90 anni dall’assassinio di Sacco e Vanzetti: uomini del loro tempo ed esempi ancora viventi

Una riflessione attuale sul contesto storico in cui vissero e morirono ingiustamente gli anarchici italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, giustiziati negli USA nell'agosto del 1927 per aver lottato per cambiare la società.


90 anni dall’assassinio di Sacco e Vanzetti: uomini del loro tempo ed esempi ancora viventi Credits: sulatestagiannilannes.blogspot.it

Io so che la sentenza sarà tra due classi, la classe oppressa e la classe ricca e che ci saranno sempre scontri tra l’una e l’altra”

(Nicola Sacco, commentando in aula la sentenza che lo condannava a morte)


Quando Sacco e Vanzetti nascono (rispettivamente nel 1891 e nel 1888), in Italia regna Umberto I che si distingue nella sua opera di repressione verso le crescenti richieste delle masse contadine e operaie, operando tramite governi apertamente reazionari (Starabba di Rudinì, il sanguinario generale Pelloux) o considerati di sinistra ma che nei fatti assecondavano gli interessi umbertini (come il colonialista Crispi o l'inetto Saracco). L'ultimo decennio del secolo vide lo scontro sociale raggiungere livelli preoccupanti per le classi dominanti (fasci siciliani, repressioni di scioperi dal nord al sud, ecc.) che culminarono con la feroce repressione dei moti di Milano del 1898 e il regicidio di Gaetano Bresci che a Monza il 29 luglio 1900 colpisce Umberto stesso.

Alle elezioni gli aventi diritto di voto erano meno del 10% della popolazione: le grandi masse popolari ne erano escluse, ma andavano organizzandosi nel movimento socialista e successivamente anche in quello cattolico-popolare. I senatori non venivano eletti ma erano di nomina regia (come il governo, nominato dal Sovrano e responsabile solo davanti a questo, come previsto dallo Statuto Albertino) e a vita, e uno dei requisiti per divenirlo, secondo le regole dello Statuto, era pagare imposizioni fiscali per minimo tremila lire l'anno. Questo mentre il salario medio annuo (ufficiale) di un operaio era attorno alle 4/500 lire e per un bracciante meno di 300 (e ancora molto meno per il lavoro femminile e per quello minorile), insufficienti per vivere in un Paese ancora arretrato, senza ammortizzatori sociali e strumenti previdenziali come pensione, sanità ecc., con un'aspettativa di vita media di 40 anni e una mortalità infantile superiore al 20%. Cifre agghiaccianti, ma che raffrontate con quelle dei decenni precedenti mostrano comunque un costante miglioramento. Si pensi solo che l'analfabetismo nel 1861 riguardava quasi l'80% della popolazione del nuovo Regno (con punte superiori al 90% in alcune regioni meridionali), mentre nel 1900 questa piaga riguarda il 60% degli italiani. È un periodo storico di trasformazione: dall'agricoltura di sussistenza si passa all'industrializzazione e questo richiede un maggiore livello di istruzione per poter gestire macchinari, tecnologie ecc. Un maggiore livello di istruzione, anche solo “tecnica”, comporta un diverso approccio alle problematiche del mondo del lavoro e della società.

In quel periodo assistiamo alla fase di compromesso sociale raggiunta dopo i sommovimenti democratico-repubblicani del 1848, con il convivere del vecchio mondo della rendita agraria aristocratica con il nuovo mondo della borghesia manifatturiera, entrambe però intimorite dalla crescente pressione politica dei ceti subalterni. Un mondo vecchio che sapeva di dover morire ma non voleva morire, un mondo nuovo che comprendeva benissimo e temeva che l'apparizione di nuovi soggetti sociali e politici potessero ridefinire l'assetto vigente e nella migliore delle ipotesi limitare il potere del ceto dominante e pretendere una partecipazione a scelte e decisioni.

Lo stesso quadro si presentava nel resto del Vecchio Continente e alcuni Paesi (ad esempio Spagna, Russia, Austria-Ungheria) presentavano pure situazioni peggiori dell'Italia. In alcuni le vecchie aristocrazie riuscivano ancora a controllare la situazione pur concedendo spazi alla borghesia: praticamente tutti i Paesi europei eccetto l'area balcanica, la penisola iberica, l'impero d'Austria limitatamente ad alcune aree. Tolte la Francia e la Svizzera, gli Stati erano retti da monarchie plurisecolari che, tranne il caso della Gran Bretagna e dei paesi Scandinavi, vedevano le istituzioni parlamentari relegate a semplici organi consultivi; le elezioni erano solo un barometro per tentare di comprendere le fastidiose opinioni dei sudditi ammessi a parteciparvi.

