Il ricatto occupazionale del militarismo

La Sardegna nel cinquantennale di Pratobello, analizzata nel corso dell'Assemblea Generale di A Foras, tra nuove caserme, retorica dell'arruolamento e produzione bellica.


Il ricatto occupazionale del militarismo

Lo scrittore e giornalista Gianfranco Pintore, già nel 1974, domandava nel suo celebre saggio se la Sardegna fosse una Regione o una colonia [1]. All’interno di quell’opera, infatti, è presente la narrazione di una delle rivolte antimilitariste più celebri della storia sarda, ovvero quella orgolese di Pratobello. Nel 1969, si assistette ad una forma di protesta nonviolenta che sfociò nell’occupazione delle terre della località a cavallo tra i Comuni di Orgosolo e Fonni, le quali sarebbero state sottratte al pascolo per essere adibite a poligono di tiro ed addestramento dell’Esercito Italiano.

A quasi 50 anni da quegli avvenimenti senza tempo, Pratobello dovrebbe ancora insegnare una prospettiva di analisi sempre attuale sullo sfruttamento dei territori, tanto in Sardegna quanto in altre parti d’Italia e del Mondo, interessati dallo scempio ambientale causato dalle occupazioni militari con annesse violazioni dei diritti civili.

Si è parlato di questo e di altri temi di scottante attualità nel corso dell’Assemblea Generale di “A Foras – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna”, tenutasi nella serata del 13 gennaio a Nuoro: tra le proposte messe in campo per l’organizzazione di eventi in vista di Pratobello 2019, si è discusso di come queste non debbano vertere sulle mere celebrazioni, bensì sull’analisi delle lotte contro l’occupazione come frutto di cambiamenti sociali dentro e fuori i circoli culturali.

Secondo quanto emerso durante la discussione pubblica, ad oggi, ci si dovrebbe concentrare sul dibattito sorto attorno agli usi civici, all’utilizzo e riqualificazione dei territori e ai diritti annessi, soprattutto in relazione ai grandi spazi demaniali abbandonati o non sfruttati appieno. L’autocelebrazione e le fanfare sull’antica grandiosità delle rivolte popolari e proletarie rischiano di farle nuovamente cadere nel dimenticatoio che rende oscura la storia, se non se ne discute in continuità con i profondi cambiamenti registrati nel corso degli ultimi 50 anni ed oltre.

Se, fino a qualche tempo fa, ci si poteva avvalere delle citazioni storiche per colpire le coscienze, attualmente si assiste inorriditi alla prolungata anestetizzazione che ha portato allo sdoganamento ed alla legittimazione del cancro dell’ignoranza più becera ed intimamente malvagia. Sovente, a tale deriva, non si oppone nemmeno più la resistenza delle stesse istituzioni che, al contrario, la alimentano diffondendo ideologie fasciste, sponde legislative emergenziali e promesse assistenzialistiche: queste ultime fanno breccia in particolare nelle zone piagate dall’incancrenirsi di questioni politiche mai affrontate in modo sistematico, quali il rilancio occupazionale, industriale ed ambientale.

In questo senso, il caso della Sardegna è emblematico: sociologicamente parlando, non c’è volta in cui l’inserto settimanale dedicato al lavoro sul quotidiano L’Unione Sarda non pubblichi annunci del Ministero della Difesa alla perenne ricerca di personale, dai soldati semplici agli ufficiali. L’ambiente socio-culturale alquanto povero che si sta creando, a causa di scelte politico-economiche scellerate, punta adesso anche sulle qualifiche post terza media come fine, quanto meno discutibile, per contrastare l’incompetenza culturale e l’impreparazione lavorativa.

Questi ultimi fattori, determinati a loro volta dalla dispersione scolastica, non vengono sufficientemente contrastati nemmeno dal tentativo di ridurre le tasse universitarie in un territorio che non offre sbocchi alla formazione accademica e, prima ancora, alla possibilità di accesso allo studio ed all’autonomia economica, in particolar modo nelle zone di provenienza degli studenti fuori sede, come il nuorese ed il Sulcis.

