Dalla sconfitta della Rivoluzione in occidente alla controffensiva reazionaria

La spaccatura del movimento dei lavoratori a opera dei revisionisti riformisti comporta la perdita dell’egemonia sui ceti intermedi e la conseguente repressione della Rivoluzione in occidente, che rilancia le forze della restaurazione imperialista.


Dalla sconfitta della Rivoluzione in occidente alla controffensiva reazionaria Credits: https://www.moma.org/collection/works/70002

Link al video della lezione tenuta per l’Università popolare Antonio Gramsci su concetti analoghi

Segue da Dalla Rivoluzione di Novembre alla Repubblica di Weimar

Rivoluzione passiva e sviluppo culturale

Il governo dei commissari del popolo socialdemocratico – insediatosi dopo il successo della Spd nelle prime elezioni tenutesi con il metodo democratico proporzionale, anche per l’errata politica astensionista della Lega di Spartaco – prospetta un programma di riforme in grado di rispondere con una rivoluzione passiva alle richieste radicali delle masse, per evitare che seguissero le forze comuniste che miravano a una Rivoluzione socialista. Tale politica riformista di sinistra favorisce il grande sviluppo culturale, la libertà di pensiero e il vivace dibattito politico, che caratterizzano i primi anni della Repubblica di Weimar in Germania, cui dà un contributo essenziale le forze della stessa opposizione comunista impegnate nella lotta per l’egemonia sulla società civile.

I motivi della sconfitta della Spd

Tuttavia, dopo la sanguinosa repressione delle Repubbliche dei consigli di Berlino e bavarese e il conseguente affossamento della Rivoluzione di novembre in Germania, i socialdemocratici perdono il sostengo della sinistra socialista della Uspd e mantengono il governo solo grazie a una coalizione di centro-sinistra con forze democratiche piccolo-borghesi e democratiche borghesi. Gli interessi socio-economici contrastanti rendono tali governi privi di un chiaro programma dal punto di vista strutturale e, perciò, non sono in grado di trasformare in profondità le strutture della società tedesca, non imponendo un controllo sociale sull’economia, non mettendo in discussione seriamente i rapporti di produzione e di proprietà, limitandosi a tentare di governare il vecchio Stato borghese, pensato in funzione del dominio dell’alta borghesia e degli Junker sulle classi subalterne.

In tal modo, nonostante i socialdemocratici avessero messo un proprio uomo a svolgere la delicata funzione di capo della Stato, i governi di centro-sinistra da loro guidati non mettono seriamente in discussione il blocco sociale dominante fondato sull’antica alleanza fra il capitale industriale e finanziario con gli Junker, i grandi rentiers che dominano gli apparati decisivi dello Stato come l’esercito e la burocrazia, oltre ad avere un’ampia capacità di egemonia sui ceti sociali intermedi, in particolare impiegatizi, in quanto massimi rappresentanti dell’ideologia nazionalista.

Il fatto che nel momento decisivo la Spd ha fatto blocco con la destra anche reazionaria, pur di schiacciare nel sangue i prematuri e avventuristi tentativi rivoluzionari dell’estrema sinistra spartachista, gli aliena durevolmente il sostegno di una parte significativa del movimento dei lavoratori che li considera traditori ormai al servizio del vecchio potere borghese. Così nelle elezioni del 1920, dopo aver compiuto il lavoro sporco per la classe dominante e aver deluso una parte considerevole della propria base elettorale, che aveva il proprio ceto di riferimento fra i subalterni, la Spd è costretta a cedere il governo, dopo una battuta di arresto nelle seconde elezioni politiche del dopoguerra, in cui cresce l’astensionismo proletario e parte dei voti socialdemocratici si spostano sul Partito comunista. In tal modo, il partito di maggioranza relativa diviene il moderato Partito cattolico del centro, che controlla il governo mediante una sempre più pallida e priva di mordente coalizione di centro-sinistra.