In questo contesto, il malcontento popolare si esprimeva in diverse forme. I cambiamenti sociali di metà XIX secolo, e soprattutto il potere di accedere a forme anche minime di istruzione, rafforzarono quel processo (iniziatosi già nel 1789) che vedeva le masse operaie e contadine smettere di essere “oggetto” nei processi storici, la cui coscienza al massimo li portava a confidare nella giustizia extraterrena o a sperare nell'arrivo del buon sovrano, e iniziare a rivendicare per se stesse un ruolo come soggetti dotati di coscienza e soprattutto della volontà di tutelare i propri interessi e rivendicare i propri diritti.

In tutta l'Italia post-unitaria fu un fiorire di società di mutuo soccorso, di circoli progressisti dove convivevano socialisti, anarchici e repubblicani. Solo nel 1892, esauritisi anche i movimenti di ispirazione repubblicano-garibaldina (i cui esponenti, tipo Crispi, talvolta vennero “cooptati” tra le schiere sabaude), nacque il PSI. Era il periodo storico in cui alla violenza del potere si rispondeva con gesti estremi, come furono quello sfortunato di Passannante a Napoli e quello riuscito di Gaetano Bresci a Monza, emuli di analoghi gesti compiuti in Germania, Russia ecc. Gesti contro un potere ingiusto che sapeva di essere ingiusto, e che vanno visti nel loro contesto storico-sociale. Ricordiamoci che Bresci, colpendo il monarca, costrinse l'Italia a cambiare la propria politica antipopolare. Il nuovo sovrano congedò il governo militare del generale Pelloux e richiamò Giolitti, accettando come male minore anche la sua politica riformista (e comunque le repressioni e gli scontri non cessarono neanche dopo questa svolta).

La storia ci insegna che la nascita di una nuova società non solo mette ovviamente in crisi e provoca la reazione dei ceti che dominavano quella preesistente, ma a sua volta genera nuovi problemi.
L'industrializzazione di un Paese provoca anche la richiesta di manodopera e possibilmente al minor costo possibile; il miglioramento e l'ammodernamento delle tecniche di coltivazione liberano manodopera rurale che si trova costretta ad emigrare e offrirsi al prezzo più competitivo per poter sopravvivere.

Se i primi tempi di questa fase videro una migrazione interna, si può intuire come poi si arrivi ad una fase in cui la nascente industria può non avere dimensioni, risorse e necessità tali per poter assorbire tutta la manodopera che si libera nell'agricoltura. Quella parte eccedente pertanto cercherà altri sbocchi e in quel periodo storico lo sbocco, provvidenziale anche per chi deteneva il potere economico e sociale in Italia, fu l'emigrazione verso aree che stavano conoscendo una fase di industrializzazione velocissima a fronte di una forte carenza di forza lavoro. Inoltre, a differenza di altri Paesi europei l'Italia non aveva lo sbocco “Oltremare” dato che la sua politica colonialista era ancora all'inizio e dettata più da considerazioni di prestigio internazionale che da motivazioni economiche. Lo sbocco più allettante, e con comprensibili sofferenze dato che per molti erano partenze senza ritorno, era costituito dalle Americhe ed in particolare dagli Stati Uniti.

Non era l'emigrazione “al buio” a cui stiamo assistendo oggi, che comunque è generata da motivi comprensibili che impongono di affrontarla in modo solidaristico. Le leggi USA regolavano il fenomeno, esistevano delle agenzie che ricercavano i potenziali migranti e si occupavano del viaggio, ecc. Il migrante da parte sua doveva fornire delle garanzie alla controparte (sana costituzione, eventuali referenze, parenti già sul luogo, ecc.) e assolvere eventuali obblighi verso il proprio Paese (assolvimento del servizio militare, debiti ecc.).

