La pace dipende anche da noi

La riconversione possibile della produzione bellica alla RWM di Domusnovas.


La pace dipende anche da noi

Come sosteneva Simone Weil, "in caso di guerra bisogna scegliere: o ostacolare il funzionamento della macchina militare di cui ognuno in sé costituisce un ingranaggio, o aiutare questa macchina a stritolare ciecamente le vite umane" [1].

Secondo l’introduzione di Aurelio Chessa al saggio "L’operaiolatria" di Camillo Berneri, il contenuto di quest’ultimo, riscoperto e ristampato, dovrebbe servire "a modificare la mentalità della gente che lavora e talvolta non pensa che ai propri immediati interessi dimenticandosi che non vive isolato", nonostante non tutti abbiano "una cultura proletaria degna di essere chiamata tale (…). È tempo di finirla di pensare a sé stessi pur di lavorare anche quando si è chiamati ad eseguire un lavoro dannoso per sé e per gli altri e chiedere sovvenzioni dal governo quando la produzione è in perdita, non rende (…). È tempo di finirla di produrre armi di ogni genere con la scusa che gli operai che lavorano nelle fabbriche di armi, ci presentano. I lavoratori operai non si rendono conto che è meglio perdere il lavoro che produrre strumenti che poi vengono rivolti anche contro di loro" [2].

Questa massima si dimostra ancora più valida quando il lavoro, una delle massime espressioni della dignità umana, si traduce in produzione di pericolo e morte per altri esseri umani, anch’essi inermi civili lavoratori, in qualsiasi altra parte del mondo.

Durante l’incontro tenutosi sabato 21 aprile a Nuoro, nel corso di una delle tappe degli incontri organizzati dalle associazioni sarde e nazionali impegnate sul tema, si è discusso dell’emblematico caso della fabbrica RWM di Domusnovas: proprietà della multinazionale tedesca Rheinmetall Defence S.p.A., subentrata nel 2010 alla Sarda Esplosivi Industriali, produttrice di bombe ed altre munizioni che, ormai da tre anni, stanno distruggendo lo Yemen, Stato collassato vittima, secondo gli esperti dell’ONU, di crimini di guerra in violazione del diritto umanitario internazionale da parte del Paese primo acquirente di bombe fatte in Sardegna, ovvero l’Arabia Saudita.

La discussione tenutasi nel pomeriggio nuorese ha visto la partecipazione di Antonio Congiu, uno dei responsabili del Movimento Umanità Nuova, e di Cinzia Guaita, una delle due portavoce del Comitato di Riconversione RWM. Quest’ultimo, nato il 15 maggio 2017 dall’incontro di gruppi e singoli in occasione della manifestazione del Movimento dei Focolari ad Iglesias, è stato costituito con scopi di pace, lavoro sostenibile, riconversione dell’industria bellica, disarmo, partecipazione civica ai processi di cambiamento e valorizzazione del patrimonio ambientale e sociale del Sulcis-Iglesiente. Vi appartengono soggetti diversi per riferimenti politici, culturali ed operativi, ma tutti improntati verso la creazione di un incontro pluralistico al tavolo delle soluzioni al quale tutti sono chiamati a collaborare, come ha sottolineato la Guaita, "per evitare la deriva dell’indifferenza, quella che ci porta a sentirci come quei cittadini i quali, ai tempi dei totalitarismi nazifascisti, erano testimoni dell’orrore dentro e fuori i campi di sterminio ma continuavano a sostenere i regimi ed i loro inenarrabili crimini".

Lo scopo è, dunque, evitare di divenire stupidi bonhoefferiani che, non essendo definibili come volenterosi carnefici, lucidi correi delle bestialità dei tiranni di turno, risultano essere ugualmente complici di un sistema criminale ove la disponibilità a sottomettersi alle scelte economico-politiche sfuma in connivenza con l’oppressore. Ciascuno dei soggetti parte del Comitato, tra i quali la Banca Etica, Amnesty International, Oxfam, Rete Italiana Disarmo, Economia Disarmata, Caritas Diocesana, Arci, Rete Unitaria Antifascista del Sulcis-Iglesiente e Legambiente, ha messo a disposizione le proprie risorse ed i propri esperti a livello nazionale ed internazionale per rompere il colpevole silenzio calato sulla produzione di morte a Domusnovas.