Le reazioni eversive della destra al Trattato di Versailles

Inoltre, la ratifica del trattato di Versailles – che segue alla resa incondizionata imposta alla Germania alla fine della Prima guerra mondiale – scatena la reazione dei ceti medi, degli sciovinisti, di membri nazionalisti delle forze armate che si scatenano dando vita a crescenti atti di violenza che colpiscono esponenti prima della sinistra, poi anche democratici, considerati responsabili della subordinazione tedesca alle potenze vincitrici che affamano la Germania, costretta a ripagare per intero le spese di guerra. La destra radicale così si ricompatta, fa blocco intorno all’ex comandante delle truppe della prima guerra mondiale E. Ludendorff, dando la colpa della propria sconfitta e della conseguente gravissima situazione economico-politica della Germania alle sinistre, ree di aver inferto, secondo uno dei più riusciti miti politici dell’estrema destra, una pugnalata alle spalle al proprio stesso paese impegnato allo stremo nello sforzo bellico, con la propaganda sovversiva e disfattista, che avrebbe portato alla sconfitta un esercito tedesco altrimenti vincitore.

La nascita del partito nazional-socialista

In tale clima sorge nel 1919 il Partito operaio o dei lavoratori tedesco, cui aveva presto aderito l’austriaco e informatore degli apparati repressivi dello Stato H. Hitler che prenderà, a partire dal 1920, il nome di Partito nazionalsocialista degli operai o lavoratori tedeschi. Nonostante il richiamo agli operai, ai lavoratori e al socialismo e le critiche alla speculazione e ai trust, si tratta di un partito della piccola borghesia sciovinista e dei ceti medi reazionari che si batteva con la violenza per uno Stato autoritario, un’educazione fondata sulla disciplina militare, il superamento della lotta fra le classi sociali in una società rigidamente gerarchica e si faceva promotore di una politica violentemente antisemita e antimarxista, propagandando il revanscismo e l’ideale della grande Germania, ovvero della ripresa su larga scala dell’imperialismo tedesco.

Ben presto il programma nazionalsocialista si arricchisce del progetto di rilanciare colonialismo, imperialismo e razzismo su scala mondiale, facendo dei paesi slavi e, in particolare, dell’Urss e le Indie il far-west tedeschi, prospettando per gli slavi e, in particolare, per i russi una fine simile a quella degli schiavi afroamericani o dei nativi d’America. In altri termini, agli slavi sarebbe stata imposta la scelta se divenire schiavi della superiore razza teutonica o essere eliminati con un genocidio simile a quello portato avanti dai colonialisti europei nei confronti di quelle popolazioni restie a una completa subordinazione.

La sconfitta della rivoluzione d’occidente anche in Austria

Nel frattempo anche in Austria i socialdemocratici, al governo del paese dopo la fine del primo conflitto mondiale, si sono schierati risolutamente con le forze della conservazione e della reazione contro l’insurrezione comunista nel 1919, destinandola al fallimento. In tal modo, perdono inevitabilmente consensi a sinistra, nel proprio referente sociale proletario, al punto che già nelle successive elezioni del 1920 devono cedere il controllo del governo ai conservatori cattolici, mentre si rafforza la destra sciovinista. Anche in questo caso i revisionisti socialdemocratici vengono utilizzati dalle classi dominanti capitaliste come copertura, per impedire con una rivoluzione passiva la realizzazione della rivoluzione attiva e per fare il lavoro sporco ovvero reprimere le forze rivoluzionarie e assumersi la responsabilità storica di controfirmare le assurde paci punitive imposte al paese dopo la fine della prima guerra mondiale.

