Le lotte di liberazione nazionale nell'epoca dei nazionalismi

La cronaca dell'incompiuta rivoluzione catalana per l'indipendenza dalla Spagna monarchica in crisi.


Le lotte di liberazione nazionale nell'epoca dei nazionalismi

Marco Santopadre, nel suo nuovo libro intitolato “La sfida catalana. Cronaca di una rivoluzione incompiuta” [1] presentato nel corso di un tour di incontri pubblici che ha fatto tappa lo scorso 20 luglio anche a Nuoro, presso la sede di Libe.r.u. (Lìberos Rispetados Uguales), collega i nuovi fascismi legati alla repressione in Catalogna a quelli storici franchisti-falangisti.

Ferite ancora aperte perché, come scriveva Gramsci, “la storia insegna, ma non ha scolari”; seguendo quest'ottica, la questione catalana non può certo essere relegata nel dimenticatoio della storia, in quanto presenta elementi emblematici sul senso comune, la sua dirompenza e talvolta, purtroppo, anche la sua facile orientabilità, ed altri di riflessione sul paradigma del dominio nella società.

Santopadre, giornalista della testata online Contropiano, si occupa di temi di politica internazionale e movimenti di liberazione nazionale: da sempre attento alla lotta delle nazioni senza Stato, compreso il movimento per l’indipendenza della Sardegna, è stato diretto testimone dei convulsi giorni in cui la Catalogna ha votato per dire Sì o No alla fondazione di una Repubblica indipendente dalla monarchia iberica. Da osservatore e cronista delle ancora attuali vicende catalane, ripercorre col suo ultimo libro le mobilitazioni dello scorso anno facendo un excursus che va dalla genesi dello Stato spagnolo, a partire dalla dittatura fascista di Franco, passando per le elezioni parlamentari, il referendum indipendentista catalano, le questioni basche e galiziane, fino alla dura repressione da parte del governo e della monarchia.

Le storiche istanze indipendentiste, guidate da solide argomentazioni economiche, politiche, sociali e culturali, dopo difficili giornate di proteste pacifiche, sono sfociate, il 1 ottobre 2017, nel voto per il referendum sull’autodeterminazione: milioni di catalani hanno votato esprimendosi a favore con il 90% delle preferenze, sfidando i divieti imposti dal governo di Madrid e l’indiscriminata repressione da parte dell’esercito, che aveva occupato istituzioni e spazi pubblici di Barcellona.

Si è trattato del più massiccio atto di disobbedienza civile e politica, in nome della sovranità popolare e della democrazia, mai avvenuto in Europa negli ultimi decenni, e seguito, due giorni dopo, dallo sciopero generale più imponente realizzato dalla morte del dittatore Francisco Franco: furono perciò dure le reazioni di non accettazione della legittimità e del risultato della consultazione popolare tanto da parte del governo e della Corona spagnola, quanto da parte degli Stati membri e delle istituzioni dell’Unione Europea.

La sfida della quale parla Santopadre, che si può dire tutt’ora in corso, nasce da un irrigidimento altrettanto nazionalista della classe politica spagnola e dalla devastante crisi economica ed occupazionale che hanno mostrato una Spagna monarchica vetusta, arroccata su posizioni ancora troppo assimilabili ai residuati del franchismo, un governo indipendentista catalano commissariato con i leader in esilio, un processo di centralizzazione forzata, sostenuto dalle istituzioni europee e da alcune grandi imprese multinazionali, ed uno svuotamento valoriale e pratico della democrazia partecipativa, mediante metodologie censorie, intimidatorie e repressive che si avvalgono dell’applicazione di imputazioni politiche ammantate di legalitarismo.

Alcuni mesi dopo il referendum, l’autonomia catalana è stata ridotta e commissariata; decine di dirigenti e militanti politici sono stati costretti all'esilio o rinchiusi in prigione per reati politici e contro la pubblica sicurezza.

