No al taglio della rappresentanza e dei diritti dei lavoratori

Dietro al belletto del presunto risparmio, il taglio dei parlamentari ha lo scopo di ridurre gli spazi politici alle classi sfruttate. Le radici di classe del nostro NO al referendum.


No al taglio della rappresentanza e dei diritti dei lavoratori Credits: https://cdn.pixabay.com/photo/2018/10/16/00/36/hand-3750367_960_720.jpg

Domenico Losurdo, in uno dei suoi libri come al solito ben documentati [1], sosteneva che il liberalismo ha ripetutamente cercato di contrastare la possibilità che le classi subalterne possano avere un’adeguata rappresentanza parlamentare. A questo proposito cita le elezioni che avvenivano all’esordio della “democrazia”, le quali discriminavano il diritto di voto per censo, razza e sesso (se si esclude il granducato di Finlandia, le donne hanno votato per la prima volta in Russia nel 1917 a seguito della Rivoluzione d’Ottobre e in Italia dopo la liberazione dal fascismo). Queste limitazioni venivano motivate con le teorie di John Stuart Mill, Tocqueville, Schumpeter, Hayek ecc., secondo cui sarebbe ragionevole escludere la “moltitudine bambina”, generalmente incapace di intendere, da questo diritto.

Una volta affermatosi faticosamente il suffragio universale, la strategia delle classi dominanti è stata quella di mettere comunque i bastoni fra le ruote a una rappresentanza dei ceti sfruttati. Si sono ideati così, in alternativa al suffragio censitario, i sistemi elettorali maggioritari, improntati sulla personalizzazione e il potere ai leader carismatici, il controllo politico ed economico dei mezzi di informazione, le difficoltà di sostenere i costi delle campagne elettorale da parte di chi non poteva disporre di generosi finanziatori. Si veda, ad esempio, il caso americano.

In direzione di una “de-emancipazione” delle classi lavoratrici vanno l’introduzione in Italia del maggioritario dopo un referendum fortemente manipolato dai media e con il sostegno di un neonato Pds in totale disarmo ideologico e le concentrazioni delle testate giornalistiche e delle reti televisive che hanno favorito la “discesa in campo” di Berlusconi.

La crisi mondiale del capitalismo e il tentativo di contrastare la caduta del saggio del profitto attraverso le politiche ordo-liberiste hanno bisogno ancora di più di una democrazia elitaria e di mettere da parte i principi socialmente più avanzati della nostra Costituzione, come pure di ridurre gli strumenti a disposizione del mondo del lavoro per opporre resistenza ai disastri sociali provocati da queste politiche.

In questo senso andava la riforma costituzionale di Renzi, bocciata sonoramente dagli italiani e caldeggiata dai grandi poteri finanziari internazionali. In questo senso va la nuova legge che dispone la riduzione del numero dei parlamentari. Si tratta di un’ulteriore tessera del mosaico progettato per ridurre la democrazia, così come sta avvenendo anche in molti altri paesi. Già nel 1973 la Commissione Trilaterale di Rockefeller, Brzezinski e Kissinger, nel suo “The crisis of democracy”, invitava a far dimagrire gli strumenti rappresentativi. Nel 1997 fu la bicamerale di D’Alema, poi naufragata, a proporre questo taglio. Facciamo un altro salto e giungiamo al 2017, quando Luigi Di Maio è andato ad incontrare la Trilaterale a Cernobbio, suscitando una forte reazione critica di Ferdinando Imposimato. Aggiungiamo, rischiando l’accusa di complottismo, che un disegno analogo, addirittura più moderato, era contenuto nel “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli, piano che pezzo per pezzo si sta attuando col beneplacito di destra e Pds-Ds-Pd.

Il taglio si accompagna a sistemi elettorali truffaldini, ripetutamente bocciati dalla Corte Costituzionale, ma sempre dopo che siano stati utilizzati nelle consultazioni, all’introduzione in Costituzione dell’obbligo del pareggio di bilancio, che subordina l’agibilità dei diritti sociali agli andamenti dei mercati finanziari (perché il bilancio pubblico e il debito pubblico dipendono in buona parte dai responsi del “mercato”), alla cosiddetta autonomia differenziata, che fa dipendere tali diritti dalla disponibilità finanziaria delle singole regioni e ai decreti di Salvini che introducono una serie di nuovi reati a limitazione del diritto di manifestare. Che ormai ci sia un conflitto fra capitalismo e democrazia non lo vede solo chi non vuol vederlo. Che gli interessi del capitale siano difesi sia dal populismo di destra che dal liberismo del Pd, i quali si scontrano solo a parole o in merito alle clientele da proteggere, è dimostrato dalla mancanza di volontà di questo nuovo governo di rimediare alle leggi liberticide volute da Salvini.

