Rom e Sinti

Ancora oggi il razzismo nei confronti di Rom e Sinti è uno degli argomenti più efficaci del populismo di destra che si basa su alcuni pregiudizi che dipendono da una mancata conoscenza storica della questione.


Rom e Sinti Credits: https://www.osce.org/it/roma-and-sinti

Quelli che siamo abituati dall’ideologia dominante a definire zingari, sono in realtà un antico popolo transnazionale suddiviso essenzialmente in due rami: i Sinti, che vivono generalmente a nord e i Rom che vivono a sud. Entrambi non si riconoscono affatto nei termini zingaro o gitano, che anzi considerano spregiativi e fondamentalmente razzisti. La stessa definizione, apparentemente più neutra di nomadi, è anch’essa fondata su pregiudizi dovuti, come generalmente avviene, a una mancata conoscenza storica. Questo popolo, infatti, già in epoca antica era stanziale, vivendo nelle valli del fiume che noi chiamiamo Indo e loro Sinto. Furono in un numero significativo costretti ad abbandonare il loro territorio a seguito di un’invasione dei persiani nel secolo XI. Dunque non sono affatto nomadi per cultura o vocazione – a meno ovviamente di casi particolari – né alle origini e nemmeno oggi, visto che la grande maggioranza di Rom e Sinti è tutt’ora stanziale e, spesso, la minoranza nomade lo è indipendentemente dalla propria volontà.

Come è stato documentato da cronache armene e arabe tali popolazioni che in parte furono costrette a spostarsi verso ovest dopo l’anno mille erano già allora particolarmente abili nella lavorazione dei metalli, nell’allevamento dei cavalli, nella musica, nella danza, oltre a essere abili commercianti. Nonostante la diaspora di una parte di questo popolo, iniziata circa un migliaio di anni fa, sono riusciti a mantenere e tramandare la loro lingua e con essa la loro cultura. Evidentemente, in quanto profughi, una parte di queste popolazioni fu costretta a vivere di espedienti, finendo così in determinati casi per violare la proprietà privata altrui.

Questo permette in parte di comprendere gli editti che, già nei secoli passati, miravano ad allontanare tali profughi portatori di una cultura e di usi e costumi differenti, dalle popolazioni stanziali con cui entravano in contatto. Anche perché per il potere costituito rappresentavano, al contempo, un elemento che poteva in qualche modo destabilizzare l’ordine costituito e le tradizioni e le ideologie necessarie al suo mantenimento e un comodo capro espiatorio, contro cui far sfogare la rabbia impotente degli oppressi, nella già allora guerra fra poveri così importante per tutelare gli ingiusti privilegi degli sfruttatori.

L’invasione dei Balcani, dove in grandissima parte si erano stanziati sinti e rom in fuga dall’India, da parte dei Turchi – seguaci ortodossi e intolleranti della nuova religione cui avevano aderito – costrinse la parte della popolazione più legata all’indipendenza e ai propri costumi di cercare una via di fuga nell’emigrazione. Così fra il XIV e il XV secolo gruppi di sinti e rom cominciarono a trasferirsi nell’occidente cristiano, raggiungendo l’Italia dove si stanziarono in particolare in territori disabitati o abbandonati dalle popolazioni italiane, che contribuirono a ripopolare, soprattutto in Abruzzo e Molise. La grande maggioranza divenne così ben presto stanziale, sviluppando l’agricoltura oltre alle altre attività tradizionali già citate.

Anche in questo caso la differenza nel modo di pensare e di agire dei profughi era malvista dalle autorità delle comunità con cui entravano in contatto. Tanto che per evitare persecuzioni ottennero un documento dall’imperatore Sigismondo che li dichiarava “pellegrini del piccolo Egitto” [1], dunque appartenenti alle antiche comunità cristiane mediorientali finite sotto il dominio mussulmano. Sigismondo, essendo a capo di un impero multinazionale e in parte multiculturale tendeva, anche in questo modo, a contrastare il sorgere dei sentimenti nazionali che porteranno tanto al crollo degli imperi, quanto a una maggiore persecuzione dei popoli transnazionali come sinti e rom.

