David 2019: che vinca il peggiore

Nonostante a trionfare sia stato il campione dell’ideologia postmoderna dominante, i premi conquistati da film coraggiosamente antagonisti all’industria culturale, come Santiago, Italia e Sulla mia pelle, lasciano ben sperare.


David 2019: che vinca il peggiore Credits: https://nerdando.com/2019/02/20/david-di-donatello-2019-ecco-i-candidati/

Il più ambito premio cinematografico italiano ha visto trionfare Dogman di Matteo Garrone, presumibilmente il film e il regista più in linea con l’ideologia dominante fra gli intellettuali tradizionali del nostro paese, che costituiscono la giuria che assegna i David. Su 14 candidature, ha ricevuto ben 9 premi, fra cui i più ambiti: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio, miglior fotografia e suono. A ulteriori dimostrazione di quanto siano attualmente sfavorevoli i rapporti di forza per le classi subalterne non solo sul piano strutturale, ma anche sul piano delle sovrastrutture. In altri termini, il trionfo di Dogman e di Matteo Garrone dimostrano la capacità di egemonia degli intellettuali al servizio della classe dominante sulla società civile. Dogman sia dal punto di vista della forma, che del contenuto è la più esemplare dimostrazione del dominio dell’ideologia del postmodernismo sugli intellettuali tradizionali italiani e di conseguenza sulla società civile. L’egemonia dell’ideologia dominante è talmente pervasiva che diversi intellettuali sedicenti di sinistra, anche radicale, non hanno nulla da eccepire sul trionfo di Dogman a ulteriore dimostrazione del fatto che gli intellettuali della sinistra (borghese) sono del tutto privi di una concezione del mondo autonoma e antagonista rispetto a quella dominante e, quindi, non fanno altro che radicalizzare le direttive dell’ideologia al potere e dell’industria culturale. A ulteriore dimostrazione che non rappresentano nemmeno più l’ala destra dello schieramento dei subalterni, ma sono divenuti l’ala sinistra degli intellettuali al servizio, in modo spesso inconsapevole, della classe dominante.

D’altra parte, è sempre necessario accompagnare il pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà e non dimenticare che l’imperialismo si presenta come una tigre, ma in realtà è di carta nella sua essenza. Per cui è possibile contrastarlo efficacemente, se non si dà perduta in partenza, la lotta (di classe) delle idee a livello delle sovrastrutture. Così, il migliore film italiano dell’anno, il più antitetico all’ideologia dominante e all’industria culturale, Santiago, Italia di Nanni Moretti – attualmente il più avanzato regista della vecchia guardia – riesce a imporsi come miglior film nel genere documentario, in cui è stato a torto relegato. In quanto il miglior “documentario”, in questo caso, era fuori di dubbio il migliore, il più avanzato e radicale film italiano dell’anno. Significative anche sono state le parole con cui il coraggioso e controcorrente regista ha commentato a caldo il premio ricevuto: “son contento di ricevere il premio per il film che racconta questa bella storia italiana di accoglienza”. A sottolineare appunto che il battersi contro l’ideologia dominante del governo più sfacciatamente razzista della Repubblica italiana, volta a fomentare la guerra fra poveri – per lasciare incontrastata la lotta di classe condotta del blocco sociale dominante ai danni di piccola borghesia, proletariato e sottoproletariato, tanto autoctoni che immigrati. Il film di Moretti è la più eclatante dimostrazione che un altro mondo, radicalmente antagonista all’esistente, non solo è possibile, ma è stato reale sino a pochi anni fa ed è assolutamente necessario oggi se le classi subalterne vogliono riconquistare la libertà, anche a livello ideologico, che gli è sempre più negata dal dominio della grande borghesia e del suo pensiero unico. Il film racconta la grande solidarietà con cui sono stati accolti pochi decenni fa i profughi del Cile da parte della masse popolari italiane, che erano ancora in grado di riconoscersi negli oppressi degli altri popoli e, quindi, di praticare la celebre direttiva con cui si chiude il Manifesto del partito comunista, ossia “proletari di tutti i paesi, unitevi!”. Che è proprio quello che vuole impedire l’ideologia dominante, che fa di tutto per propagandare il razzismo, la xenofobia per ridurre il proletariato italiano da classe potenzialmente rivoluzionaria, a plebe volta a difendere i propri miserabili privilegi dinanzi ai nuovi “schiavi” deportati dalla borghesia dai paesi che più subiscono gli effetti negativi dell’imperialismo e del neocolonialismo.

