Gli Stati uniti d’Europa e la guerra civile

Perché gli Stati uniti d’Europa, in regime capitalistico, sono impossibili o reazionari e la necessità della rottura rivoluzionaria.


Gli Stati uniti d’Europa e la guerra civile

Nella fase di sviluppo superiore o suprema del capitalismo (fase imperialista) vi è una tendenza oggettiva al superamento dei limiti posti dagli Stati nazionali, corrispondente all’affermazione del monopolio di contro alla concorrenza tra piccole imprese indipendenti. Tale tendenza transnazionale dell’imperialismo, oggi pienamente dispiegata sotto i nostri occhi, pone la basi oggettive per il superamento in senso socialista del capitalismo. Dunque, per dirla con Lenin: “il capitale ha sorpassato nei paesi avanzati i limiti degli Stati nazionali, ha sostituito alla concorrenza il monopolio, creando tutte le premesse oggettive per l’attuazione del socialismo” [1]. D’altra parte tale tendenza, indispensabile all’ulteriore sviluppo delle forze produttive, entra necessariamente, oggettivamente in contraddizione con la necessità di salvaguardare gli attuali rapporti di produzione e proprietà privatistici. Perciò questa tendenza transnazionale dell’imperialismo non porterà, come si illudono gli opportunisti centristi, a un ultraimperialismo o a un impero in grado di riunire pacificamente sotto di sé le diverse nazioni, su un livello paritetico.

Come il superamento della concorrenza fra singoli capitalisti genera sì il monopolio, che però non significa la fine della concorrenza ma il suo riprodursi a un livello superiore, quale concorrenza fra monopoli, il superamento dei limiti nazionali dell’imperialismo transnazionale non comporta la fine delle guerre, ma le riproduce a un livello superiore, al livello delle guerre mondiali fra potenze imperialiste che hanno, in quanto tali, superato la dimensione nazionale. Perciò Lenin si scaglia contro l’utopismo proditorio dei socialpacifisti e dei sostenitori dell’ultraimperialismo che ingannano le classi oppresse sostenendo che sarà possibile, senza abbattere l’imperialismo, una pacificazione e una conseguente cooperazione, su basi paritetiche, fra le nazioni oggi dominanti e le nazioni oppresse.

Si tratta di una tendenza analoga alle illusioni della piccola borghesia che ritiene possibile superare lo sfruttamento della forza-lavoro all’interno di una società capitalistica, o che si illudono o, peggio, fanno illudere i subalterni che sia possibile realizzare uno Stato realmente democratico all’interno di una società capitalista. Così, Lenin sostiene che “è precisamente questa utopia, l’utopia della unione pacifica delle nazioni con eguali diritti sotto l’imperialismo, che inganna il popolo ed è difesa dai kautskiani [opportunisti centristi]. In contrapposto a questa utopia opportunista piccolo-borghese, il programma della socialdemocrazia [allora i bolscevichi erano una frazione del Partito socialdemocratico dei lavoratori russi] deve mettere in evidenza la divisione delle nazioni in nazioni dominanti e nazioni oppresse, divisione fondamentale, essenzialissima ed inevitabile nell’epoca imperialista” [2]. Come il capitalismo si fonda sullo sfruttamento del proletariato da parte dei proprietari dei mezzi di produzione, l’imperialismo si fonda proprio sull’oppressione dei popoli più deboli e arretrati da parte dei paesi più ricchi e potenti.

Ecco perché, al contrario di quanto sostengono gli opportunisti anche del nostro tempo, l’unione degli Stati europei non potrà né essere su basi paritarie al proprio interno, dal momento che i paesi più potenti come la Germania cercheranno certamente di sfruttare la loro potenza a discapito di nazioni più deboli come la Grecia, né potrà significare un processo di pacificazione che sarà di ostacolo a nuove guerre. Infatti, come denunciava già allora Lenin: “in regime capitalistico, gli Stati uniti d’Europa equivalgono ad un accordo per la spartizione delle colonie. Ma in regime capitalistico non è possibile altra base, altro principio di spartizione che la forza” [3].

