Sardegna, una vocazione tradita

la Sardegna, ponte sul Mediterraneo, tra la sfida antimilitarista, le potenzialità sprecate e le prospettive di sviluppo.


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''Il popolo sardo che era caduto in un profondo letargo/ finalmente anche se disperato/ si accorge di essere schiavo/ sente che sta soffrendo/ solo a causa dell'antica indolenza/ Feudo, legge nemica/ di ogni buona filosofia/ Questa, o popolo sardo, è l'ora di eliminare gli abusi/ Abbasso le abitudini nefaste/ contro ogni dispotismo/ Guerra, guerra all'egoismo/ e guerra agli oppressori/ È importante che questi piccoli tiranni vengano vinti'': così recita l'inno sardo contro i feudatari, ''Procurade 'e moderare'', scritto da Francesco Ignazio Mannu nel 1794.

Gli anni passano ma alcuni slogan, seppur mutati per effetto degli eventi, perdurano senza cadere nella trappola dell'anacronismo; attraversano epoche di resistenza, di tentate rivoluzioni e di cambiamenti epocali finendo poi, inevitabilmente, per aggiornarsi ed adattarsi alle problematiche dei tempi in corso. Accade così che la storia corra in soccorso al moderno attivismo, motivando tutti coloro i quali vogliano mobilitarsi vincendo un'apatica indifferenza e portandoli a riconsiderare le questioni politiche ed economiche in un quadro differente, quello di una società liquida che rischia di rimanere invischiata nelle sue difficoltà, colte al balzo dai populismi che le tramutano in profonde crisi e rotture sul piano sociale e culturale.

Mentre alcuni soggetti cadono nella trappola demagogica che alcune forze politiche tendono loro, e che li fa precipitare ancor più nel vortice della subalternità, altri cercano di svelare e comprendere fino in fondo le ragioni alla base delle sistemiche crisi economiche, della desertificazione occupazionale, della gestione nascosta di enormi interessi e poteri che, a lungo andare, ha generato un buco nero, un corto circuito politico- istituzionale ai danni delle popolazioni, comprese quelle dell'opulento occidente.

Gli altri, ai quali si è fatto poc'anzi riferimento, sono gli attivisti ed i semplici cittadini che, nella giornata del 16 maggio, hanno partecipato al sit- in contro l'occupazione militare tenutosi in via Roma a Cagliari, precisamente fuori dal palazzo del Consiglio Regionale sardo: una manifestazione che ha visto più di 250 partecipanti (tra i quali il Comitato Gettiamo le Basi, la Tavola Sarda della Pace, Sardigna Libera, Sardigna Natzione, Libe.r.u., l'Associazione Amicizia Sardegna Palestina, il Comitato Su Giassu, la Confederazione sindacale sarda, l'USB e l'ANPI) manifestare ''contro i mostri di ferro preparati per le guerre della NATO che affollano il mare sardo, l'operazione militare 'Mare Aperto 2017', avviata quasi in gran segreto dal Ministero della Difesa italiano ed avallata dalla nostra Regione e contro la gigantesca presenza, che supera il 60%, di poligoni e basi militari in Sardegna'', come sottolineato da Bustianu Cumpostu, coordinatore di Sardigna Natzione.

Secondo Cumpostu, ''la giornata di oggi, così come quelle che seguiranno fino ed oltre il 2 giugno, è importante perché segna la fine della tolleranza del popolo sardo nei confronti degli occupanti militari che, sotto l'evidente direzione del governo, dei Ministeri dell'Interno e della Difesa ed il beneplacito della Regione sarda, considerano questa terra come una sorta di colonia interna, una grande portaerei a cielo aperto che ospita i 2/3 delle servitù militari italiane''.

Ad essere snaturato dalla massiccia presenza militare, oltre la sovranità territoriale e l'ecosistema in tutta la sua bellezza, unicità e fragilità, è anche ''il ruolo stesso della Sardegna che, per sua collocazione geografica, la rende un ponte nel Mediterraneo, un territorio di pace naturalmente teso a politiche di incontro tra il continente europeo e quello africano. Come sottolineava anche il comipianto professor Lilliu, uno degli storici padri del popolo sardo, la Sardegna è a vocazione essenzialmente mediterranea''.