La Spagna ha rivelato, soprattutto nel corso di questo periodo, un volto da giano bifronte dagli inquietanti tratti di continuità col franchismo, ferita ovviamente insanabile: da una parte, artisti ed altri cittadini sono finiti in carcere per aver espresso il proprio dissenso anche attraverso i social network, con critiche nei confronti della risaputa corruzione della monarchia e della classe politica o, semplicemente, attraverso il testo di una canzone contro i Borboni e, dall’altra, i responsabili di un brutale stupro, tra i quali un militare ed un poliziotto, hanno ottenuto un trattamento di favore, vedendosi notevolmente diminuita la pena.

Il libro “La sfida catalana. Cronaca di una rivoluzione incompiuta” nasce dunque dalla necessità di colmare numerose ed evidenti lacune nell’analisi della vicenda catalana, archetipo delle lotte politiche, sociali e culturali storiche proprie delle nazioni senza Stato, che ha colto evidentemente impreparati, nonostante i chiari prodromi, buona parte dei media, dell’opinione pubblica e delle forze politiche di sinistra e progressiste.

Infatti, come ribadito dall’autore, “i Catalani non hanno il feticcio di uno Stato: semmai, sanno che questo è l’unico strumento a disposizione per affermare la democrazia, per tutelare la popolazione e le sue istanze e per opporre una Repubblica ad una monarchia nata dalle ceneri del franchismo, quindi machista, muscolare e repressiva”. Questa asserzione è ulteriormente dimostrata dall’atteggiamento politico di alcuni anarchici e dei libertari di sinistra catalani: infatti, anche loro appoggiano la realizzazione di uno Stato indipendente, repubblicano e democratico, puntando così ad aprire una breccia attraverso la quale si possano accogliere le proprie istanze.


La provocazione contenuta nel titolo rimanda all’arresto della sfida catalana che, indipendentemente dagli accadimenti, resta comunque un valido laboratorio politico: in particolare, il referendum e la trasformazione dei CDR (Comitati di Difesa della Repubblica), nati dalla sinistra indipendentista anti-sistema, sono stati una chiave movimentista nelle logiche decisionali prima ad esclusivo appannaggio dei partiti e delle forze politiche codificate.

La tentata rivoluzione ha quindi scoperchiato questioni silenziate, quale quella spinelliana dei federali Stati Uniti d’Europa, quella legata all’assenza di democrazia effettiva, alla repressione ed alla mancanza di comprensione e sostegno da parte delle sinistre liberali, centriste e non, alla pressante questione delle nazioni senza Stato. Come detto da Santopadre, “anche in Sardegna, ad esempio, una parte della sinistra, soprattutto moderata, sembra non concepire la questione della liberazione nazionale né, specularmente, delle altre nel mondo, catalana compresa”.

Il livello di analisi tende infatti a comparare queste ultime alle recriminazioni padane fascio-leghiste. L’approccio di una buona parte della sinistra, da analizzare nel dettaglio perché non ovvio come quello della destra unionista, repressiva e legalitaria, risulta essere dunque carente nella comprensione e colpevolmente fossilizzato sulle ideologie unitarie contrapposte, tra le tante, alle questioni catalane, basche, galiziane, corse e scozzesi.

Nel suo intervento, Marco Santopadre ha evidenziato come i media non si siano occupati per lungo tempo della questione catalana, sopita sotto le ceneri di uno Stato fallito, la Spagna franchista, ricostituito sotto le mentite spoglie di monarchia costituzionale, se non alla fine del settembre 2017, con la prima ondata repressiva ad opera della Guardia Civil madrilena ed i primi arresti per reati politici, tra i quali la ribellione e la sedizione. La notizia è stata considerata calda per poco tempo, scomparendo poi dai radar dell’informazione, così come si tenta spesso di fare con alcune pagine di storia.