Questa volta però il disegno è più insidioso del solito, perché gli italiani, chiamati a decidere nel referendum del prossimo 29 marzo se confermare o meno il taglio, non sono stati sufficientemente informati della portata del provvedimento – i tempi per farlo sono (casualmente?) strettissimi – e sono stati inondati invece da dosi massicce di demagogia. E anche alcune forze che in occasione del referendum sulla “deforma” renziana  si schierarono contro (la Lega di Salvini, il Movimento 5 Stelle e il Fatto Quotidiano, Forza Italia e Fratelli d’Italia) oggi remano a favore, parlando alla pancia delle gente che a ragione si lamenta dell’inettitudine della nostra classe politica e della diffusa sua corruzione e si rallegra se vengono presi provvedimenti che riducono il costo di questa politica.

La democrazia ha dei costi e la loro riduzione non può essere a scapito della sua agibilità. Vi sono altri modi per ridurli, per esempio riducendo stipendi e alcuni privilegi dei parlamentari. Ma soprattutto risparmi ben più consistenti devono essere effettuati sulle generose erogazioni che avvengono per socializzare le perdite di imprese e banche o sulla corsa agli armamenti utilizzati ormai in chiave offensiva verso i popoli che non intendono sottomettersi al nostro imperialismo e a quello made in Usa.

Occorre rendere chiaro che in realtà siamo di fronte a un tentativo, che viene da lontano, di svilire il ruolo del Parlamento. L’indicazione nelle schede elettorali del candidato premier, per esempio, tende ad attribuire a chi vince le elezioni un potere rilevante e costituisce un passo verso il presidenzialismo. I continui oltraggi al Parlamento con leggi approvate a suon di voti di fiducia e con maxi emendamenti a loro volta inemendabili, sono un altro tassello di questo disegno. Se verrà confermata dall’elettorato la riforma, spariranno quasi il 40% dei deputati e senatori. E il combinato disposto con l’attuale legge elettorale determinerà dei vuoti di rappresentanza dei cittadini sui territori. La rappresentanza al Senato sarà particolarmente colpita. Infatti i senatori sono eletti su base regionale. Due regioni hanno un solo rappresentante. Altre 9 hanno dai 3 ai 5 rappresentanti. Pertanto, anche a prescindere dalla legge elettorale, servirà una soglia altissima di voti, di gran lunga al di sopra degli sbarramenti previsti dalla legge, per eleggere un senatore. Milioni di cittadini non avranno la possibilità di riconoscersi in un eletto.

Anche la Segreteria nazionale dell’Anpi si è pronunciata, esprimendo “preoccupazione e dissenso sulla riforma”. L’associazione dei partigiani sostiene che la motivazione del risparmio non regge essendo esso “del tutto irrilevante per i conti pubblici” e in ogni caso “una riduzione dei costi non può essere l'obiettivo di una riforma che incide profondamente sulla natura della democrazia italiana”. L’Anpi sostiene anche che “il provvedimento renderà precario e macchinoso il funzionamento delle commissioni e di ogni altro suo organo”.

I comunisti, pur non considerando la democrazia rappresentativa borghese un feticcio da adorare, sanno che essa può costituire un terreno utile per far avanzare diritti e rapporti di forza in favore dei lavoratori e che può costituire un passaggio intermedio verso forme più elevate di democrazia. Tanto più che la nostra Costituzione enuncia principi sociali importanti. E quindi la nostra iniziativa nel corso di questa campagna referendaria deve basarsi sulla difesa della Costituzione, la valorizzazione del ruolo del Parlamento e della rappresentanza proporzionale.

Siamo consapevoli della difficoltà estrema di questa battaglia ma, come ebbe a dire Che Guevara, chi non lotta ha perso in partenza. Di fronte all’ondata di qualunquismo sarà comunque utile la nostra voce fuori dal coro, una voce che può aiutare la presa di coscienza del carattere dello scontro politico in questa fase da parte di un numero crescente di lavoratori.

E quindi invitiamo i militanti e i quadri comunisti, ovunque collocati a far parte dei comitati per il NO che si vanno costituendo, aggiungendo al compito di difendere la democrazia formale, quello di evidenziare i reali interessi della classe lavoratrice, che sono quelli di mantenere aperte prospettive di riscatto così ferocemente avversate dal capitale nazionale e internazionale.


Note:

[1] D. Losurdo, Democrazia o bonapartismo. Trionfo e decadenza del suffragio universale, Bollati Boringhieri, 1993

17/02/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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