Dunque, non è vero quanto sostengono gli attuali opportunisti centristi che il processo di unificazione europeo avrebbe garantito la pace, in quanto esso è sorto proprio in opposizione ai paesi socialisti che intendevano sbarrare la strada alle politiche imperialiste, e non ha certo impedito, anzi ha rafforzato le tendenze imperialiste delle potenze europee e le loro guerre contro i popoli del terzo mondo, che si oppongono alle loro politiche neocolonialiste.

Proprio perché si tratta di una dinamica necessaria nel processo di relazioni fra paesi a capitalismo avanzato, Lenin poteva già prevedere in anticipo che l’unificazione europea non avrebbe portato, come si illudono ancora oggi gli europeisti “di sinistra”, né alla creazione degli Stati uniti europei, né, tantomeno, a un processo di integrazione europea in senso progressista. Infatti, già Lenin, poteva affermare con certezza che “dal punto di vista delle condizioni economiche dell’imperialismo, ossia dell’esportazione del capitale e della divisione del mondo da parte delle potenze coloniali ‘progredite’ e ‘civili’, gli Stati uniti d’Europa in regime capitalistico sarebbero impossibili o reazionari” [4]. Quindi, se già allora Lenin poteva tacciare, a priori, tali posizioni di utopismo opportunista e piccolo-borghese, come le dovremo considerare noi oggi a posteriori, ossia dopo che la storia ha ampiamente dimostrato come gli Stati uniti europei siano una distopia e che il processo di integrazione europea dal suo sorgere, per contrastare i paesi in transizione al socialismo, al suo “sviluppo” in senso neoliberista dopo la dissoluzione dell’Urss hanno avuto una evidente connotazione reazionaria.

Proprio perciò già allora, a priori, Lenin da una parte contrapponeva gli Stati uniti d’Europa – se anche fossero realizzabili – in quanto reazionari (perché funzionali alla spartizione del mondo in aree di influenza fra potenze imperialiste) agli Stati uniti del mondo, dall’altra polemizzava sia con chi li riteneva possibili senza l’affermazione del socialismo, sia con chi riteneva necessaria una dimensione quantomeno europea per rendere possibile una effettiva rottura rivoluzionaria. Quindi Lenin, ancora prima della costituzione della Società delle nazioni e dell’O.N.U., riteneva un processo di unificazione internazionale delle nazioni – prima del superamento in senso socialista del capitalismo – un’utopia opportunista e piccolo-borghese. Allo stesso modo denunciava come necessariamente errata la concezione che il socialismo si potrebbe affermare solo su di un piano internazionale, negando così la possibilità stessa della realizzazione della transizione al socialismo anche solo su base nazionale. Infatti, secondo Lenin: “gli Stati uniti del mondo (e non d’Europa) rappresentano la forma statale di unione e di libertà delle nazioni, che per noi è legata al socialismo, fino a che la completa vittoria del comunismo non porterà alla sparizione definitiva di qualsiasi Stato, compresi quelli democratici. La parola d’ordine degli Stati uniti del mondo, come parola d’ordine indipendente, non sarebbe forse giusta, innanzitutto perché essa coincide con il socialismo; in secondo luogo, perché potrebbe generare l’opinione errata dell’impossibilità della vittoria del socialismo in un solo paese, una concezione errata dei rapporti di tale paese con gli altri” [5].

Allo stesso modo non ci si può illudere che un governo democratico piccolo-borghese – come ad esempio i governi di centrosinistra che abbiamo conosciuto – possa portare avanti una politica diversa da quella imperialista, in quanto tutti i diversi gruppi sociali del blocco sociale dominante e, persino, l’aristocrazia operaia sono interessati alla spartizione degli ultra-profitti resi possibili da tale politica. “La spartizione del mondo fra le grandi potenze significa che, in esse, tutti gli strati abbienti sono interessati al possesso di colonie e di sfere d’influenza, – osserva Lenin – all’asservimento di nazioni straniere, ai posticini più o meno redditizi e ai privilegi connessi all’appartenenza ad una ‘grande’ potenza, ad una nazione che ne asservisce altre” [6]. Inoltre una politica estera imperialista non può che comportare una restrizione degli spazi di democrazia formale all’interno degli stessi paesi a capitalismo avanzato. Quindi, il rafforzamento della struttura repressiva dello Stato nei confronti delle classi dominate è un tratto saliente della società capitalistica avanzata.