A ribadire questi concetti è Paolo Pisu, coordinatore della Tavola Sarda della Pace, che, rifacendosi a quanto sostenuto dagli altri presenti, sottolinea ''l'innaturalità del ruolo che è stato ritagliato alla Sardegna dalle potenze NATO, ruolo che la separa ed isola dagli altri Paesi mediterranei, Africa e Medio Oriente in primis, per unirla a quelli mitteleuropei e scandinavi i quali ne dispongono liberamente come fosse una sorta di enorme campo riservato alle esercitazioni militari, inquinando così permanentemente la sua terra, il suo mare ed il suo cielo''.

Le conseguenze delle scelte politico- militari, compiute sia a livello nazionale che a livello locale, ricadono tanto su popolazioni civili inermi tra le quali quella palestinese, yemenita, siriana e afghana, quanto sulla nostra vita quotidiana: come spiega Pisu, ''noi non ce ne rendiamo conto, un po' perché tenuti all'oscuro, un po' per la naturale tendenza di alcuni a voltarsi dall'altra parte, ma è necessario sapere che anche le semplici rotte per l'aviazione militare, in Sardegna così come in altre zone del mondo a forte concentrazione militare, seguono corridoi a filo di altri riservati all'aviazione civile. Perciò le nostre rotte appaiono differenti da quelle che sono normalmente tracciate e seguite dagli aeromobili civili in altri contesti. Così come la cessione a fini militari di quasi 27000 ettari di territorio, oltre a determinare tassi di inquinamento anche radioattivo difficilmente stimabili ed un'ormai impossibile bonifica, si è estesa anche allo spazio marittimo: con la nuova operazione NATO ribattezzata 'Mare Aperto' le esercitazioni militari cominciate l'8 maggio, comprendenti anche l'utilizzo di bombe ed i test di altro materiale bellico, interesseranno zone ad altissimo valore produttivo e turistico, tra le quali Capo Teulada e Costa Rei, le quali sono già state interdette alla navigazione di imbarcazioni civili. Ventitré navi da guerra sono già ormeggiate nel porto di Cagliari, pronte a violare degli specchi d'acqua di rara bellezza e pescosità: tutto ciò mentre nel resto del territorio sardo occupato dalle basi militari gli eserciti appartenenti a Stati storicamente neutrali, ossia la Svizzera, ed altri noti alla comunità internazionale per la reiterata violazione dei diritti umani, ovvero gli Stati Uniti, Israele e la Turchia, continuano ad esercitarsi ed a testare armi, tecnologie belliche e bombe che utilizzeranno poi nel corso di operazioni di guerra contro popolazioni civili indifese''.

Queste non sono solo le ultime vittime di scellerate decisioni geopolitiche tanto strategiche quanto sanguinarie, ma anche delle politiche produttive compiute ovunque si installino fabbriche che producano armi, bombe e qualsivoglia componente o tecnologia di guerra.

Per questa ragione Paolo Pisu e molti altri partecipanti che sono intervenuti durante la manifestazione cagliaritana hanno voluto sottolineare il ruolo svolto dalla Tavola Sarda della Pace in relazione alla fabbrica di bombe RWM Italia SpA, con sede a Domusnovas (un piccolo centro a pochi chilometri dal capoluogo sardo). Come ricordato da Pisu, ''la Tavola Sarda, unione di diverse associazioni pacifiste attive nella difesa dei diritti umani, tra le quali Emergency ed Amnesty International, è stata la prima a denunciare le attività della fabbrica di morte facendole conoscere sia a livello regionale che nazionale e non senza difficoltà: oltre all'ostracismo da parte degli operai, delle loro famiglie e della quasi totalità del paese, abbiamo dovuto fare i conti con i sindacati confederali che, avendo i loro iscritti in fabbrica e non volendo perdere i tesserati, hanno fatto orecchie da mercante''. Nonostante le resistenze incontrate, quasi prevedibili in un territorio, il Sulcis- Iglesiente, piegato dalla disoccupazione giovanile record, dalla crisi occupazionale causata dalla delocalizzazione di industrie estrattive e pesanti che hanno lasciato strascichi di inquinamento e problemi correlati, la lotta della Tavola Sarda della Pace e della altre organizzazioni antimilitariste e pacifiste sarde continua con coraggio: ''ci rifiutiamo di credere che un Paese del G7 come l'Italia non riesca a dialogare con un altro membro di spicco come la Germania, sede centrale del colosso RWM, per trovare un accordo che salvaguardi più di 74 posti di lavoro. Ci rifiutiamo di credere che non ci sia un'alternativa percorribile alla costruzione di strumenti di morte, bombe ed altre armi devastanti oltretutto forniti ad uno Stato belligerante, ovvero l'Arabia Saudita, che li adopera contro obiettivi civili quali scuole e ospedali con il deliberato intento di attaccare e distruggere un altro Stato, in aperta violazione delle leggi internazionali e di quelle nazionali, su tutte la nostra Costituzione all'articolo 11''.