La caduta della Repubblica dei consigli ungherese

Anche in Ungheria l’embargo imposto a livello internazionale da tutti i paesi – a eccezione della Russia rivoluzionaria allora impegnata in una terribile guerra civile – e l’attacco congiunto di Cechi e rumeni, sovvenzionati e appoggiati da potenze imperialiste, in particolare, Francia e Italia, rovescia già nel 1920 la locale Repubblica dei consigli. Anche perché, nel momento decisivo dello scontro, le forze socialiste – che, a differenza di Austria e Germania, dopo un primo momento di incertezza, si erano schierate con le forze comuniste, consentendo così la nascita della Repubblica sovietica – invece di armare le masse aprono inutili e proditori tentativi di vani accordi con le forze della reazione. Queste ultime, grazie al sostegno dell’imperialismo internazionale e all’attitudine imbelle e arrendevole dei socialisti, riconquistano il potere e, senza naturalmente rispettare le promesse fatte ai socialdemocratici, sfruttano i rapporti di forza a loro favorevoli per scatenare un selvaggio terrore bianco, sotto la guida dell’ammiraglio Horthy, sterminando sistematicamente gli elementi più coscienti delle classi subalterne, comuniste, socialiste e sindacaliste, che non avevano potuto riparare all’estero. Da tale sanguinosa controffensiva delle forze della contro-rivoluzione nascerà uno dei primi regimi clerical-fascisti che, insieme al coevo regime italiano, serviranno da modello per gli Stati totalitari e razzisti che si affermeranno a livello europeo e internazionale negli anni trenta.

La divisione nel movimento dei lavoratori fra riformisti e comunisti

Uno dei motivi decisivi della sconfitta della rivoluzione in occidente è stata, dunque, la spaccatura sempre più profonda del movimento operaio e, più in generale, dei lavoratori salariati fra revisionisti riformisti e rivoluzionari comunisti. I primi, che avevano sostenuto per le loro posizioni socialscioviniste il massacro della Prima guerra mondiale e prima ancora avevano aperto, per la loro subalternità all’ideologia dominante, alla politica coloniale, ora si schierano generalmente contro la Rivoluzione di ottobre e le forze comuniste, che hanno tentato la via dell’insurrezione.

I socialdemocratici credono a una via pacifica e riformista al socialismo, ritenendo possibile trasformare dall’interno a poco a poco la società borghese, senza bisogno di sanguinose e pericolose rotture rivoluzionarie. I comunisti internazionalisti ritengono, al contrario, che il capitalismo, fondato sullo sfruttamento del proletariato, non sia riformabile dall’interno, anche perché sempre più travolto da una crisi sistemica ed endogena di sovrapproduzione. Ritengono, inoltre, il regime parlamentare liberal-democratico la forma di dominio più funzionale al blocco sociale dominante imperniato sulla grande borghesia, in quanto consente di esercitare la propria dittatura di classe sui ceti subalterni non in forma aperta, ma in modo da mantenere l’egemonia sulle classi sociali dominate. Perciò il parlamentarismo, fondato sul principio antidemocratico liberale della delega a una casta di politicanti di mestiere della presunta sovranità popolare, non è altro che un velo di uguaglianza giuridico-politico nel mondo ideale delle sovrastrutture, funzionale a meglio occultare il sistema di sfruttamento e di dominio reale proprio della società civile borghese, in cui i diritti astratti si fermano ai cancelli dei luoghi di lavoro, dove avviene l’irreggimentazione della forza-lavoro per massimizzarne lo sfruttamento.

Dunque, i comunisti non riconoscono come una sfida pacifica e leale su un terreno neutro le elezioni parlamentari borghesi e considerando inalienabile la sovranità popolare, si battono per una sua effettiva realizzazione mediante una democrazia diretta e consiliare fondate sui luoghi della produzione e della formazione della forza-lavoro, con il fine di negare ogni forma di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Le posizioni, quindi, erano sempre più inconciliabili e, perciò, mentre i socialdemocratici tendevano a schierarsi con le forze borghesi contro i tentativi rivoluzionari, la Terza internazionale spingeva tutti i comunisti a rompere sul piano politico con i socialdemocratici che, ormai, non rappresentavano più l’ala destra del movimento operaio, ma erano proditoriamente passati a rappresentare l’ala sinistra dello schieramento borghese, egemonizzato dal capitale finanziario.

07/04/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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