Seguendo i dati ribaditi dal comunicato trasmesso in occasione dell’Assemblea di “A Foras”, già a partire dal 1994 la Regione Sarda decise di finanziare la costruzione dell’università a Nuoro; la giunta ed il sindaco di allora, Carlo Forteleoni, scelsero di ultimarla presso gli enormi locali dell’ex artiglieria, siti nella vecchia caserma di Viale Sardegna. Tuttavia, gli allora 40 miliardi di lire stanziati non furono impiegati per finanziare la conversione degli spazi in aule universitarie, ma per consentire il trasferimento dei militari in un nuovo plesso da costruire a Pratosardo, ovvero nella zona industriale poco fuori Nuoro, rispettando un accordo stipulato qualche anno dopo, nel 1997, tra il Ministero della Difesa, quello dell’Economia, la Regione Sardegna ed il Comune di Nuoro.

Nel corso degli anni, pochi politici hanno continuato a parlare dell’annosa questione disattesa dell’università e della caserma che, per essere edificata, ha visto sottrarre alla cittadinanza una terra ad uso civico nella quale le persone avrebbero potuto liberamente passeggiare, fare attività ricreative o cogliere i frutti.

Rifacendoci sempre al comunicato degli antimilitaristi nuoresi, significativamente intitolato “Sa cultura est un’arma” (La cultura è un’arma), nel 2005 arrivò la prima tranche del finanziamento promesso ma, essendo subentrata un’altra moneta, i famosi 40 miliardi diventarono 20 milioni di euro; nonostante ciò, nel 2011, cominciarono i lavori per la costruzione della caserma di Pratosardo. Al termine dell’edificazione, sul finire del 2018, il Comune di Nuoro, con una cerimonia in pompa magna datata 12 dicembre, ha consegnato l’edificio ai militari; come riportato dal comunicato curato degli antimilitaristi nuoresi, solo nel corso dell’anno appena trascorso sono stati investiti 13 milioni di euro nell’ultimazione della costruzione della caserma.

Paradossalmente, però, la retorica politica locale ha continuato a ribadire la problematica legata all'assenza di fondi da destinare alla conversione degli spazi dell’ex artiglieria in locali universitari con annesso campus. Andrea Soddu, attuale sindaco del capoluogo barbaricino, ha dichiarato l’intenzione di voler costituire un parco cittadino nei medesimi spazi prima ad uso militare in pieno centro; l’università dovrebbe invece essere edificata presso l’ex Mulino Storico Gallisay, pur non specificando l’entità finanziaria dell’operazione, né i fondi attualmente a disposizione per la realizzazione di un simile progetto.

Nel frattempo, concretamente, Nuoro si ritrova ad avere un Consorzio Universitario formalmente dipendente dalle sedi di Sassari e Cagliari, ma anche una nuovissima caserma a Pratosardo la quale ospita, per il momento, circa 50 militari della Brigata Sassari e, secondo le dichiarazioni ufficiali, si prepara ad accoglierne molti di più.

Se le domande dei complottisti in salsa governativa sembrano non mancare mai – basti pensare al millantato Piano Kalergi volto ad un’ipotetica sostituzione etnica, o ai presunti accordi tesi a smantellare la nostra rete di Difesa per facilitare un'invasione da parte di nerboruti extracomunitari –, non ci si spiega come si annullino dinanzi a dati concreti come quelli riportati grazie all’impegno politico degli attivisti sul territorio sardo e nazionale.

Sembra passare sotto silenzio una questione vertente sullo scopo della nuova caserma in un territorio afflitto da ben altre problematiche: appare infatti legittimo chiedersi cosa facciano anche a Nuoro, oltre che nel 61% del territorio regionale occupato dalle basi e dalle servitù, i numerosi militari pronti ad alloggiare a Pratosardo.