Opinione ribadita con veemenza dalla Consigliera Regionale Claudia Zuncheddu, segretario del movimento politico indipendentista Sardigna Libera, intervenuta anch'ella dal palco del sit-in: ''come rappresentanza del popolo sardo qui presente, esprimiamo con decisione la volontà di uscire dalle strategie della guerra, alle quali diciamo un secco no. Pur avendo le carte in regola per avviare una seria politica di sviluppo produttivo, la maggior parte dei nostri rappresentanti politici continua ad appoggiare la costruzione di basi militari e di fabbriche di morte, allineando la nostra economia a quelle mondiali di guerra. Ma noi, nonostante ciò, siamo qui per impedire che altre bombe prodotte e testate in Sardegna anche contro la nostra volontà partano da terminal blindati per raggiungere Stati palesemente belligeranti, i quali le usano per sterminare crudelmente delle popolazioni civili esattamente come la nostra, dei bambini innocenti, uomini e donne indifesi ai quali viene impedito con la prepotenza della guerra di invasione ed occupazione di vivere in pace nella loro terra''.

Il rifiuto di un modello produttivo basato sulle industrie pesanti ed inquinanti, sulla produzione bellica e sul militarismo visto dai presenti come ''vera forza di occupazione che rende la nostra regione complice forzata delle strategie geopolitiche di guerra e non certo di sviluppo globale'' apre, come ribadito da Pier Franco Devias, segretario di Libe.r.u., ''un grande solco tra il popolo sardo e la sua classe dirigente: la nostra presenza qui, sotto la sede del Consiglio Regionale e non, come nostro solito, in prossimità della basi che deturpano la nostra terra, è simbolica perché esprime il nostro rifiuto all'adeguamento che la connivente politica regionale vorrebbe noi mostrassimo nei confronti della massiccia ed ingiustificata presenza militare nella nostra regione. Alcuni dei nostri rappresentanti, sia a livello locale che regionale, pretendono la nostra supina accettazione di azioni, tempi e modi imposti dalla NATO e dai Ministeri della Difesa nazionali e mondiali a scapito delle nostre zone produttive, turistiche e di traffico commerciale. Perciò intendiamo ribadire che la politica locale e nazionale, anche solo con la sua rumorosa assenza alla manifestazione odierna, è complice perché, evidentemente, avalla queste prepotenze ed altre strategie che, a parole, sembra rifiutare''. Fu proprio il Presidente del Consiglio Regionale Gianfranco Ganau a dichiarare che la Sardegna ''si schiera a favore del disarmo nucleare e della partecipazione attiva alla creazione di un futuro pacifico e sostenibile per l'umanità'': tale dichiarazione, che lascia l'amaro in bocca alla luce dei fatti che vedono la Regione al centro del dibattito politico sulla militarizzazione del suolo e dello spazio aereo e marittimo, è stata rilasciata tre giorni prima della manifestazione antimilitarista sarda in occasione dello sbarco a Cagliari della Nave della Pace degli hibakusha, i sopravvissuti alle bombe atomiche sganciate dagli USA su Hiroshima e Nagasaki nel 1945, nel quadro degli eventi organizzati dalla Rete Italiana per il Disarmo.

Nonostante gli insegnamenti storici ''gli atteggiamenti prevalenti in risposta alle prepotenze subite in prima persona ed alle violenze compiute nel mondo sono di rassegnazione ed indifferenza''.