Il libro nasce quindi per fare il punto su una questione distorta, non indagata nella genesi e nelle rivendicazioni, fino al suo apparente spegnimento; eppure, secondo l'autore, “per avere un’informazione completa e corretta, sarebbe sufficiente dare le notizie di volta in volta, in maniera tale da far cadere l’impianto accusatorio mainstream”. All’epoca del referendum, la Generalitat de Catalunya, ovvero il sistema amministrativo-istituzionale per il governo catalano con sede a Barcellona, era commissariata dal governo madrileno: ergo, i vertici dell’indipendentismo catalano non possono essere imputati per malversazione. Ora le accuse sono politiche e si concentrano sulla sedizione, nella speranza del governo spagnolo che la magistratura tedesca, quella dell'ultimo Paese di esilio di Carles Puigdemont, estradi il leader; tuttavia, il 19 luglio 2018, il giudice vi ha rinunciato per la terza volta.

Secondo il giornalista, “se non si capisce la genesi, non si può comprendere appieno neanche l’evoluzione della questione catalana. Questa avvenne a seguito dell’abbandono del vecchio sogno legato all’ottenimento della graduale autonomia, tramutandosi in veemente opposizione”. I prodromi delle alterche vicende politiche spagnole e delle spinte autonomiste ed indipendentiste al suo interno, nascono dalla storia di uno Stato fallito: infatti, dopo la morte del feroce caudillo Francisco Franco, avvenuta serenamente e senza una vera rottura democratica dopo quella del capo del governo fascista Luis Carrero Blanco, sopraggiunta invece per mano dell'ETA basca nel 1973, il continuatore designato del regime fu il monarca Juan Carlos I di Borbone.

L'investitura ufficiale da parte di Franco, dapprima come prodotto e, successivamente, come protagonista della continuazione del regime, ha sempre portato Juan Carlos a tesserne le lodi. Gli aspetti ufficiali accadevano contemporaneamente all'emersione di due tendenze franchiste contrapposte: l'una conservatrice, fin nei tratti più reazionari, e l'altra cosiddetta modernista-riformista, in combutta con l'Opus Dei e l'imprenditoria, favorevole agli accordi con l'allora Comunità Europea e la NATO.

Nonostante si ammantasse di modernità ed aneliti democratici, dopo le dimissioni del governo Navarro II, il Consiglio del Regno propose una lista di candidati affini al franchismo: tra essi, il Re scelse ancora Carlos Arias Navarro al quale succedette, nel 1976 per evidenti incapacità governative e di gestione dell'ordine pubblico in subbuglio, il Governo Suárez I.

Tra tutte le autonomie movimentiste protagoniste della lunga e tormentata resistenza al franchismo, i Baschi si opposero sempre fortemente alla sua continuazione, seppur in forma costituzionale e legalitaria, nonostante la dura repressione messa in campo dal governo centrale per difendere il principio di indivisibilità dello Stato. I Baschi ingaggiarono dunque un'aspra lotta armata diversamente dalla Catalogna che, nonostante contasse anch'essa quasi il 90% dei fautori attivi della resistenza al franchismo, accettò la transizione dalla dittatura militare allo Stato delle Autonomie il quale vide, tra quelle riconosciute, la propria, quella basca e quella galiziana.

Questa forma di Stato fu gestita per decenni dall'alternanza tra i socialisti e la coalizione regionalista-autonomista di linea conservatrice e moderata, fino all'avvento, nel 1996, del Partito Popolare di Aznar: tale forza politica nacque, in realtà, dalle ceneri dell'ala oltranzista franchista, che aveva votato contro la Costituzione del 1978.

La coalizione regionalista-autonomista, che guidò per anni lo Stato, si costituì col compito di contrattare l'autonomia col governo centrale di Madrid per mezzo di compromessi sempre, però, sbilanciati in favore delle cause perorate dalle classi sociali alte, le quali puntavano di fatto ad un maggior gettito fiscale ed al trattenimento dello stesso nella fiorente regione catalana. Quindi, al fine di pompare il consenso elettorale, si puntò quasi esclusivamente su misure basate sul clientelismo e l’assistenzialismo, con l'erogazione di sovvenzioni e sussidi a pioggia.