Proprio perciò, già Lenin deduceva da tale tendenza che proporre ai proletari di far propria la teoria della non violenza “equivale a rinnegare integralmente il punto di vista della lotta di classe, a rinunciare del tutto all’idea di rivoluzione” [7]. Anche in tal caso si tratta di una previsione-deduzione essenzialmente a priori dal momento che Lenin non aveva, per sua fortuna, potuto conoscere a cosa abbiano portato le posizioni non violente assunte in anni recenti persino da massimi dirigenti della sinistra radical. Dunque, nella maggioranza dei casi e nonostante negli ideali comunisti non vi sia “posto per la violenza contro gli uomini” [8] il socialismo potrà divenire reale solo passando attraverso la tragedia della guerra civile rivoluzionaria. Al punto che Lenin – constatando come ciò diverrà, presumibilmente, necessario alla conquista del potere anche in “piccoli Stati” – afferma: “quindi l’unico programma della socialdemocrazia internazionale deve essere il riconoscimento di questa guerra civile” [9].

Tanto più che, come la storia insegna, le forme più o meno pacifiche che assumono le lotte degli oppressi contro gli sfruttatori dipendono in primo luogo dalle forme di lotta che questi ultimi imporranno alle forze che si battono contro l’ordine costituito, che evidentemente non hanno la possibilità di imporre alla classe dominante i propri ideali contrari a ogni forma di violenza e oppressione dell’uomo sull’uomo. La stessa forma insurrezionale non dipende, quindi, da una scelta soggettivistica dei rivoluzionari, ma è generalmente stata imposta dalla classe dominante e dall’atteggiamento proditorio dei dirigenti riformisti che impediscono l’adesione delle incerte masse piccolo-borghesi al processo rivoluzionario che ne stempererebbe di molto il momento, per quanto necessario, della rottura con l’ordine costituito. Del resto, con l’appoggio dei ceti medi, sarebbe decisamente più agevole poter conquistare il potere in modo relativamente pacifico.

Proprio perciò, in determinate condizioni e sotto un determinato punto di vista anche le guerre possono assumere una funzione progressiva, in quanto consentono di smascherare il carattere sempre più irrazionale e disumano di un sistema sociale, come quello a capitalismo avanzato, che impedisce in misura crescente lo sviluppo delle forze produttive per difendere rapporti di proprietà sempre più polarizzati. Perciò Lenin, anche in piena Prima guerra mondiale, faceva notare come, già allora, “da parecchio tempo è stato riconosciuto che le guerre, con tutti gli orrori e le calamità che portano con sé, arrecano un’utilità più o meno grande, in quanto svelano, smascherano, distruggono spietatamente molto di ciò che v’è di putrefatto, di sorpassato e di morto nelle istituzioni create dagli uomini” [10].

Note
[1] I. V. Lenin, La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione (gennaio-febbraio 1916),in Sulla rivoluzione socialista, Edizioni Progress, Mosca 1979, p. 36.
[2] Ivi: p. 41.
[3] Id., Sulla parola d’ordine degli Stati uniti d’Europa (23 agosto 1915), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 33.
[4] Ivi: p. 32.
[5] Ivi: p. 34.
[6] Id., “Il fallimento della II Internazionale” (maggio-giugno 1915), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 21.
[7] Id., Il programma militare della rivoluzione proletaria (settembre 1916), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 88.
[8] Id., Intorno a una caricatura del marxismo e all’“economicismo imperialistico” (agosto-ottobre 1916), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 76.
[9] Ibidem.
[10] Id., “il fallimento…” op. cit. p. 5.

11/08/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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