Come ribadito da Cinzia Guaita, "ci troviamo di fronte al paradosso di avere una fabbrica che vende legalmente perché autorizzata dal Governo italiano in violazione della Legge 185/1990, la quale vieta l’esportazione di armi e munizioni belliche verso Paesi in guerra che violino i diritti umani, e del Trattato sul commercio internazionale di armi convenzionali adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e ratificato dall’Italia nel 2014. Inoltre, il Parlamento Europeo ha emanato, nel corso del 2017, ben 4 risoluzioni che invitano gli Stati membri ad effettuare l’embargo delle armi nei confronti dell’Arabia Saudita, monarchia assoluta del Golfo, per la sua condotta criminale nei confronti dello Yemen, piegato dalle più gravi crisi umanitaria ed epidemia di colera del mondo".

Nonostante gli appelli, le mobilitazioni e le denunce ormai diffuse, non si è mai riusciti a fermare la partenza della bombe sarde verso "la coalizione impegnata in una guerra per procura, ufficialmente contro i ribelli sciiti Houthi che sono insorti contro il presidente Abd Rabbo Mansour Hadi ma, concretamente, disastrosa nelle conseguenze umanitarie, con i suoi bombardamenti ingiustificati contro obiettivi civili, comprese case, scuole, ospedali, infrastrutture civili, fabbriche e manifestazioni pubbliche", come rimarcato dalla Guaita [3]. Mentre il Governo italiano, travolto dallo scandalo mediatico esploso grazie all’operato di giornalisti consapevoli, forniva frettolose giustificazioni alla sua condotta ed i dirigenti della RWM minacciavano la delocalizzazione con conseguente perdita delle centinaia di posti di lavoro garantiti da questa cattedrale nel deserto sulcitano, i membri del Comitato di Riconversione e gli altri attivisti sardi continuano le loro lotte, anche e soprattutto attraverso incontri pubblici tenuti in Sardegna e sul territorio nazionale, ricordando altresì come la Costituzione, all’articolo 41, garantisca la libertà di iniziativa economica purché non "in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana".

Tuttavia, come esposto da Antonio Congiu nel corso del suo intervento, "il mercato delle armi è in continua espansione così come l’export che, negli ultimi anni, è sestuplicato. La guerra, quindi, è sempre un affare: se, da una parte, si tenta di ripensare il sistema di difesa globale togliendo spazio agli armamenti, dall’altra si consente alle multinazionali delle armi e degli esplosivi di espandersi come nel caso della RWM con il nuovo Campo prove 140, sottostando ai loro diktat in barba alle guerre dimenticate nel mondo". La produzione bellica, però, non può essere ridotta ad una mera questione economica: come sostenuto da Cinzia Guaita, "i lavoratori non sono la nostra controparte ma, anche alla luce delle ultime contestazioni, è inevitabile constatare la degenerazione culturale dei sindacati che rinnegano i loro stessi valori etici di solidarietà attiva in condizioni di pace e sicurezza, non rispondendo alle lettere dei Comitati del territorio e negando la possibilità di riconversione che, oltretutto, è già avvenuta in casi come quello della Aermacchi e della Valsella".

