubblici che siano (gli appalti antecedenti al Covid, costruiti al ribasso, sono rimasti invariati e gli aumenti di spesa sono arrivati solo nei primi mesi del contagio). Non entriamo nel merito di normative che invece necessiterebbero di essere profondamente riviste. Il legislatore ritiene le mense luoghi promiscui e pericolosi. Ma che dice dei magazzini nella logistica o in alcune fabbriche o degli addetti alle pulizie e ai traslochi costretti a operare fianco e a fianco e senza distanziamento alcuno? La compresenza in spazi comuni avviene in numerosi luoghi della produzione e perfino in tanti uffici pubblici. Fino ad oggi le mascherine (quelle chirurgiche per lo più e non le FFP2 per mesi introvabili) e il distanziamento hanno rappresentato gli strumenti diffusi e ricorrenti per evitare i contagi. Ora come è possibile includere tra le aree a rischio le mense e non i luoghi stessi della produzione soprattutto laddove si sono registrati numerosi contagi? Urge un approccio non manicheo al Green Pass ma tanto accanimento per renderlo obbligatorio suscita fondati sospetti, viste anche le norme contraddittorie fino ad oggi adottate. Il punto di vista nostro non può essere quello dei ristoratori, se fosse dipeso da molti di loro non ci sarebbe stato alcun provvedimento per limitare il virus. Distinguerci dai fautori della libera circolazione delle merci e dei clienti è di fondamentale importanza per non cadere in sterili e manichee logiche da talk show. Se vogliamo salvaguardare la salute pubblica dovremmo fornire una corretta informazione sulla pandemia e sui vaccini. Chi scrive è in possesso di green pass ma al contempo diffida fortemente dei pasdaran confindustriali. Chi licenzia con un semplice messaggio whatsapp ha la caratura morale per impartire lezioni? Il vero problema è rappresentato dal fatto che gran parte dei paesi del terzo mondo sono sostanzialmente esclusi dalle vaccinazioni. I diritti di proprietà impediscono la produzione in loco delle dosi e al contempo la ricerca scientifica è in ostaggio delle multinazionali del farmaco. E allo stesso tempo continuiamo a non investire nella salute e sicurezza pubblica come dimostrano i dati relativi alla spesa sanitaria prevista per i prossimi anni. Se vogliamo recuperare un punto di vista di classe critico dobbiamo partire da queste semplici considerazioni e non subire i ricatti padronali che si ricordano della sicurezza solo per salvaguardare i loro profitti.

 

26/08/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Federico Giusti

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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