Nel nuovo mondo la vita di queste persone era comprensibilmente difficile, e ad aggravarla c'erano i conflitti di carattere etnico-razziale, che alla fine e come sempre erano utili al “padrone del vapore” per tenere divise le persone e sfuggire l'inevitabile conflittualità capitale-lavoro. Chi ha la pazienza di fare una ricerca sui giornali di fine 800 e inizi 900 troverà notizia di assalti a comunità italiane ad opera di altre comunità, e gli italiani spesso da aggrediti a loro volta si trasformavano in aggressori (le cronache sono ricche dei conflitti tra italiani e irlandesi).
Questa pratica, che purtroppo sta tornando “di moda”, non la troviamo solo negli USA, ma nella stessa Europa. Si pensi ai pogrom contro gli ebrei nella Russia zarista, ispirati dal monarca in persona, oppure ricordiamoci le indicazioni di Francesco Giuseppe d'Austria affinché la gendarmeria imperiale non impedisse scontri tra le comunità italiana e slovena, ma anzi quando possibile li favorisse (come avvenne nel 1908), in modo da distoglierle entrambe da altre questioni più letali per gli Asburgo.

In questo quadro descritto a grandissime linee si svolge almeno la prima parte della vita di Nicola Ferdinando Sacco e di Bartolomeo Vanzetti. Per motivi storico-geografici mi soffermo sul primo, dato il suo essere concittadino del mio cespite materno, che con lui e la sua famiglia ebbe legami e frequentazioni.

Nicola Sacco nacque in Torremaggiore, una località dove la Capitanata si trasforma in Daunia. Un comune dominato dal castello degli antichi feudatari e dai quali nacque uno dei più importanti nomi dell'Illuminismo italiano, Raimondo di Sangro Duca di Torremaggiore, Vietri, Cagiano, Campolieto, Principe di San Severo, di Fondi, di Striano, del Sacro Romano Impero, e altri titoli ancora che risalivano al longobardo Berengario fondatore del casato. Titoli indicativi del suo elevato status sociale e che fortunatamente impedirono che cadesse in mano all'Inquisizione, certamente desiderosa di saperne di più su tanti argomenti in cui si dilettava il principe (tipo la chimica, chiamata ancora alchimia, l'anatomia e la fisica), oppure di chiedergli come avesse realizzato il famoso Cristo Velato della Cappella San Severo di Napoli, e se veramente lo studio del sistema nervoso l'avesse realizzato “appellandosi al demonio” e usando propri servi, ma pur sempre battezzati, per gli esperimenti, e infine sulla sua appartenenza alla Massoneria. Lo stesso Paese diede i natali a colui che è considerato il padre del “giacobinismo” in Puglia, quel Nicola Fiani che fu tra i comandanti della milizia della Repubblica Partenopea del 1799 e alla cui caduta venne giustiziato e il corpo gettato alla canea sanfedista che lo fece a brandelli. Questo poche settimane dopo che la teppaglia borbonica, proprio in Torremaggiore, aveva fatto strage di repubblicani e massacrato tutti i suoi familiari.

Nicola Ferdinando Sacco non aveva nella propria genealogia sovrani longobardi o statisti partenopei: veniva da una semplice famiglia di agricoltori. Una famiglia non insensibile alle aspirazioni democratiche che andavano radicandosi in tutto il Regno e che si rafforzavano anche nel loro paese. Se pochi anni prima il borgo natale di Sacco aveva risposto alle ingiustizie del nuovo Stato affidandosi, o più giustamente subendo un capobanda borbonico, il “brigante” Caruso tristemente noto perché, intanto che combatteva per riportare l'inetto Francesco II sul trono, taglieggiava e stuprava senza pietà alcuna, ora i contadini iniziavano a rispondere non con sterili nostalgismi ma organizzandosi in leghe e società di mutuo soccorso, sindacati e partiti propri. L'ultimo decennio del XIX secolo furono per Torremaggiore, come per tutta la Capitanata e tutto il resto d'Italia, tempi di scioperi e scontri anche violenti con le forze dell'ordine. Il PSI e le altre formazioni democratiche e repubblicane vennero più volte sciolti e i loro aderenti segnalati o fermati. La svolta giolittiana non ebbe grossi effetti pacificatori e le tensioni si ripresentarono drammaticamente e culminarono nel 1907, quando i braccianti riunitisi in sciopero vennero affrontati dalla Guardia Regia che aprì il fuoco uccidendo una dimostrante gravida, Filomena Rubino. Nota personale: il fratello minore di quella sfortunata ebbe due anni dopo una bimba che chiamò con lo stesso nome, che negli anni '30 sposò il figlio secondogenito di uno dei capi comunisti locali, già capo dei socialisti e ricordato nelle cronache del paese, dai quali discendo direttamente. Non fu l'unica ed ultima vittima: nel 1949, persino in regime democratico e repubblicano, nuovamente i carabinieri, non più regi, aprirono il fuoco e sull'asfalto rimasero due lavoratori militanti del PCI, Antonio La Vacca e Giuseppe Lamedica. Tutto questo in una località con una forte e chiara collocazione politica ma soprattutto con un livello di coscienza civica che porterà Torremaggiore nel 1946, in occasione del referendum istituzionale, a dare alla Repubblica oltre il 64% dei voti (seguita dalla vicina San Severo che vide la Repubblica vincere con il 53%, e questo in una circoscrizione (Bari-Foggia) che si espresse per la Monarchia al 61% e a livello regionale diede alla Repubblica un indegno 33% circa. Oltre a questo, Torremaggiore fu il primo comune d'Italia “desabaudizzato”, questo ancora nel '45, con i Savoia ancora aggrappati al trono, quando il sindaco forte di una vastissima maggioranza cancellò dalla toponomastica tutti i riferimenti alla dinastia fellona.