Significativa è stata anche l’affermazione del secondo migliore, più coraggioso e antagonista film italiano dell’anno, ovvero Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, risultato il film più premiato dopo Dogman. Questa importante opera di denuncia dello stato putrescente delle istituzioni dell’imperialismo straccione italiano ha ottenuto importanti e significativi riconoscimenti: in primo luogo il David giovani, ossia il premio di miglior film assegnato da una giuria di studenti. A dimostrazione di come questo film, pur essendo apertamente antitetico all’ideologia dominante e all’industria culturale, sia stato in grado di far riflettere i giovani e in particolare gli studenti e di mobilitarli contro questo sistema sempre più putrescente. Inoltre il coraggioso regista è stato meritatamente premiato come miglior regista esordiente, a ulteriore dimostrazione che le giovani generazioni non sono affatto del tutto perdute ed egemonizzate dall’ideologia dominante, come ci vogliono far credere. Anche il premio come migliore produzione è stato riconosciuto in modo del tutto meritato alla Cinemaundici, Lucky Red che ha avuto l’indubbio merito di puntare su un film così apertamente controcorrente. Il film ha ricevuto anche il meritato premio per il miglior attore protagonista, assegnato ad Alessandro Borghi che ha valentemente e coraggiosamente interpretato il calvario di Stefano Cucchi. Le sue dichiarazioni sono state, insieme a quelle sopraricordate di Nanni Moretti, le uniche davvero significative e da citare, in quanto Borghi ha dedicato il premio non solo a Stefano Cucchi, ma a quello che questa tragica vicenda deve aiutarci a non dimenticare mai, ossia l’“importanza di essere riconosciuti essere umani a prescindere da tutto”. Anche in questo caso, in aperto antagonismo con l’ideologia dominante, tutta volta alla criminalizzazione della povertà e all’esaltazione degli apparati repressivi dello Stato imperialista, l’attore ha valorosamente ricordato l’importante messaggio del film incentrato sull’importanza decisiva del riconoscimento dell’altro, per quanto possa essere in basso nella scala sociale, come un essere umano, eguale quindi a ogni altro. Inoltre l’attore ha rivendicato la grande scommessa vinta con un film che, non mirando minimamente al profitto, ha mirato esclusivamente a ricostruire una parte della verità e della giustizia negata e, proprio per questo, in modo del tutto inatteso, ha avuto un eccezionale successo di pubblico soprattutto fra i giovani che hanno auto-organizzato tutta una serie di importanti proiezioni collettive.

Un altro aspetto incoraggiante di questa premiazione è che non sempre il male paga, ossia che alcuni pessimi film, completamente proni all’industria culturale e all’ideologia dominante, primo fra tutti il davvero insostenibile Chiamami col tuo nome – assurdamente esaltato dagli (a)critici cinematografici de Il manifesto e che aveva collezionato ben 12 immeritate candidature – si è dovuto accontentare del premio alla migliore sceneggiatura non originale. Discorso analogo vale per gli altri due discutibilissimi film che avevano collezionato il maggior numero di candidature, dopo Dogman (14), ovvero Capri-revolution con 13 e Loro (12). In entrambi i casi si tratta di operazioni particolarmente ambigue, ossia di due prodotti dell’industria culturale, sostanzialmente conformi all’ideologia dominante, ma che tendono a presentarsi e ad apparire come film di “sinistra”. In tal modo, mirano opportunisticamente a dare un colpo al cerchio e uno alla botte, di essere opere conformi all’ideologia dominante e di apparire al contempo di opposizione, contribuendo a creare confusione e, sostanzialmente, a screditare la “sinistra”, per la sua subordinazione ideologica all’egemonia del pensiero unico. In entrambi i casi i premi hanno parecchio ridimensionato queste operazioni essenzialmente opportuniste. Loro si è dovuto accontentare del, peraltro discutibile, premio per la migliore attrice protagonista a Elena Sofia Ricci che ha interpretato, senza alcuno spirito critico ed effetto di straniamento, il personaggio della consorte di Berlusconi. Mentre Capri-revolution si è dovuto accontentare di due premi minori: miglior musicista e miglior costumista. Positivo anche il fatto che il davvero pessimo e del tutto allineato all’ideologia dominante postmoderna Lazzaro felice, pur avendo ricevuto diverse nomination – persino quella davvero assurda di miglior film – non ha ottenuto nessun premio.