Nel corso del suo intervento Don Ettore Cannavera, altro portavoce della Tavola Sarda della Pace, spiega il paradosso dell'incoerenza che colpisce trasversalmente la politica istituzionale e i cittadini indifferenti. ''Persino Papa Francesco, la massima autorità ecclesiastica, si indigna per il nome dato ad una bomba, che suona come una vera e propria bestemmia, e si schiera apertamente contro ogni forma di occupazione militare: ma noi stessi ci mostriamo davvero capaci di accettare e mettere in pratica questi insegnamenti? Siamo realmente in grado di chiederci, anche qui ed ora, chi siamo e cosa vorremmo per noi stessi e per il nostro prossimo? Le persone sensibili, che hanno a cuore il problema della pace e le molteplici questioni ad essa correlate, come noi si domandano dove siano tutti i cittadini sardi ed i responsabili dell'amministrazione di questa tormentata regione. L'unica spiegazione che possiamo dare alla loro assenza è l'indifferenza. Il nostro grande conterraneo e maestro di cultura Gramsci scriveva 'Odio gli indifferenti', ed io lo voglio ribadire qui oggi insieme a voi! Il mio odio non è violento'', chiarisce ancora Don Ettore, ''bensì è intransigenza nei confronti di tutti coloro i quali, non volendo presenziare al sit-in di oggi, pensano che manifestare non abbia un senso e che non dia frutti, perché le cose non cambieranno mai in base alla nostra sola volontà. Ma la loro colpevole rassegnazione non ci può esimere dalla responsabilità della partecipazione, del gesto etico di dire 'io non ci sto', dell'indignazione e della lotta per non diventare complici di ben più gravi fatti che potrebbero accadere anche a causa della silente connivenza di molti, sia dentro che fuori dai palazzi della politica''.

Mentre la delegazione dell'ANPI sottolinea l'importanza strategica della scuola nell'educazione, formazione e futuro personale e professionale dei giovani affinché si sviluppino alternative al deleterio modello proposto, ovvero l'inaccetabile dicotomia tra lavoro e ambiente o diritti umani, Paolo Pisu, in accordo con le altre delegazioni politiche, sindacali e sociali presenti, ribadisce la necessità di trovare ''punti di coesione sui programmi di sviluppo produttivo che mirino al superamento del mero assistenzialismo, delle briciole della servitù che quietano sia i pescatori usurpati del loro lavoro a causa dell'interdizione dello spazio di pesca, sia gli operai dell'industria pesante o bellica come la RWM. Anche solo il minimo sostegno fornito ai traffici di armi è infatti illegale, oltre che eticamente scorretto, così come è altrettanto sbagliato pensare che le servitù militari producano PIL. È infatti dimostrato dai dati sull'occupazione a La Maddalena che, dopo l'abbandono della base da parte dei militari, è aumentata; così come è sbagliato pensare di poter ignorare le potenzialità produttive della Sardegna lasciandola alla mercé delle basi militari e delle industrie pesanti che, sotto la minaccia della delocalizzazione o della chiusura, continuano a depauperare, desertificare ed inquinare irrimediabilmente un territorio tra i più fertili al mondo''.

Purtroppo però, come riconosciuto dallo stesso Pisu, ''un modello di sviluppo compatibile col recupero e la valorizzazione del suolo e del mare sardi deve tenere conto della necessità della riconversione industriale anche di fabbriche come l'Alcoa e la RWM e della relativa ricollocazione occupazionale degli operai, compresi quelli facenti parte dell'indotto. Naturalmente, queste garanzie devono essere assicurate dai rappresentanti dei Parlamenti regionale e nazionale, non certo da noi semplici attivisti bersagliati dalle loro critiche: noi ci limitiamo infatti a mettere in campo una proposta di sviluppo fondata sull'agroindustria, sulla produzione industriale, sul turismo sostenibile a livello ambientale ed etico e sul superamento del mero assistenzialismo che mantiene l'intera regione in uno stato di profonda arretratezza e subalternità pseudo- coloniale''.

A conclusione del sit-in, sulle note della 'Marsigliese sarda', la mente corre al ricordo storico della rivolta antimilitarista e pacifista di Pratobello: come recita l'omonimo canto di protesta scritto da Rubanu, ''i tuoi figli sono scesi in lotta/ contro l'invasione militare/ che lì stava facendo rotta (…)/ Non banditi ma partigiani/ hanno dimostrato ai capitalisti (…) Orgosolo ha cacciato via i fascisti''.

I tempi cambiano ma ieri come oggi, dinnanzi a provocatorie proposte quale quella della Pinotti inerente il ritorno della leva obbligatoria nel servizio civile, si auspica che soprattutto i giovani sardi non cadano nella trappola della propaganda militarista ma decidano, invece, di mobilitarsi per resistere con il fondamentale appoggio delle forze politiche le quali sono chiamate a garantire loro delle valide alternative alle drammatiche prospettive di disoccupazione, arruolamento o emigrazione.

27/05/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Eliana Catte

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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