Questo contesto lascia ben comprendere da dove derivano le scelte che Nicola Sacco farà una volta, ancora adolescente, giunto negli USA. In quel Paese erano molto forti e ben organizzate le cellule ed i circoli anarchici (gli stessi in cui si formò Gaetano Bresci e maturò la propria decisione), dove l'immigrato poteva trovare anche forme di solidarietà e di aiuto. Ovviamente le scelte si pagano, a maggior ragione se si compiono nel cuore del sistema capitalista. Già schedato, al pari del suo amico e compagno di sventura Vanzetti (politicamente più preparato e meglio “inserito” nella società grazie alla sua ottima conoscenza dell'inglese), come sovversivo, segnalato per l'aver evitato il servizio militare durante la I Guerra Mondiale spostandosi assieme a Vanzetti in Messico, oltre al suo attivismo politico (il periodico anarchico italo-americano “Cronaca Sovversiva” in diverse pubblicazioni citò Sacco e le iniziative a cui aderiva o che promuoveva) aveva certamente tutti i requisiti per essere malvisto dal potere. Sovversivi, “imboscati”, italiani, erano elementi sufficienti per poter colpire queste due persone e confidare nell'indifferenza, se non addirittura nella comprensione da parte della “maggioranza silenziosa” benpensante, che oggi come allora ha bisogno di stereotipi e simboli da colpire per continuare a sentirsi sicura.
Quando Sacco e Vanzetti vennero condannati a morte, accusati di una sanguinosa rapina, correva l'anno 1921. Quando la sentenza venne eseguita era il 1927. Due date diverse che appartengono a due mondi diversi.

Nel 1921 il mondo tremava per i tumulti che si svolgevano ovunque e che addirittura facevano temere la replica dell'esperienza sovietica del '17. Nel 1927 lo spettro sovversivo è allontanato, i governi autoritari si stanno imponendo in Europa e sembrano dare garanzia di stabilità e anche di crescita economica e sociale, pur senza sconvolgere gli assetti sociali esistenti. Nel 1921 nell'immaginario collettivo statunitense l'italiano è rappresentato (forse, anche) da Enrico Caruso, il grande tenore che si spegne nelle ore in cui Sacco e Vanzetti vengono condannati, nel 1927 l'italiano più conosciuto in America è (certamente) Al Capone che è al culmine della sua attività criminale.

Nonostante i luoghi comuni sugli italiani allora molto diffusi, razzismo, xenofobia e nazionalismo non toccarono milioni di persone che in tutto il mondo parteciparono a manifestazioni, spesso anche con scontri, per chiedere che venisse riconosciuta la palese innocenza di Sacco e Vanzetti (supportata anche dalla testimonianza e confessione di Celestino Medeiros) e la loro immediata liberazione. Si pensi che al funerale parteciparono quasi 500 mila persone, e non potevano essere tutti italiani o discendenti di italiani. Questo a riprova che quando si affrontano argomenti seri e concreti (e cosa c'è di più concreto e serio della vita di un innocente?), scompaiono le differenze di carattere sovrastrutturale e la gente guarda all'essenziale e al concreto, quindi al discrimine tra sfruttato e sfruttatore, innocente e potere liberticida, ecc. Quando la notizia dell'esecuzione fece il giro del mondo, vi furono grosse manifestazioni spontanee che a Parigi, Londra e Berlino si conclusero con cariche della polizia, feriti ed arresti (solo a Parigi i feriti furono alcune centinaia). L'eco dell'ingiustizia che volutamente si andava realizzando giunse fino in Paesi come il Marocco e anche qui vi furono manifestazioni popolari di piazza.