Stanziatisi in piccola parte in Italia, insieme ad albanesi e Greci, anch’essi in fuga dagli ottomani, finirono ben presto per ampliare la propria cultura attraverso il contatto con la cultura italiana, che a loro volta influenzarono. In particolare nel Rinascimento anche la cultura alta italiana, in ambito musicale, è stata positivamente influenzata dalla ricca tradizione musicale dei rom.

Ciò nonostante soprattutto i rom costretti a emigrare in seguito e, dunque, necessariamente più poveri e instabili, venivano considerati con sospetto dalle autorità costituite, sempre interessate ad alimentare la xenofobia e il sospetto verso stranieri, vagabondi e mendicanti, per meglio mantenere il proprio dominio sulle popolazioni locali. Perciò già nel XVI secolo, furono considerate genti barbare d’oriente, contaminate dall’aver vissuto per lungo tempo sotto il dominio degli infedeli mussulmani, tanto da essere banditi dai ricchi centri commerciali come Milano.

Tale persecuzione, con gli stessi motivi di fondo, dura purtroppo sino ai giorni nostri. Sebbene conosce dei picchi nelle fasi storiche in cui un modo di produzione in profonda crisi aggredisce un modo di produzione più moderno, giusto e razionale che rischia di affermarsi spodestando il primo. Così, per incanalare su un binario inoffensivo la sacrosanta rabbia popolare dinanzi alla crisi e alla guerra, la classe dirigente politica, al servizio della classe economicamente dominante, alimenta il mito del razzismo funzionale alla guerra fra poveri, attraverso la criminalizzazione dell’indigenza, per cui gli ultimi della società costituirebbero, in quanto tali, delle classi pericolose.

Per quanto riguarda il nostro paese l’apice della persecuzione dei rom si raggiunge alla vigilia della Seconda guerra mondiale, quando il regime fascista, per volontà esplicita di Mussolini, inaugura una politica di pesantissime discriminazioni “razziali”, legalizzate nel 1938, che colpiscono le principali minoranze etniche e religiose, in primo luogo ebrei e rom. Questi ultimi, in particolare, subiscono la tragica sorte delle popolazioni coloniali africane che non avevano adeguatamente sostenuto il dominio imposto dall’imperialismo straccione italiano. Furono anch’essi in massa deportati in campi di concentramento dove in larga parte trovarono, come già era avvenuto per le popolazioni coloniali, una terribile morte di stenti.

Ancora più terribile fu la persecuzione che destinò ai sinti e rom la Germania nazista, da diligente allieva del fascismo in grado di “superare” in diversi campi il maestro. Nel corso della guerra, via via che le cose si mettevano male per l’esercito nazista, che inizialmente era ritenuto irresistibile, ma aveva poi subito un’autentica disfatta da parte dell’Armata rossa dopo l’aggressione all’Urss, anche i rom finirono per essere utilizzati, come gli ebrei, da capro espiatorio, sempre sulla base dell’irrazionalistico mito della purezza razziale. Per cui i rom, come gli ebrei, erano accusati di essere razze inferiori che contaminavano la superiore razza ariana.

Paradossalmente il genocidio cui andarono incontro sinti e rom fu meno sistematico di quello degli ebrei, perché a differenza di questi ultimi, che in larga misura erano stati o si erano integrati, i rom erano stati lasciati maggiormente ai margini della società, tanto che anche nella democratica Repubblica di Weimar era stato creato, già nel 1929, un “Ufficio centrale per la lotta contro la piaga zingara”. Lo scopo era di fare dei rom un capro espiatorio per la terribile crisi economica che colpiva tutti i paesi a capitalismo avanzato. Così, sebbene non pianificata come quella degli ebrei, anche rom e sinti verso la fine della guerra furono nei fatti condannati alla soluzione finale nei campi di sterminio. D’altra parte nel momento che compresero a quale sorte erano condannati, furono gli unici a trovare la forza e il coraggio di organizzare una significativa resistenza nei campi di sterminio, riuscendo a resistere per ben tre mesi prima di essere passati per le armi.