A livello politico, tanto territoriale quanto nazionale, si è parlato di ricongiungimenti familiari per coloro i quali tornano sul suolo natio una volta completate le missioni all'estero; inutile ribadire quanto il realismo politologico del principio si vis pacem, para bellum si sia dimostrato fallimentare dal punto di vista pratico, essendo storicamente causa di guerre infinite, fallimenti statali, carestie, crimini contro l’umanità, migrazioni di massa e violenze quali il traffico di esseri umani.

Perché, esattamente come scritto nel comunicato in lingua sarda diffuso nel corso dell’Assemblea Generale del movimento “A Foras”, “Tornano dalle missioni di pace (che pace non è) per riposarsi, i poverini! È un lavoro molto serio, quello di schiavo dello Stato Italiano, del miserabile che dice sempre sì: che uccide persino bambini, malati, vecchi; che non pensa a ciò che sta facendo perché tanto, per lui, è solo un lavoro. (…) Con 20 milioni di euro, cosa avremmo potuto fare? Tutti coloro i quali avrebbero voluto studiare, se ci fosse stata l’università, l’avrebbero potuto fare”.

Nel corso del dibattito, l’intervento di una insegnante ha destato l’attenzione sul clima propagandistico creato attraverso una narrazione egemone operata dalle forze armate, specialmente sul territorio sardo. Mentre le celebrazioni del cinquantennale di Pratobello si legano inevitabilmente all’oggi della caserma di Pratosardo a Nuoro ed alle prossime esercitazioni previste nei territori tra Orosei e Siniscola, l’Esercito Italiano cerca nuovi proseliti portando avanti veri e propri corteggiamenti ideologici nelle scuole del territorio: la professoressa ha raccontato come, interrogando i liceali coi quali si rapporta quotidianamente, questi dimostrino di aver assorbito la retorica securitaria ed occupazionale, sentendosi protetti da cotanta presenza militare e non percependo i numeri dell’occupazione sia sul territorio, sia nel resto dell’Isola.

Alla luce dei fatti riportati e dei dati ufficiali, è stata svelata l’urgenza di organizzare incontri diretti sotto forma di faccia a faccia con gli studenti; ciò appare altresì dimostrato dalle dichiarazioni rilasciate dal sindaco di Nuoro Soddu che, intervistato dal quotidiano La Nuova Sardegna, ha ribadito come “l’arrivo dei militari a Nuoro [sia] una buona notizia attesa da tutti noi, ne avevamo estrema necessità. È un’occasione storica per Nuoro, che permette di costruire altre occasioni di sviluppo di carattere economico, sociale e culturale e di adeguare le strutture alle esigenze del territorio, con l’unico obiettivo di servire la comunità” [2].

Sorge dunque spontaneo domandarsi come si possa realizzare l’ultimo obiettivo enunciato dal primo cittadino nuorese, sapendo bene che le caserme e le basi militari si concretizzano, al massimo, in servitù lavorative e, conseguentemente a tale ricatto ben attecchito in territori gravati da pesanti questioni economiche ed occupazionali, in altrettanto servilismo sociale, culturale e produttivo.

Per quanto concerne questo fenomeno, rifacendosi ai punti all’ordine del giorno dell’Assemblea Generale di “A Foras”, si è discusso anche del ricorso al TAR presentato venerdì 11 gennaio dal Comitato di Riconversione RWM per la pace ed il lavoro sostenibile contro l’ampliamento della fabbrica di bombe sul territorio sulcitano. Il problema della militarizzazione della Sardegna si pone in maniera altrettanto forte quando si resta invischiati nella dialettica ideologico-pratica legata alla produzione di strumenti di morte esportati nell’interesse della coalizione occidentale guidata dallo spregiudicato totalitarismo saudita. L’etica del lavoro, soprattutto in relazione alla multinazionale produttrice di bombe, ha travolto la figura degli operai, pochi dei quali possono e vogliono ribellarsi, ed ha posto come unica alternativa sollevata quella di spostare il focus del dibattito sulla ruberia del pluslavoro, sull’inutilità e la nocività delle basi militari e di certe fabbriche.