Anche in Italia si ebbe notizia di quanto avveniva nel lontano Massachussets. Già nel 1921 vi furono prese di posizione molto chiare da parte degli ambienti progressisti e democratici, con iniziative pubbliche per premere sul Governo affinché intervenisse per i nostri due connazionali. Successivamente anche Mussolini intervenne presso le autorità statunitensi invocando un gesto di clemenza per i due malcapitati. Scelta sicuramente dettata dall'opinione pubblica italiana - Mussolini non era stupido e politicamente era preparato (il suo passato socialista e di primo piano ne è testimone), con una storia personale certamente criticabile ma comunque di spessore - e dalla necessità di mantenere dalla propria parte i settori influenti oltre che i consensi (importanti per l'immagine internazionale del regime) della comunità italo-americana. Inoltre c'era anche il rischio di lasciare all'opposizione antifascista, nel 1927 ancora ben viva e vegeta sebbene ridotta all'esilio o alla clandestinità, un argomento che faceva presa. I giornali italiani dell'epoca riferivano dettagliatamente su quanto stava avvenendo e con toni che non si differenziavano di molto dalla certamente più libera stampa degli altri Paesi. Chiaramente il regime insisteva sulla natura persecutoria anti-italiana e minimizzava o taceva l'appartenenza dei due agli ambienti anarchici e quindi antifascisti. Del resto, basti pensare a come le autorità italiane si comportarono al rientro in Patria delle ceneri. Di questo ho personalmente acquisito il ricordo di un anziano, di poco più piccolo di Nicola Sacco ma del quale si ricordava benissimo anche il periodo dell'infanzia, dato che i due vivevano praticamente nello stesso stabile. Le ceneri giunsero dall'America e la stazione di arrivo, San Severo, venne presidiata dalla polizia. Giunte in paese, venne proibito qualsiasi corteo funebre o cerimonia, e tutto il tragitto venne presidiato dalle forze dell'ordine. L'anziano, all'epoca poco più che trentenne riuscì a seguire a distanza l'evento, assieme ad altri che “casualmente” si trovavano a passare lungo il tragitto verso il camposanto, mentre il padre del testimone, che era stato uno dei capi socialisti e che nel '21 aveva aderito tra i primi al nascente PCI, ricevette l'ordine di starsene in casa, consiglio che le autorità di polizia diedero a coloro che erano notoriamente contrari al regime fascista.

Sacco e Vanzetti non furono due vittime casuali e sprovvedute. Avevano, nel corso della loro esistenza, fatto delle scelte ben precise che riconfermarono fino al patibolo – Sacco si accomodò sulla sedia elettrica gridando “viva l'anarchia”, ma oltre a questo un'importante testimonianza viene dalle loro lettere di quel periodo, in particolare quelle del Vanzetti che, senza nulla togliere a Sacco, non sono prive di spunti socio-politici molto profondi. Il rifiutare l'accusa fin già in fase processuale fu motivo di irritazione per la corte: basti ricordare che il giudice spesso si rivolgeva ai due con appellativi indegni e insulti. Non era un semplice processo: si processavano dei principi e dei valori che stridevano con gli interessi del potere. Sacco e Vanzetti alla fine sono due cognomi banali, diffusi, tipici della gente comune. Non sono cognomi fatti dalla storia o pensati per entrare nella storia. Potevano chiamarsi Brambilla o Esposito, non era quello il problema. Il problema era che queste persone, un pescivendolo ambulante e un operaio calzaturiero, nel loro piccolo ma sopratutto assieme ad altri ebbero la pretesa di fare delle scelte, giudicare l'assetto sociale vigente e pretendere di cambiarlo, il tutto aggravato dal fatto che milioni di persone a livello mondiale, e in un periodo dove nel mondo occidentale si iniziava a parlare con successo di politiche razziali e cose simili, scesero a rivendicare la loro innocenza e non sulla base di considerazioni religiose, razziali, nazionaliste, sciovinistiche o peggio ancora tutte queste varianti contemporaneamente, come purtroppo stiamo vedendo in questi tempi.

26/08/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Matteo Pastore

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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