Tutto ciò si verificava mentre i baschi rivendicavano la loro indipendenza mediante le lotte e le azioni di violenta rottura dell'ETA, organizzazione armata terroristica basco-nazionalista separatista di ispirazione marxista-leninista.

Dopo l'era Zapatero, anche la Spagna fu travolta dalla rapida e dura crisi economica, così come la Grecia, il Portogallo e l'Italia: nel Paese iberico, in particolare, si passò dal boom economico dei primi anni Duemila alla mannaia della crisi che vide, come risposta da parte del governo madrileno, l'applicazione di misure draconiane in tutte le sue Regioni Autonome, Catalogna compresa.

La disoccupazione, specie quella giovanile, arrivò a tassi del 27%, scoppiando contemporaneamente all'emergenza sfratti: infatti, le banche ricomprarono gli appartamenti delle persone che, nel frattempo, stavano ancora pagando i mutui. Si tennero perciò enormi manifestazioni pubbliche, assemblee, blocchi, picchetti e scioperi, durante i quali furono trattati temi politici rilevanti, tra i quali l'autonomia, l'austerità ed il confronto tra monarchia e repubblica, che comportarono la radicalizzazione dei comportamenti attraverso la partecipazione e la militanza.

Gli stessi Mossos d'Esquadra, polizia della Generalitat di Barcellona, vennero dispiegati dal governo madrileno per reprimere crudelmente le manifestazioni in Catalogna; i successivi accadimenti determinarono un'esacerbazione nello scontento dei federalisti catalani.

Anche l’afflato europeista, dapprima idealizzato come migliore alternativa democratica, finì presto per essere associato al vetero-spagnolismo: l’Unione Europea, infatti, appoggiò la repressione in difesa della “prerogativa costituzionale”. Lo stesso presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, ha sempre sostenuto la necessaria integrità degli Stati membri dell'Unione Europea in relazione agli USA, alla Russia ed agli emergenti BRICS, così come la NATO ha appoggiato la linea della cosiddetta ‘legittima repressione’ a tutela dello status quo e della stabilità legalitaria.

Come sottolineato da Santopadre nel corso della sua disquisizione, “ad oggi, anche i catalani indipendentisti moderati sono antieuropeisti, perché delusi come un innamorato tradito ed abbandonato”. In Italia, invece, il nazionalismo è sinonimo di sciovinismo aggressivo proprio di uno Stato fascista, unionista dentro e colonialista fuori. “Ci si dimentica, però, - ha continuato l’autore - che i movimenti di liberazione nazionale per il riconoscimento e l’ottenimento della libertà, dell'indipendenza e della democrazia furono fondamentali, tra i tanti, a Cuba, in Vietnam e negli ex Stati coloniali. Quando adoperiamo questi termini, lo dovremmo fare con accezione neutra, riempendoli di significato da contestualizzare mediante il conoscimento della genesi dei fatti e dei suoi tratti sociali, culturali, politici ed economici”.

Infatti, come sottolineato ancora dall’autore, “le lotte di liberazione nazionale non sono fenomeni totalmente negativi, né possono essere percepite come esclusiva contrapposizione tra il nero dei golpisti reazionari e la zona grigia, centrista, dei paladini della Costituzione e di uno Stato unito ed indivisibile”. Attualmente, la Repubblica Catalana è vista come l’unico modo per rompere con la Spagna monarchica in profonda crisi, nella quale si esacerbano le diseguaglianze, i tratti di non equità e quelli in continuità con l’ancora pressante e dolorosa eredità franchista. “Per la Catalogna, la lotta di liberazione nazionale rappresenta l’unica possibilità di riconquista ed affermazione della sovranità popolare, di nuove alleanze internazionali, della democrazia e della partecipazione, soprattutto delle classi popolari, attraverso la costruzione di un welfare efficace che tuteli le loro esigenze”.