Il David dello spettatore, ossia il premio dato al film più visto dell’anno, è andato ad A casa tutti bene, un film ultra-opportunista fatto a posta per essere visto un po’ da tutti. Una classica commediola all’italiana, che resta la ricetta di punta dell’industria culturale italiana, ben confezionata con un super cast e che evita di toccare questioni sostanziali necessariamente divisive, per poter piacere o almeno non dispiacere un po’ a tutti. Inoltre il film ha almeno il merito di non scadere nel post-moderno, nel gusto per il grottesco, nel piacere di rimestare nel torbido che sembrano i tratti distintivi del cinema presunto d’autore italiano contemporaneo.

Magra consolazione per il premio al miglior film straniero dato al manieristico Roma di Cuarón, già vincitore del premio oscar. Indubbiamente il film era meno peggio di altre due nomination, quelle assurdamente andate ai pessimi Bohemian Rhapsody, mero prodotto culinario dell’industria culturale, e il reazionario Cold War. Il film premiato, come gli altri due che hanno ricevuto la nomination, ovvero Tre manifesti a Ebbing, Missouri e Il filo nascosto sono certamente significativi dal punto di vista formale, ma poco più che mediocri dal punto di vista del contenuto, non avendo tutti e tre, o meglio tutti e cinque i film nominati, niente di sostanziale da comunicare. Segno che il mondo del cinema mainstream italiano è completamente egemonizzato dalla concezione di destra formalistica dell’arte, che ha le sue origini nell’estetica crociana. Peraltro, non avendo, salvo poche eccezioni, – Nanni Moretti, Cremonini e il meritevole e coraggioso documentario La strada dei Samouni, per la regia del sempre lodevole Stefano Savona [1] – nulla di sostanziale da comunicare gli altri film italiani premiati o nominati, è evidente che si riconoscono in film stranieri di stampo formalistico.

Tra i film italiani che, pur meritandola, non hanno ricevuto nemmeno una nomination spicca Prima che la notte di Daniele Vicari, un film – per quanto realizzato per la televisione – significativo e certamente meritevole di essere nominato e premiato più della maggior parte dei film che hanno conseguito questo obiettivo. Certo il film è stato certamente penalizzato per il fatto di essere un film per la televisione, in quanto tale non candidabile, anche se è stato immeritatamente nominato tra i migliori registi esordienti l’autore del davvero mediocre film per la televisione Fabrizio De André - Principe libero. D’altra parte, per quanto riguarda le nomination ai migliori registi esordienti, tolto il meritatissimo vincitore Alessio Cremonini per Sulla mia pelle, sono tutte molto discutibili e non lasciano prevedere nulla di buono per il futuro del cinema italiano. Particolarmente intollerabile e assurdamente sopravvalutato è senz’altro La terra dell'abbastanzatutto teso esclusivamente a rimestare nel torbido e a compiacersi nella rappresentazione naturalistica degli aspetti fenomenici più putrescenti dell’attuale società. Molto discutibile anche Ridedel valente attore Valerio Mastandrea anch’egli, nonostante la buona volontà, privo di una concezione autonoma del mondo rispetto a quella dominante e, quindi, egemonizzato dal postmodernismo e sostanzialmente incapace di esprimere contenuti sostanziali. Anche l’ultimo film nominato, Hotel Gagarin, nonostante l’interessante spunto inziale. finisce con il perdersi nei soliti cliché della commediola all’italiana.

[1] Non possiamo che sospendere il giudizio su Arrivederci Saigon di Wilma Labate, autrice in passato di film degni di nota, che non siamo riusciti a vedere anche per la scadente distribuzione che ha avuto.

07/04/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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