D’altra parte, proprio perché più integrati e considerati a tutti gli effetti occidentali, gli ebrei, dopo la sconfitta del nazi-fascismo, non furono più generalmente discriminati, ghettizzati e soggetti addirittura a veri e propri pogrom come avviene ancora ai giorni nostri ai rom. Addirittura si potrebbe pensare che la discriminazione verso rom e sinti sia considerata quasi come un segno di adesione al mondo occidentale. Tanto che nella maggior parte dei paesi dell’est europeo, dopo che negli anni della abortita transizione al socialismo sinti e rom erano stati generalmente integrati nel caso lo volessero, o valorizzati nelle professioni che avevano tradizionalmente praticato (in particolare in Jugoslavia), tutt’oggi sono sempre più apertamente discriminati in paesi che sono entrati nella Nato e nell’UE come l’Ungheria, o aspirano a entrarvi come l’Ucraina.

Si tratta certo di casi limite, in cui ancora oggi vi sono veri e propri pogrom contro sinti e rom, ma più in generale con la vittoria della controrivoluzione nei paesi dell’est europeo è aumentato il razzismo, la maggioranza della popolazione si è impoverita e molti, fra cui anche diversi rom, sono stati più o meno costretti a emigrare. Da questo punto di vista particolarmente devastante è stata l’aggressione imperialista che ha dissolto la Jugoslavia. Si sono così riversati in occidente come profughi diversi rom, che da secoli erano stanziati nell’Europa orientale.

Questo ha favorito la ripresa della propaganda razzista del populismo di destra, che alimenta il mito secondo cui gli zingari sarebbero tradizionalmente dei ladri. Si tratta al solito di un pregiudizio che si afferma solo grazie all’ignoranza. In effetti la grande maggioranza dei rom è stanziale e vive (circa il 90%) ancora nei Balcani e, soprattutto, in Romania. In questi paesi dove per lo più risiedono, i tassi di criminalità non sono mai stati superiori a quelli della restante parte della popolazione.

In Italia rom e sinti sono circa 150.000, in gran parte stanziali in Italia dal medioevo. Anche in questo caso il tasso di criminalità non è diverso dagli altri italiani. I problemi riguardano l’esigua porzione di rom recentemente giunti in Italia in condizioni di profughi, costretti a sopravvivere in condizioni disumane in veri e propri campi di segregazione. Non avendo nulla, non avendo quasi mai la possibilità di avere un lavoro normale – in quanto praticamente nessuno assume un rom proveniente da un campo profughi – con un numero molto alto di minori (nei campi il 50% della popolazione ha meno di 16 anni) scarsamente alfabetizzata, è evidente che vi siano tassi di micro criminalità più elevati della media e di grande criminalità decisamente inferiore. Bisogna, infine, considerare che questa minoranza, costretta a sopravvivere in condizioni disastrose, in Italia è davvero ultraminoritaria, appena lo 0,25% della popolazione, ovvero la percentuale più bassa d’Europa.


Note:

[1] Da questa presunta provenienza egiziana deriva il termine gypsies, che sarebbe stato in seguito ulteriormente storpiato in gitani, termine con cui vengono ancora definiti, con un’accezione per lo più negativa, queste popolazioni. Prendiamo questa e altre informazioni da un’interessante intervista a uno dei più significativi intellettuali rom viventi, Santino Spinelli, a cura di Damiano Tavoliere, intitolata La cultura millenaria di un popolo, pubblicata su “Il manifesto” del 10/8/2019. Sullo stesso numero si trova un altro articolo molto interessante, opera anch’esso di Damiano Tavoliere, intitolato Un genocidio dimenticato da cui abbiamo tratto dati importanti per la stesura di questo articolo.

27/10/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: https://www.osce.org/it/roma-and-sinti

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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