Nel frattempo, la sinistra europeista e la stampa progressista sembrano aver abbracciato quasi in toto la linea di Pablo Iglesias, segretario di Podemos, che ha pubblicamente accusato l'indipendentismo di “aver contribuito a risvegliare il fantasma del fascismo”. La ribellione è dunque vista come modo per 'scomodare', disturbare e stimolare, col rischio di farli tornare in auge, gli spettri nazionalisti, etnocentrici e razzisti del fascismo del caudillo e della sua giunta militare.

Il giornalista ed autore sottolinea però come si stia ponendo sotto accusa “un nazionalismo di lotta per la liberazione, paragonandolo ad uno di riproposizione di schema franchista a tutela delle classi borghesi; si tratta di una resa concettuale e pratica all’immobilismo ed alla supina accettazione di una visione arrendevole con i forti e forte con i deboli, machista, muscolare, repressiva e simbolica fascista”. Questo fenomeno si verifica anche perché la sinistra europea ha difficoltà a raffrontarsi con le nazioni senza Stato: come ribadito da Santopadre, “esiste un globalismo che se le mangia, inglobandole e travolgendone l’unicità. Tuttavia, così facendo, si ignorano sia le loro istanze sia quelle gli Stati-nazione che continuano ad esistere, svuotandosi dei contenuti democratici e rafforzando la coercizione contro gli oppositori. La reazione movimentista si traduce dunque in spinta verso l’aumento dell'attivismo autonomista ed indipendentista, nonostante le forze politiche progressiste tendano inevitabilmente a procrastinare, aspettando che tutti gli elementi siano pronti e convergano”.

Oltretutto, secondo Marco Santopadre, “al di là della componente nazionalista, la situazione sul territorio di Barcellona è paragonabile a quella greca: tra i punti di contatto possiamo annoverare l’austerity, gli scioperi generali, i movimenti di ribellione popolare e la mobilitazione della sinistra radicale”.

Ad oggi, parafrasando l’autore, la sfida catalana è cronaca di una rivoluzione incompiuta soprattutto perché sono mancati il sostegno, la forza e le alleanze internazionali; nonostante ciò, si cerca ancora di fare il punto sui possibili errori commessi, sulle diverse forme di lotta ancora adoperabili, sulle modalità e gli strumenti più efficaci per portare avanti le istanze indipendentiste. Finora, è stata privilegiata la linea della resistenza passiva e della lotta non violenta per la tutela degli ideali sociali, propria di una nazione democratica e pacifica opposta ad uno Stato coercitivo, che si dota dell’esercito e procede alla sua tutela coi colpi bassi della censura, della repressione, dei commissariamenti delle istituzioni rappresentative, dell’esilio dei rappresentanti politici catalani, degli arresti e dei processi per il ripristino del legalitarismo come baluardo contro i reati politici.

In una Catalogna esempio delle lotte di liberazione ferite dall'incompiutezza, si continua a resistere ed a progettare le modalità per sollecitare la solidarietà, la mobilitazione e l'intervento dell’opinione pubblica internazionale, riflettendo inoltre sulle più incisive modalità di opposizione e protesta tra le quali il boicottaggio, il sabotaggio ed i blocchi statali mediante gli scioperi generali. All’interno deIle CUP (Candidature di Unità Popolare) e dei CDR (Comitati di Difesa della Repubblica) come nuclei di contropotere, cellule movimentiste di estrema sinistra anti-imperialista, antirazzista, anticlassista, anticapitalista ed antimilitarista, si continuano a fare riflessioni politiche che coniugano teoria e prassi, passando per il concetto gramsciano di egemonia culturale ed ideologica.


Note:

[1] "La sfida catalana. Cronaca di una rivoluzione incompiuta" di Marco Santopadre, a cura di Giacomo Marchetti, edito da PGreco (Milano, 2018).

04/08/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Eliana Catte

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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