Sia il movimento di “A Foras” che Cinzia Guaita, portavoce del Comitato di Riconversione RWM, sono d’accordo sul fatto di non voler criminalizzare gli operai, ultimi anelli di una catena che sfrutta la debolezza lavorativa territoriale, bensì di voler colpire i sindacati – che si avvalgono dei media per ribadire la dubbia legalità di questa produzione, peraltro in aperto contrasto con le leggi nazionali ed internazionali – e le forze politiche le quali, in vista delle elezioni regionali del 24 febbraio, non si sono ancora ufficialmente schierate.

Il livello valoriale di una Sardegna che si affaccia al voto tra le sirene e l’inettitudine della politica di governo è ben dimostrata dal tenore di alcuni commenti, rigorosamente sgrammaticati e scritti in Caps Lock, comparsi sotto un articolo de L’Unione Sarda riguardante la presentazione del ricorso contro l’ampliamento della Rheinmetall Defence S.p.A. tra il territorio sulcitano di Domusnovas e quello di Iglesias per mezzo del soprannominato Campo Prove R140.

“Si riconversione! Come è stato fatto nel Sulcis! Solo fame e miseria il dopo! Le bombe le producono in tutto il mondo… Questi danno lavoro a centinaia di persone più l’indotto! Questi chiudono e vanno via… Avete già il piano di riconversione pronto? Oppure è solo campagna elettorale? Ed una volta ottenuta la poltrona tutto cade nel dimenticatoio? State cercando di salire sul treno degli ambientalisti, ora va tanto di moda…”.

Un utente, rarissima voce fuori dal coro, ha scritto un commento fra gli unici brillanti per lungimiranza ed è stato duramente attaccato con toni degni della deriva xenofoba ormai legittimata dal governo fascio-leghista: “È divertente leggere che quelli che criticano queste azioni sono gli stessi che si lamentano delle ‘invasioni’ di immigrati. Fate un po’ chiarezza con i vostri neuroni, perché se siete così contenti che la Sardegna sia complice degli orrori in altri Paesi, dovreste allora starvi zitti quando qualcuno da quei Paesi bussa alla nostra porta perché le nostre bombe gli hanno distrutto la casa ed ucciso la famiglia” [3].

L’intento di lotta insieme agli operai ed alle loro famiglie sembra quindi infrangersi contro la necessità di soddisfare i bisogni materiali mediante un reddito guadagnato seppur diffondendo morte, tanto attraverso i danni locali quanto, soprattutto, con le esportazioni di bombe scagliate su altri civili inermi. Ma se analizzato dal punto di vista della possibile riconversione sostenibile a livello ambientale, sanitario ed etico, il tributo sardo alla militarizzazione ed alla produzione bellica sta diventando paradigma di equilibri volti alla crescita di pochi a scapito di molti, sia a livello internazionale che a livello interclassista, tra gli stessi proletari.


Note

[1] Si fa riferimento all'opera "Sardegna: Regione o colonia?", pubblicata nel 1974 da Mazzotta Editore, Milano.

[2] Citazione delle dichiarazioni del sindaco di Nuoro Andrea Soddu, rilasciate al quotidiano "La Nuova Sardegna" ed estrapolate dall’articolo intitolato "Nuoro, la caserma di Pratosardo all’esercito entro febbraio. La struttura dovrebbe ospitare una delle compagnie della Brigata Sassari", scritto da Luciano Piras e pubblicato in data 18 gennaio 2018.

[3] L’articolo al quale si fa riferimento per i commenti apparsi è "L’azienda della discordia. Rwm, pronto il ricorso contro l’ampliamento. Anche Cagliari aderisce alla battaglia. Domani la consegna al Tar. Intanto, l’assemblea del capoluogo approva un ordine del giorno per dire no alle bombe"; pubblicato da L’Unione Sarda Online in data 10 gennaio 2019.

26/01/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Eliana Catte

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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