A conclusione del prezioso incontro si è dunque chiamati a riflettere su un aspetto cruciale: nel paradigmatico caso della RWM di Domusnovas, si rischia di brandire lo spauracchio del profitto in qualità di arma di distrazione di massa dimenticando, come ribadito dalla Guaita, "la facilità con la quale le multinazionali delocalizzano continuamente, lasciando dietro sé la distruzione economica, sociale ed ambientale [4], ed i futuri costi della nostra indifferenza geopolitica. In questo caso, la rovina dello Yemen peserà anche sulle nostre coscienze con le scelte che si è preferito non fare, pur essendo possibili: ovvero, riconvertire la produzione come si era già fatto, con la promessa iniziale di inserire i lavoratori RWM nel settore della Difesa, e facendo coincidere l’etica del lavoro con nuovi finanziamenti pubblici per i dispositivi di uscita e riassunzione in altri ambiti o, magari, presso la stessa fabbrica convertita ad una produzione umanamente sostenibile". Perché, come scritto da Aurelio Chiesa nell’introduzione alla prima citata L’operaiolatria, "è tempo che il lavoratore di ogni mestiere pensi, rifletta, si acculturi e divenga un essere umano anziché pronto a divenire belva contro i propri simili. (…) trascuriamo che l’uomo deve avere non [solo] un’anima proletaria, ma un’anima umanizzata" [5].


Note:

[1] Citazione tratta da "Riflessioni sulla guerra" di Simone Weil, saggio apparso per la prima volta sulla rivista "La Critique Sociale" n°10 del novembre 1933 e pubblicato nel 1934 come opuscolo tradotto in italiano da Pio Turroni, del Gruppo Edizioni Libertarie.

[2] Citazione tratta dall’introduzione di Aurelio Chessa al saggio "L’operaiolatria" di Camillo Berneri, apparso nel 1934 e ripubblicato nel 1987 grazie all’Archivio Famiglia Berneri.

[3] Recentemente, proprio a seguito di un attacco aereo da parte della coalizione capitanata dall’Arabia Saudita che ha provocato, tra le numerose vittime, anche quella di una famiglia di sei persone, una madre incinta e quattro bambini, la RWM Italia è stata denunciata penalmente presso la Procura della Repubblica di Roma da una coalizione internazionale di organizzazioni non governative, tra le quali la Rete Italiana per il Disarmo, l’European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR) e la yemenita Mwatana Organisation for Human Rights.

[4] Con riferimento all’articolo "I veleni della RWM di Domusnovas", pubblicato sul sito de Il Manifesto Sardo il 1 maggio 2018, risulta doveroso citare il comunicato di Italia Nostra Sardegna relativo all’intenzione della fabbrica tedesca di evitare la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) spezzettando il piano di ampiamento industriale - attraverso il Campo prove R140 - in una serie di singoli interventi e, quindi, sottovalutando l’impatto delle emissioni atmosferiche, dell’inquinamento acustico, del prelievo idrico, della produzione di acque reflue e di rifiuti tossici, dell’incremento del traffico veicolare di sostanze e manufatti pericolosi, dell’impatto sull’ambiente umano e naturale circostante, allo scopo di privilegiare il mero incremento dell’attività produttiva dello stabilimento. Tra le molteplici motivazioni esposte da Italia Nostra Sardegna a sostegno della necessità di sottoporre l’intero impianto, da sempre quasi off-limits, alla procedura di VIA, "si evidenzia l’assenza di un serio studio sul quantitativo di esplosivo massimo impiegabile nei test, [sul] calcolo delle distanze di sicurezza rispetto alle strutture civili circostanti, [sulla] valutazione degli inquinanti rilasciati in atmosfera (…), [sulla] contaminazione del suolo (…) e delle acque conseguente alle (…) ‘emissioni diffuse’ [e sulla] mancanza totale di valutazioni dell’impatto acustico prodotto dai test distruttivi di campioni di esplosivo e di manufatti militari (…)". Inoltre, risulta essere "scarsa e quasi del tutto assente [la] documentazione relativa all’inquinamento prodotto dall’attività annuale dello stabilimento e (…) [la] non segnalazione delle eventuali sostanze inquinanti prodotte nel nuovo impianto".

[5] Citazione tratta dalla chiusura dell’introduzione di Aurelio Chessa al saggio "L’operaiolatria", ibidem.

12/05/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Eliana Catte

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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